Quando lo scorso 20 novembre sono stata al MUDEC per la conferenza stampa e l’anteprima della mostra dedicata a Banksy, mi sono bastati pochi istanti per innamorarmi del progetto messo in piedi dal Museo delle Culture di Milano.
Artista e writer britannico la cui identità rimane tuttora nascosta, Banksy è considerato uno dei maggiori esponenti della street art contemporanea: la sua protesta visiva riesce a coinvolgere un vastissimo ed eterogeneo pubblico e ne fa uno degli artisti più amati dalle giovani generazioni – e non solo.
Le sue opere sono infatti spesso connotate da uno sfondo satirico e trattano argomenti come la politica, la cultura e l’etica: l’alone di mistero che, per scelta e per necessità, si autoalimenta quando si parla della sua figura lo fa diventare un vero e proprio mito dei nostri tempi.
Su di lui sono già state organizzate diverse mostre presso gallerie d’arte e spazi espositivi, ma mai un museo pubblico italiano – o estero – ha finora ospitato una sua monografica, con la sola eccezione di quella organizzata dall’artista stesso al Bristol Museum nel 2009.
Con l’evento che resterà in cartellone fino al 14 aprile 2019, il MUDEC ospita un’importante retrospettiva: è corretto segnalare che si tratta di una mostra non autorizzata dall’artista, come tutte quelle a lui dedicate, in quanto Banksy continua a difendere non solo il proprio anonimato, ma anche la propria indipendenza dal cosiddetto sistema.Leggi tutto
Quando, quasi sei anni fa, ho finalmente deciso di aprire il blog (e scrivo finalmente perché il progetto esisteva da molto prima), ho in prima istanza pensato di parlare essenzialmente di moda, raccontando la visione che ne ho e raccontando il talento dei designer e dei creativi che incontravo e incontro.
Ma, ben presto, mi sono accorta che parlare solo di moda non mi bastava, nonostante io affermi (e soprattutto pensi) di aver bisogno della moda esattamente come dell’aria che respiro, visto che la considero una forma di linguaggio e comunicazione.
Da persona onnivora in tutti i sensi, da persona curiosa di natura e innamorata della vita, non volevo avere paletti e, a maggior ragione, non volevo impormeli da sola: essendo interessata a tanti argomenti e avendo la fortuna di poter fare esperienze diversificate grazie al mio lavoro trasversale in ambito comunicazione, ho sentito forte e impellente il bisogno di ampliare il raggio d’azione del blog.
E, visto che ero in ballo e che sono sempre stata allergica ai pregiudizi e ai cliché, ho deciso di cercare di infrangere alcuni di quelli che circolano su chi si occupa di moda, per esempio che si tratti di persone superficiali.
E così, pian piano, il blog si è arricchito di post sui viaggi, sui libri, sulla fotografia, sul cibo; di qualche biografia e di racconti su sentimenti ed esperienze personali; di osservazioni sul costume e la società.
La mia non è presunzione o arroganza, ve lo giuro: non voglio essere una tuttologa, semplicemente sento dentro di me una passione immensa per tutto ciò che è crescita e arricchimento intellettuale e morale.
Il blog è diventato, insomma, una sorta di contenitore stratificato, un diario personale ma allo stesso tempo condiviso, il diario di una persona aperta, curiosa, onnivora – lo ribadisco – e che si reputerà sempre una studentessa con tanta voglia di imparare. Leggi tutto
Sabato 15 dicembre è stato un giorno speciale: non capita tutti i giorni di avere la fortuna – e l’onore immenso – di conoscere uno dei miti della propria adolescenza e giovinezza.
Nei miei anni da giovane donna idealista e fiduciosa, le foto incredibili di Steve McCurry (che io ammiravo sulle copertine e tra le pagine patinate di riviste del calibro di National Geographic) riuscivano a farmi sognare di viaggi, scoperte e geografie soprattutto umane, perché – come è stato giustamente definito – lui è uno straordinario esploratore del genere umano. Gli scatti mozzafiato e i ritratti fenomenali fanno di McCurry un maestro del colore e dell’umanità: nessuno come lui sa raccontare le sfumature umane e tutto ciò lo rende uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi.
