Fiorella Ciaboco ospita Ridefinire il Gioiello

Non mi stanco mai di ripeterlo: mi piacciono i rapporti che crescono nel tempo andando a tracciare un filo sottile che unisce momenti e persone.

E mi piace ancor di più se questo filo che io immagino essere di colore rosso – rosso come la passione – unisce donne in gamba con tante energie da condividere: immaginate la mia gioia quando Sonia Patrizia Catena ha voluto coinvolgermi ancora una volta in Ridefinire il Gioiello e in particolar modo nella terza tappa del progetto del quale è ideatrice e curatrice.

Grazie alla sua formula itinerante, il progetto è ora ospite della Sartoria Fiorella Ciaboco in corso Como 9 a Milano con l’esposizione dei gioielli di tre delle 51 finaliste: le creazioni di Elena De Paoli, Erminia Catalano e Nelly Bonati sono in mostra presso l’atelier fino a venerdì 26 febbraio.

I gioielli premiati sono espressione di un viaggio in senso fisico e metaforico e sono frutto di suggestioni paesaggistiche secondo il tema della V edizione del progetto-concorso: sono stati premiati da Fiorella Ciaboco per l’alta artigianalità, per la fattura, per l’accostamento particolare dei tessuti e per il loro spirito di autentico made in Italy. Leggi tutto

Cartoline virtuali da Milano al tempo di Instagram / PARTE 4

A volte ritornano: capita con le persone, coi ricordi e perfino coi post. Come in questo caso.

Per la prima, la seconda e la terza puntata di questo post, occorre tornare rispettivamente al 30 luglio 2014, al 24 dicembre 2013 e al 30 dicembre 2014. È passato un po’ di tempo, dunque.

L’idea è nata da una riflessione: da ragazzina, soprattutto quando andavo alle medie, partivo per le vacanze estive con una lunga lista di indirizzi, lista che serviva a ricordarmi a chi dovessi mandare le cartoline. Guai a non mandarle e guai a non riceverle, era una sorta di rito.

A mio avviso, oggi è Instagram a svolgere in modo virtuale parte della funzione che avevano le cartoline: Instagram non serve forse a condividere, attraverso immagini e fotografie, ciò che ci piace, ciò che facciamo e i posti in cui andiamo? Le stesse cose che facevamo mandando una cartolina.

E così, visto che le cartoline – poverette – sembrano non andar più di moda, ho pensato di fare dei post raccogliendo le foto che scatto e poi pubblico su Instagram, soprattutto quelle che riguardano la città nella quale vivo: cartoline virtuali da Milano via Instagram. Leggi tutto

Pensando alla primavera: Sunrise, l’aurora di Giulia Marani

Pare che, dopo un inverno finora mite, sia ora in arrivo il grande freddo: spero sia contento chi lo aspettava con tanta ansia. Non io, non sentivo affatto la mancanza del freddo rigido e non sono affatto contenta del suo arrivo: nel dubbio – e nel timore – che in effetti la previsione sia corretta, cerco di attrezzarmi con metodi di vario tipo.

Tra i più banali: mi sono comprata un delizioso cappellino con pompon oversize. Tra i più seri: dirigo i pensieri in direzioni per me piacevoli, per esempio verso l’idea della primavera.

Non potrebbe dunque esistere momento migliore per continuare a parlarvi delle collezioni per la prossima bella stagione: quella che ho scelto oggi ha un nome che è tutto un programma. Si chiama Sunrise, ovvero alba, aurora, sorgere del sole: un momento di rinascita, insomma, come quello che corrisponde all’arrivo della primavera.

Sunrise è la collezione primavera / estate 2016 della brava e talentuosa Giulia Marani, giovane stilista che seguo ormai da diversi anni e che, con grande gioia, vedo in costante crescita ed evoluzione.

Ciò che caratterizza fin dal principio il suo lavoro è la volontà di fondere moda e arte, un po’ come avveniva in un glorioso passato: cito come esempio supremo la mia adorata Elsa Schiaparelli e le sue collaborazioni con tanti artisti surrealisti. Giulia concretizza tale volontà scegliendo a sua volta di collaborare, stagione dopo stagione, con vari artisti tra i quali pittori e fotografi. Leggi tutto

Bellezza e poesia nei gioielli di Chiara Lucato

Oggi concludo un viaggio, quello intrapreso per presentarvi alcune delle designer che ho incontrato grazie a Ridefinire il Gioiello, il bellissimo concorso curato da Sonia Catena, storica e ricercatrice d’arte esperta in design del gioiello contemporaneo.

Ridefinire il Gioiello è un progetto che si pone l’obiettivo di diffondere una nuova estetica del monile contemporaneo tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali: edizione dopo edizione, il concorso ha coinvolto più di 2.000 creativi tra artisti, designer e orafi e per l’edizione 2015 si è posto una nuova sfida, ovvero riuscire a creare un Gioiello dell’Altrove in grado di racchiudere in sé l’esperienza del lontano e dello sconosciuto.