È un onore immenso aver potuto tenere e stringere per un istante la mano che ha scattato infiniti capolavori e – per inciso – desidero dire che, come tutti i veri grandi che ho avuto la fortuna di incontrare, anche Steve McCurry è una persona squisita.
Com’è stato possibile tutto ciò, dove e come ho conosciuto il celeberrimo fotografo?
Ora ve lo racconto.
L’occasione mi è stata offerta grazie all’inaugurazione di MUDEC Photo, il nuovo spazio espositivo dell’omonimo Museo delle Culture dedicato alla fotografia d’autore, uno spazio che ne completa l’offerta.Leggi tutto
La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la quale ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo una tematica che, purtroppo, continua a essere estremamente attuale.
In questi giorni che procedono il 25 novembre dell’anno 2018, ad attirare la mia attenzione sono state le parole di Bebe Vio impegnata in una campagna di sensibilizzazione in collaborazione con Sorgenia, azienda della quale la brava schermitrice italiana e campionessa paralimpica è testimonial.
Nello spot in questione, Bebe ricorda proprio che a giorni sarà il 25 novembre, ma che anche ieri era il 25 novembre e che domani e tra due mesi sarà ancora il 25 novembre.
Paradosso temporale? No, lo scopo è semplicemente quello di sottolineare che, ben oltre una singola giornata, l’emergenza resta per ora continua e ininterrotta, come ho già ricordato, e l’attenzione non deve dunque limitarsi a una sola ricorrenza, ma deve invece rimanere viva.
Lo spot ha attirato la mia attenzione perché la penso esattamente come Bebe: l’ho dimostrato tante volte, qui nel blog e attraverso le riviste con le quali ho collaborato o collaboro, parlando in molti modi di donne, di women empowerment e delle risposte che è necessario dare alla violenza.
Ho fatto tutto ciò non solo in occasione del 25 novembre, ma tutte le volte in cui ho avuto la possibilità di farlo.
Oggi continuo questo percorso intrapreso condividendo con voi il racconto di una mostra che verrà inaugurata domani, 22 novembre: si intitola Il gioco delle apparenze, ha come protagonista Francesca Agrati e sarà ospitata proprio fino al 25 novembre da Dream Factory in corso Garibaldi 117 a Milano.
Dopo la prima mostra Le normali follie ospitata presso lo Spazio Maimeri nel novembre 2016, Francesca Agrati torna con una mostra personale che verrà appunto inaugurata domani alle ore 18.30 per proseguire fino a domenica.
In questa mostra, che vedrà esposte opere inedite, la Agrati prosegue la sua ricerca artistica approfondendo la tecnica dell’addizione pittorica attraverso le lezioni di Valeria Oliva, maestra d’arte che la segue sin dagli albori del suo percorso artistico. Il processo creativo di Francesca, saldamente ancorato all’ambito figurativo, parte dallo sviluppo di un innato spirito di osservazione che spinge l’artista nella selezione delle immagini più adatte alle sue elaborazioni, estrapolandole dai mass media (pubblicità e riviste) come anche dal suo ambito familiare e amicale e che lei assimila, metabolizza e reinterpreta con fervida fantasia.
Il tema del ritratto è sempre centrale nella sua poetica: esaltando le caratteristiche dei suoi soggetti principalmente femminili, sdrammatizza la routine quotidiana attraverso ironia e positività, in un continuo dialogo tra bidimensionale e tridimensionale, facendo sì che materia e colore si fondano armoniosamente con le immagini e le superfici.
Il gioco di Francesca Agrati sta nello stravolgere le apparenze andando ben oltre la forma che – spesso – differisce dalla sostanza; il riferimento all’una, nessuna e centomila identità pirandelliane, con tutte le sfaccettature che caratterizzano l’essenza umana, appare così immediato.
Influenzata dalla Pop Art, Francesca Agrati parte da una base fotografica e si serve del collage e dell’assemblaggio di materiali, trasformando e sconvolgendo le sembianze dei suoi soggetti con l’inserimento di elementi materici provenienti dal quotidiano (piccoli oggetti, siliconi e materiali vari). Sceglie, infine, semplici nomi propri per intitolare le sue opere, non aggiungendo descrizioni né indicazioni particolari allo scopo di influenzare nel minor modo possibile lo spettatore che si sente così libero di interpretare l’opera a seconda delle proprie sensazioni.