Anche per questa edizione, ho avuto il piacere e l’onore di essere media partner del progetto e ho analizzato i 51 progetti finalisti allo scopo di attribuire un premio a un vincitore da me scelto: come ho spiegato nei precedenti post dedicati a Loana Palmas e Alessandra Pasini, la qualità dei lavori presentati è stata tanto alta da indurmi a nominare tre vincitrici, tre giovani donne dotate di grande talento.

Loana è stata la prima ed è poi toccato ad Alessandra: completo il percorso con Chiara Lucato e col suo pendente Il Cantastorie.

La sua creazione ha saputo catturare la mia attenzione grazie a originalità, bellezza e poesia nonché grazie all’idea intrinseca di movimento e alla volontà di rappresentare una cultura diversa e solo apparentemente lontana: il Giappone. Leggi tutto

Alessandra Pasini e il suo viaggio con Moku

Beato chi sa coltivare un proprio mondo interiore riuscendo ad alimentare il lato più poetico della vita; beato chi sa conservare il proprio lato fanciullesco risultando capace di trattenere il bambino che è in ognuno di noi.

Beato chi sa fare tutto ciò, beati coloro che riescono a mantenere vive le speranze e intatti i sogni.

Sono i pensieri che ha fatto nascere in me Alessandra Pasini, una delle designer che ho incontrato grazie a Ridefinire il Gioiello, il bellissimo concorso curato da Sonia Catena, storica e ricercatrice d’arte esperta in design del gioiello contemporaneo.

Ridefinire il Gioiello è un progetto che promuove la creatività e che si pone l’obiettivo di diffondere una nuova estetica del monile contemporaneo tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali: edizione dopo edizione, il concorso ha coinvolto più di 2.000 creativi tra artisti, designer e orafi.

I monili hanno sempre raccontato e documentato usi e costumi, spesso con una valenza sociale e antropologica: l’edizione 2015 si è dunque posta proprio questa sfida, ovvero riuscire a creare un Gioiello dell’Altrove in grado di racchiudere in sé l’esperienza del lontano e dello sconosciuto.

Anche quest’anno, ho avuto il piacere e l’onore di essere media partner del progetto e ho analizzato i 51 progetti finalisti allo scopo di attribuire un premio a un vincitore da me scelto: come ho spiegato recentemente nel caso di Loana Palmas, la qualità dei lavori presentati è stata tanto alta da indurmi a nominare tre vincitori, anzi, tre vincitrici, tre giovani donne dotate di grande talento. Leggi tutto

Loana Palmas e le storie d’Africa in un anello

Negli ultimi tempi, mi succede spesso di incontrare progetti e creazioni che traggono origine e ispirazione dall’Africa: mi è capitato ancora una volta col concorso Ridefinire il Gioiello.

Come avevo raccontato nei miei articoli precedenti, anche quest’anno sono stata media partner di questo bellissimo progetto curato da Sonia Catena, storica e ricercatrice d’arte esperta in design del gioiello contemporaneo: dal 2010, il suo Ridefinire il Gioiello promuove la creatività e ha come obiettivo la diffusione e la valorizzazione di una nuova estetica del monile contemporaneo tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali.

L’obiettivo è – a mio avviso – ampiamente raggiunto e realizzato: edizione dopo edizione, il concorso ha infatti coinvolto più di 2.000 creativi tra artisti, designer e orafi che hanno spinto la loro ricerca ben oltre i confini usuali.

Gioielli e abbigliamento sono in grado di raccontare luoghi e popoli: i monili hanno sempre raccontato e documentato usi e costumi, spesso con una valenza sociale e antropologica. L’edizione 2015 si è posta dunque proprio questo tema e questa sfida, ovvero riuscire a creare un Gioiello dell’Altrove in grado di racchiudere in sé l’esperienza del lontano e dello sconosciuto.

In qualità di media partner del concorso, sono stata chiamata ad analizzare i 51 progetti finalisti allo scopo di attribuire un premio a un vincitore da me scelto: quest’anno, la qualità dei lavori presentati è stata talmente alta da impedirmi di fare un’unica scelta e ho preferito nominare tre vincitori, anzi, tre vincitrici visto che si tratta di tre giovani donne dotate di grande talento. Leggi tutto

Gaia Petrizzi va a Parigi (e io riparto da e con lei)

Non è facile riannodare i fili recisi dall’orrore.
Non è facile ripartire e per giorni ho continuato a chiedermi da dove e con cosa, perché nulla mi sembrava adatto.
Non è facile tornare a parlare di cose belle e leggiadre – nonostante sia un lavoro che faccio con passione: mi sono chiesta seriamente se e quanto avesse un senso.