Trovo questa sua operazione così interessante da indurmi a scegliere lei come evento da segnalare quest’anno in occasione del 25 novembre: una donna racconta le donne e lo fa con energia, fantasia, positività e colta ironia perché la cultura in ogni sua forma e manifestazione resta sempre la miglior risposta (e la migliore cura) alla violenza che è spesso figlia, purtroppo, anche dell’ignoranza.
Se siete a Milano, vi consiglio di non perdere la mostra: in galleria troverete lei, Francesca Agrati, e non voglio rovinarvi la sorpresa ma vi anticipo che troverete anche un quadro parlante…
Curiosi?
Passate in corso Garibaldi 117 domani sera, oppure venerdì – sabato – domenica dalle 11 alle 19.
Manu
Vi regalo alcune anticipazioni delle opere in mostra (ph. courtesy ufficio stampa)…
Per visualizzare la gallery da pc, cliccate sulla prima foto
e poi scorrete con le frecce laterali.
Francesca Agrati, Amanda
Francesca Agrati, Anna
Francesca Agrati, Jam
Se volete seguire Francesca Agrati, qui trovate la sua pagina Facebook.
Lo ammetto: saltellare con leggerezza, allegria, curiosità tra eventi molto diversi tra loro e godermi l’opportunità di vivere le esperienze più disparate (senza graduatorie, senza discriminazioni, senza pregiudizi, senza esclusioni) è cosa che mi diverte molto.
Ultimamente, Milano mi sta offrendo detta possibilità con particolare ed estrema generosità: nelle ultime settimane, ho potuto dividermi tra l’inaugurazione della mostra dedicata alla maison di moda Etro e l’inaugurazione della mostra dedicata invece al grande pittore Magritte, ho potuto divertirmi come una bambina all’anteprima di una mostra dedicata ai dinosauri così come ho potuto imparare moltissimo in occasione della tavola rotonda tenuta da Alba Cappellieri a proposito di uno dei suoi bellissimi libri sul gioiello.
Come dicevo, per me non v’è graduatoria tra questi eventi molto diversi tra loro: tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che è occasione di crescita e di apprendimento, tutto ciò che mi consente di colmare le mie personali lacune è occasione ghiotta e imperdibile.
La più recente opportunità si è verificata giusto un paio di sere fa con un vernissage dedicato a Juno Calypso, artista londinese in mostra per la prima volta in Italia presso lo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano.
Oggetto della mostra sono le fotografie di Juno e desidero essere chiara fin da subito: Juno non fa foto graziose di paesaggi o animali o modelle vestite all’ultima moda, no, lei – con una notevole dose di sarcasmo e ironia che risultano talvolta stranianti – affronta i pregiudizi e i cliché legati alla donna contemporanea, in ambientazioni alquanto surreali tra cui un motel americano e una villa-bunker a Las Vegas.
A un primo sguardo magari un po’ distratto, i suoi possono apparirci come autoritratti fotografici dall’estetica caramellosa: in realtà, si rivelano invece come scatti dall’approccio fortemente critico, sospesi tra noia, narcisismo, black humor e capaci di condurre a una riflessione dai contorni molto seri.
La fotografa, nata e cresciuta a Londra, è un nome cult per gli amanti di un’estetica pop pink che richiama gli Anni Sessanta e Ottanta: è nota a livello internazionale soprattutto per le tre serie intitolate Joyce, The Honeymoon e What to do with a Million Years.Leggi tutto
«Essere surrealista significa bandire dalla mente il già visto e ricercare il non visto.»
Credo di non aver mai letto parole più adatte per definire chi è un surrealista e ad aver pronunciato tali parole è una persona autorevole, sicuramente tra le più competenti in materia: parlo di René Magritte, ovvero uno dei massimi pittori del XX secolo nonché uno tra i maggiori esponenti del surrealismo.
Prendo in prestito le sue parole per iniziare il racconto di un’avventura che mi fa particolarmente piacere condividere con tutti coloro che leggono, perché questa esperienza riguarda proprio lo straordinario (e credo amatissimo) artista e perché tali parole sono perfette per motivare il tipo stesso di esperienza.
L’esperienza è un viaggio multimediale tra reale e immaginario, tra evocazione di un mondo onirico e racconto della vita concreta dell’artista: si tratta di Inside Magritte, il nuovo e inedito percorso espositivo multimediale dedicato al grande maestro René Magritte (1898 –1967), promosso dal Comune di Milano, ideato e firmato da Crossmedia Group (maggior produttore italiano di Digital Exhibition) insieme a 24 ORE Cultura che co-producono la tappa milanese per la regia di The Fake Factory.
A partire da oggi, 9 ottobre, e fino al 10 febbraio 2019, Inside Magritte anima la Cattedrale della Fabbrica del Vapore a Milano con immagini, suoni, musiche, evocazioni e suggestioni che ricostruiscono l’universo pittorico dell’artista belga: per la prima volta in assoluto, una mostra monografica digitale e multisensoriale a lui dedicata viene realizzata con il supporto e la consulenza scientifica della Succession Magritte di Bruxelles.
Esattamente un mese fa, ho dedicato un post a una manifestazione che ha attirato la mia attenzione.
A Milano, questa settimana e precisamente dal 4 al 7 ottobre, prende il via la prima edizione di Peste!: promosso dalla Fondazione Il Lazzaretto, il Festival desidera proporre e suggerire una contaminazione tra arti visive, arti performative e pratiche psico-fisiche.
Peste! sceglie la contaminazione attraverso quattro giorni di incontri, workshop, concerti, proiezioni, installazioni e performance: lo scopo è, in questo caso, esplorare i temi legati al femminile fino ad arrivare a scandagliare le complessità del presente.
Come avevo raccontato nel post precedente, per tutta la durata del Festival, Il Lazzaretto presenta anche la mostra Rosso pestifero, tabù e rossetto a cura di Maria Elena Colombo e della Fondazione stessa.
Ed è proprio su questa mostra che desidero concentrarmi stavolta, perché il rossetto non vuole esserne il protagonista assoluto, bensì è un pretesto, un filtro, una lente attraverso la quale guardare noi stessi e la nostra voglia di mostrarci o, anche, di nasconderci. Rosso Pestifero è una mostra dedicata ai tabù che il rossetto veicola, allestita in due diverse aree all’interno degli spazi de Il Lazzaretto.Leggi tutto
Lo scorso 4 agosto, nel post scriptum dell’ultimo testo pubblicato prima di andare in vacanza, avevo promesso di far ripartire il blog parlando di un’iniziativa interessante dedicata alla contaminazione tra vari settori artistici e non solo.
Visto che mi piace mantenere le promesse, eccomi qui a raccontarvi quattro giorni di incontri, workshop, concerti, proiezioni, installazioni e performance nonché di un concorso per artisti emergenti.
Di cosa si tratta?
Ora vi racconto tutto per filo e per segno.
A Milano, dal 4 al 7 ottobre 2018, prende il via la prima edizione di Peste!: promosso dalla Fondazione Il Lazzaretto, questo Festival desidera proporre un’esplorazione del femminile, attraverso – come accennavo – la contaminazione tra arti visive, arti performative e pratiche psico-fisiche.
Nata nel 2014 nell’area dove un tempo aveva sede l’antico Lazzaretto meneghino, l’omonima Fondazione ha l’obiettivo di favorire processi di trasformazione collettiva e individuale.
È tristemente noto, purtroppo: il Lazzaretto di Milano, costruito tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento fuori da quella che era allora la Porta Orientale, era il ricovero per i malati durante le epidemie di peste.
Era una costruzione che occupava un’area che corrisponde grosso modo all’odierno perimetro che comprende parti di via Lazzaretto, via san Gregorio, corso Buenos Aires e viale Vittorio Veneto: era il luogo della cura e della separazione dal resto del mondo per chi – ahimè – contraeva il flagello della peste.
La peste è davvero stata un flagello terribile per l’umanità: si presentava in forme quasi sempre letali, decimando intere popolazioni.
In Europa, essa cominciò a scomparire verso la fine del 1700, ma l’ultima epidemia in Italia si verificò ancora nel 1815: per la sua virulenza, il termine peste è passato nel tempo a definire genericamente tutte le malattie epidemiche ad alto tasso di mortalità (l’AIDS, per esempio, a cui talvolta ci si riferisce come peste del XX secolo) ed è usato anche con accezione metaforica per indicare qualcosa di dannoso dal punto di vista sociale o morale, riferendosi in genere a fenomeni negativi di vasta portata (come, per esempio, la droga).
Essere una peste riferito a una persona sottolinea il suo essere insopportabile per varie ragioni; riferito a un bambino, l’espressione ne sottolinea l’irrequietezza.
Un sostantivo carico di significati negativi, insomma, che la Fondazione Il Lazzaretto ha invece voluto sovvertire e cambiare, attribuendo un nuovo e più interessante significato: essere una peste, oggi, diventa aprirsi alle possibili contaminazioni del mondo, diventa camminare sui confini e forzare il limite con ironia e divertimento, diventa provare a cambiare logica e immaginazione per cercare di promuovere una riflessione sui processi di trasformazione individuale e collettiva.
Proprio pensando a tutto ciò nasce il titolo Peste! per un Festival che, per la sua prima edizione, sceglie di esplorare i temi legati al femminile quale approccio e metodo per scandagliare le complessità del presente: all’interno dei suoi nuovi spazi riqualificati, la Fondazione ospiterà quattro giorni di incontri, workshop, concerti, proiezioni, installazioni e performance incentrati sul femminile.Leggi tutto
Ha proprio ragione chi sostiene che, per fare grandi viaggi, non sia affatto necessario affrontare grandi spostamenti.
Così come ha ragione chi sostiene che, talvolta, possa capitare di conoscere meglio luoghi lontanissimi rispetto a luoghi che abbiamo a pochi chilometri da casa.
Della prima teoria, sono io stessa una convinta sostenitrice – le belle scoperte non dipendono dalla distanza, lo credo fermamente – mentre, per quanto riguarda la seconda teoria, ho un pensiero che non pretendo essere verità assoluta ma che è vero per quanto mi riguarda: il fatto che a volte io non riesca a visitare luoghi vicini e facilmente raggiungibili non è questione di alterigia o superbia, bensì un po’ di semplice quanto banale stupidità.
Come tanti, tendo talvolta anch’io a rimandare visite a luoghi vicini nella sciocca illusione che tanto avrò sempre tempo o modo di farlo: sbaglio, invece, poiché il tempo passa impietoso e intanto perdo occasioni preziose.
È esattamente ciò che è accaduto con la splendida Villa Visconti Borromeo Litta di Lainate: da molto tempo ne sentivo parlare e da altrettanto ne rimandavo la visita.
Per fortuna, è arrivato un graditissimo invito (grazie M.T.) e così, grazie a una piccola e comoda trasferta organizzata per giornalisti e blogger da Milano, ho finalmente colmato questa mia imperdonabile mancanza, pentendomi abbondantemente per il ritardo, vista la meraviglia assoluta del luogo nonché la sua particolarità e unicità.
Non solo: giovedì 19 luglio, in occasione di tale visita, ho potuto assistere alla proiezione di un interessantissimo docu-film su Villa Litta, scritto e diretto da Francesco Vitali con la collaborazione di Claudia Botta.Leggi tutto
Martedì 19 giugno sono stata al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, per l’anteprima stampa che ha inaugurato Modigliani Art Experience, affascinante excursus multi-sensoriale dedicato al Maestro Modì.
Dovete sapere che, da sempre, Modigliani colpisce profondamente il mio immaginario, dunque ero molto curiosa di scoprire come fosse stata impostata quella che, per ora, non voglio chiamare semplicemente mostra (vi spiegherò perché).
Per prima cosa, ho ascoltato l’interessante conferenza stampa, rimanendo estremamente colpita dalle parole del professor Francesco Poli, storico, critico d’arte e curatore di Modigliani Art Experience.
Dopodiché, ho attraversato la sala introduttiva che ospita alcuni capolavori di arte primitiva africana del XX secolo provenienti dalla collezione permanente del Mudec nonché due ritratti opera di Modì e provenienti dal Museo del Novecento di Milano: questa sala è determinante poiché, nel medesimo ambiente, unisce i modelli artistici di arte primitiva che il genio livornese ebbe senz’altro a ispirazione e, appunto, alcuni ritratti originati da tali ispirazioni, il tutto allo scopo di poter fare un confronto immediato e diretto.
Infine, sono entrata nella Experience room, il cuore di tutto l’evento, un’unica grande sala che introduce nel mondo bohémien di Amedeo Modigliani nella Parigi dei primi del Novecento. Leggi tutto
Non mi stancherò mai di dichiarare la viva antipatia che nutro verso ghetti e recinti – a partire da quelli auto costruiti nei quali, talvolta, siamo noi stessi a rinchiuderci, negandoci infinite possibilità.
Non mi piacciono i compartimenti stagni e sono invece a favore della contaminazione e della libera circolazione di idee e pensieri; non ho simpatia nemmeno per classifiche e graduatorie, soprattutto quando si parla di arte e creatività, e non apprezzo definizioni come arti minori.
In aggiunta a tutto ciò, dichiaro il mio amore per la leggerezza.
Come ho raccontato in altre occasioni, quando parlo di leggerezza non mi riferisco a qualcosa che fa rima con disimpegno o superficialità, bensì a uno stato di grazia che lieve e soave solletica i sensi, con garbo e intelligenza, e che permette di «planare sulle cose dall’alto», proprio come affermava il grande Italo Calvino che a questo valore – tale lo considerava – dedicò anche un saggio.
Il saggio sulla leggerezza è la prima delle conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985-86: morì prima, purtroppo, e il testo da lui preparato fu pubblicato postumo (Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio).
«In questa conferenza cercherò di spiegare, a me stesso e a voi, perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto», scriveva Calvino, quasi a dimostrare che la pesantezza del mondo – quella che oggi spesso ci ritroviamo a subire – può essere sconfitta solo dal suo contrario.
Sono profondamente d’accordo con lui ed ecco perché, oggi, vi parlo di un concorso d’arte che si intitola proprio Leggerezza.Leggi tutto
Non mi piacciono i luoghi comuni né mi piace il pensiero omologato.
Ed è proprio la mia scarsissima simpatia verso pregiudizi e cliché ad avermi fatto accettare l’invito per la conferenza stampa e la visita in anteprima di una mostra appena inaugurata da FM Centro per l’Arte Contemporanea: l’accettazione è stata immediata, appena ho letto il titolo della mostra, appena ho compreso che si parla di Cina e della sua straordinaria cultura che molto mi attrae e mi incuriosisce.
Sono infatti addolorata dal fatto che, negli ultimi anni, associamo spesso questo immenso Paese a pensieri negativi che credo sia inutile elencare (tanto li conosciamo tutti…), dimenticando che la Cina ha in realtà molto più da offrire che un pugno di luoghi comuni e di stereotipi.
Ho avuto la fortuna di visitare Shanghai nel lontano 2004, quattordici anni fa: potrei raccontare tante cose, belle e meno belle, e devo ammettere che in occasione di quel viaggio rimasi colpita (anche) dalle profonde contraddizioni che già allora iniziavano a farsi sentire in maniera abbastanza significativa.
Potrei raccontarvi delle enormi difficoltà nel comprendere e nel farmi comprendere (allora l’inglese era parlato da pochissimi), eppure potrei anche raccontarvi come molte persone, spinte dalla curiosità, cercavano di dialogare con me, arrivando a mimare parole e concetti. Leggi tutto
Oggi, mercoledì 21 febbraio, è iniziata ufficialmente la Milano Fashion Week: come sempre, mi sono dotata del calendario ufficiale emesso da Camera Moda che, in una specifica sezione, indica anche tutti gli eventi culturali in corso in città, nella speranza di dare una panoramica completa soprattutto a chi viene da altre città e dall’estero.
Questa volta, gli eventi segnalati sono cinque: la mostra su Rosa Genoni all’Archivio di Stato, quella sugli outfit del Novecento a Palazzo Morando, la monografica dedicata a Rick Owens alla Triennale, la mostra su Frida Kahlo al Mudec e infine quella su Albrecht Dürer a Palazzo Reale.
Sono molto orgogliosa del fatto che due di questi eventi figurino tra le pagine virtuali di A glittering woman (la mostra su Rosa Genoni e la mostra su Frida Kahlo) e sono felice di aggiungere ora un terzo prezioso tassello: ieri, infatti, prima di buttarmi a capofitto nella settimana della moda, sono stata a Palazzo Reale per l’anteprima stampa della bellissima mostra dedicata a Dürer, pittore, incisore, matematico e trattatista considerato il padre del Rinascimento tedesco. Leggi tutto
«In un museo si entra solo tre volte nell’arco di una vita. Da bambini, da genitori e da nonni.»
Lo so, può sembrare un po’ bizzarro iniziare così un nuovo post e lo è ancora di più se pensate che sto per parlarvi di una mostra – quella dedicata a Frida Kahlo, una delle donne e delle artiste che più amo in assoluto – che è stata appena inaugurata al Mudec, il Museo delle Culture di Milano.
Vi sembrerà forse ancora più bizzarro se aggiungo che questo vecchio detto è stato citato da Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura, in occasione della conferenza stampa alla quale sono stata invitata mercoledì 31 gennaio: anch’io, per un istante, sono rimasta perplessa, poi ho sorriso e ho annotato le parole sul frontespizio della cartella che mi era stata consegnata, certa che le avrei usate proprio come incipit del post che avevo intenzione di scrivere (et voilà).
Perché le parole che potrebbero sembrare un autogol – da parte dell’Assessore nel citarle e da parte mia nel riportarle fedelmente – sono in realtà perfette per evidenziare la differenza del Mudec rispetto ad altre realtà museali, ovvero la capacità di confermarsi come luogo amato nel quale si torna più e più volte poiché è in grado di instaurare un dialogo sempre vivo con noi visitatori.
Per chi non lo conoscesse, mi fa piacere segnalare che il progetto del Museo delle Culture ha avuto origine negli anni Novanta del Novecento, il secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle, quando il Comune di Milano ha acquistato una ex zona industriale (quella dell’Ansaldo) per destinarla ad attività culturali: gli spazi dismessi sono stati trasformati in laboratori, studi e spazi creativi e, in questo scenario, è stato progettato un polo multidisciplinare dedicato alle diverse testimonianze e culture del mondo. Leggi tutto
Tra i tanti ricordi della mia infanzia, ci sono quelli legati alla musica.
Ai miei genitori è sempre piaciuta e rammento bene quando, la domenica mattina, durante la bella stagione, mia mamma amava aprire tutte le finestre di casa lasciando entrare l’aria fresca: in quelle mattinate gioiose, non mancava mai la musica diffusa attraverso un giradischi e a riecheggiare di stanza in stanza erano spesso le opere liriche e le note delle arie di Giuseppe Verdi, di Gioacchino Rossini e di molti altri ancora.
È da allora che Madama Butterfly di Giacomo Puccini è una delle mie opere preferite e non dimenticherò mai il libretto che sfogliavo con avidità in cerca di immagini e dettagli né la profonda impressione che la storia di quella e di molte altre opere esercitavano sulla mia fervida fantasia di bambina. Un’impressione, un fascino e un incantesimo tanto forti che, quando qualche anno fa fui invitata dalla contessa Pinina Graravaglia alla festa intitolata Teatro dell’Opera, passai un intero mese a prepararmi per il personaggio che scelsi di interpretare, ovvero Medora, la protagonista femminile de Il Corsaro di Giuseppe Verdi.
Vi racconto tutto ciò per darvi la misura dell’emozione che ho provato settimana scorsa, quando mi sono ritrovata a visitare la mostra Incantesimi – I costumi del Teatro alla Scala dagli Anni Trenta a oggi.
Ve lo confesso, non è stata una visita programmata: in realtà, ero a Palazzo Reale, la sede, per la meravigliosa mostra dedicata a Caravaggio e ho scoperto che, al termine del percorso, si passa attraverso le Sale degli Arazzi che attualmente ospitano l’esposizione Incantesimi.
In cosa consiste tale mostra?
In ventiquattro straordinari costumi che sono stati selezionati e restaurati tra i numerosi abiti di scena custoditi nei magazzini della Scala, ventiquattro costumi che si devono ad alcune delle firme più celebri nella storia del teatro.Leggi tutto
Sono felice di condividere con voi, cari amici, un’esperienza che ho avuto modo di fare ultimamente e della quale riesco oggi finalmente a raccontare.
Risale allo scorso 13 ottobre, quando sono stata all’inaugurazione della mostra Chagall – Sogno di una notte d’estate rimanendone completamente conquistata.
Di cosa si tratta?
Per la prima volta in Italia, è arrivata la mostra-spettacolo (questa è la definizione più giusta) dedicata al grande Marc Chagall (1887 – 1985), il pittore che rappresentava un mondo colorato così come se lo osservasse attraverso le vetrate di una chiesa.
Fino al 28 gennaio 2018, il Museo della Permanente in via Turati a Milano ospita Chagall – Sogno di una notte d’estate ovvero una nuova forma di conoscenza dell’arte: a mio avviso, è una forma particolarmente adatta in quanto riporta l’arte a quella che è una delle sue funzioni primarie, ovvero stupire ed emozionare.
Arte, spettacolo, musica e tecnologia si fondono andando oltre le cosiddette mostre immersive: in questo caso, infatti, non parliamo solo di proiezioni di immagini, ma di una regia sapientemente costruita da Gianfranco Iannuzzi (le cui realizzazioni utilizzano l’immagine, il suono e la luce come supporti di comunicazione sensoriale), Renato Gatto (docente di tecnica vocale, vocalista, attore) e Massimiliano Siccardi (artista che studia il corpo e con il corpo fin da bambino) con una colonna sonora curata da Luca Longobardi (pianista e compositore) per un risultato complessivo capace di coinvolgere e travolgere. Leggi tutto
Mercoledì 11 ottobre sono stata a Torino per un viaggio stampa che mi ha dato l’opportunità di assistere all’anteprima della mostra dedicata al Maestro Gianfranco Ferré e ai suoi gioielli presso Palazzo Madama (qui trovate il mio racconto e tutti i dettagli).
Oltre a tale mostra (meravigliosa!), il viaggio mi ha dato la possibilità di visitare una seconda esposizione ospitata nella stessa sede e dedicata ancora una volta al gioiello: ho potuto così rimediare a una mia precedente assenza (nonostante avessi ricevuto il gentile invito anche per quell’anteprima non ero infatti riuscita ad andare) e ne sono stata felice poiché tale mostra mi incuriosiva molto, visto che presenta il lavoro di un artista e designer che – lo confesso – non conoscevo.
E così, Palazzo Madama conferma ancora una volta la sua vocazione: essere un Museo di Arte Antica interessato a documentare il nesso stringente esistente tra scultura e pittura da una parte e le cosiddette Arti Decorative o Applicate dall’altra (tra le quali il gioiello), mai considerando queste ultime quali arti minori, come ha ben spiegato lo stesso direttore Guido Curto proprio in occasione della presentazione della mostra dedicata a Ferré.
Detta vocazione viene confermata presentando fino al 29 gennaio 2018, al secondo piano in Sala Atelier, un’esposizione dedicata ai gioielli in oro forgiati dall’artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del Novecento: i suoi erano capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino un po’ misterioso.Leggi tutto
È grazie ai miei genitori che ho avuto una bella infanzia, felice al punto tale che le esperienze di quegli anni si sono poi trasformate in splendidi ricordi e sono diventate le basi delle mie odierne sicurezze di persona adulta.
Tra i tanti ricordi pieni di tenerezza, calore e divertimento, figurano anche i primissimi approcci con la moda: per esempio, ricordo la mia prima borsetta (ero davvero piccina e a testimoniarlo ci sono alcune foto negli album di famiglia) e ricordo altrettanto bene quando mia sorella e io trascorrevamo interi pomeriggi a disegnare figurini, immaginando anche di frequentare gli stilisti che erano famosi in quegli anni, Maestri del calibro di Giorgio Armani, Valentino, Gianni Versace, Ottavio Missoni, Franco Moschino, Gianfranco Ferré.
Ebbene sì, eravamo due bambine dotate di grande fantasia e di idee già chiare ed ecco perché affermo che la moda è una malattia con la quale sono nata.
Immaginate dunque la gioia che provo oggi ogni volta in cui ho la possibilità, il piacere e l’onore di essere testimone di eventi che celebrano la vita e il lavoro di coloro che – da sempre – sono per me modelli e icone.
Immaginate l’emozione che ho provato mercoledì mentre, seduta in una delle meravigliose sale di Palazzo Madama a Torino, ascoltavo con estrema attenzione grandi professionisti impegnati a presentare una mostra importantissima che si intitola Gianfranco Ferré – Sotto un’altra Luce: Gioielli e Ornamenti.Leggi tutto