Dopo molti dubbi, sono infine arrivata a prendere una decisione.
Sì, il senso ce l’ha, visto che opero con grande sincerità e mettendoci tutto il cuore.
Ce l’ha, visto che credo profondamente nella cultura e nella bellezza in tutte le loro forme ed espressioni e visto che credo che esse siano libertà.
Ce l’ha, visto che credo con tutta me stessa che non arrendersi e non farsi cambiare sia la risposta migliore a chi vuole toglierci esattamente tutto ciò, a chi vuole toglierci aria, libertà, gioia di vivere.

Eppure, nonostante questa decisione alla quale sono infine giunta, non riuscivo a scegliere l’argomento col quale ripartire: poi, d’un tratto, la nebbia si è diradata e le idee si sono fatte chiare.

Di Gaia Petrizzi e del suo brand Tupi Tupi avevo parlato diverso tempo fa, più o meno agli inizi dell’avventura di A glittering woman: torno oggi a parlarne con orgoglio per annunciarvi un’esposizione dei suoi meravigliosi gioielli d’arte a Parigi.
Qualcuno potrà pensare: sei pazza, in un momento simile non solo ci parli di gioielli ma per giunta anche di un’esposizione a Parigi?
Ebbene sì, amici miei, è così, perché Parigi è vita, è bellezza, è cultura, è arte, è movimento vivace, è fermento intellettuale: è stata ferita a morte, è vero, ma si rialzerà, ne sono certa, e il modo migliore per aiutarla – a mio avviso – è credere che possa farlo, che possa rialzarsi.

La mostra di Gaia a Parigi era stata fissata prima dell’orrore e continua a essere confermata: considero questo fatto come una vittoria dei valori nei quali credo con convinzione.
E se prima della notte di sangue del 13 novembre avevo già intenzione di parlare di questo evento che si svolgerà nella capitale francese, oggi mi sembra quasi un’esigenza nonché la scelta migliore – forse l’unica possibile – per ripartire qui sul blog, per dare il mio contributo e per dare un messaggio forte: la società civile non si piega né si ferma, né dopo i fatti parigini né dopo i terribili accadimenti in altri luoghi. Leggi tutto

Nel giardino dei ciliegi giapponesi con Queenie Rosita Law

A volte, ho l’impressione che il tempo sia un despota capriccioso: si diverte a tiranneggiarci senza alcuna pietà e rende i nostri impegni simili a macigni pronti a schiacciarci.

Il lavoro, per esempio, occupa gran parte della nostra esistenza, senza far distinzioni o preferenze tra lavoratori dipendenti e freelance: ora che ho provato entrambe le condizioni, posso dirvi che non cambia granché. Molto spesso, da freelance si finisce semplicemente con avere molti datori di lavoro al posto di uno solo.

Terminata la parentesi lavoro, iniziano poi le incombenze familiari, le commissioni da sbrigare, le faccende domestiche.

E, infine, viene il tempo per noi stessi: sì, l’ho messo appositamente per ultimo perché è quello che facciamo più fatica a trovare. Troviamo tempo per tutto, ma non per noi stessi né per concederci un po’ di tregua.

Siamo buffi, vero? Per questo sostengo che – spesso – siamo i peggiori nemici di noi stessi (e io sono una campionessa, potrei vincere una medaglia se esistesse una disciplina olimpica).

Questo piccolo discorso è per dirvi che tutto ciò che parla di tempo (e non mi riferisco al meteo) esercita un’indicibile attrazione sulla sottoscritta: sono affascinata soprattutto quando a raccontare le sue sfaccettature sono artisti che ne hanno fatto il fulcro dei loro studi.

Poco tempo fa, ho parlato di un interessante progetto firmato dal fotografo Davide Cappelletti e incentrato sullo scorrere del tempo in un giardino; una persona che stimo mi ha ora sottoposto un altro progetto molto intrigante intitolato The invisible gap. Leggi tutto

A Milano c’è un giardino incantato

La foto ufficiale della mostra – ph. credit Davide Cappelletti

“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”
In molti l’avranno già riconosciuta: è una delle frasi che William Shakespeare fa dire a Giulietta nel secondo atto della sua tragedia più famosa.
Queste parole hanno sempre colpito la mia fantasia e mi sono tornate in mente quando il mio amico Pierangelo Tomaselli mi ha sottoposto un progetto nato dalla sua collaborazione col fotografo Davide Cappelletti.
Si tratta di una mostra che racconta lo scorrere del tempo in un giardino incantato: attraverso oltre 100 foto scattate con molta pazienza nell’arco di sei mesi, sono state create delle sequenze che mostrano la vita dei fiori in momenti differenti per orario, stagione e condizioni atmosferiche.
È il tempo, quindi, il filo conduttore, il tempo come artefice del divenire e come forza trasformatrice capace di agire sui fiori, autentici protagonisti che vengono ritratti dal miracolo dello sbocciare fino alla poesia dolcemente malinconica del loro appassire.
Davide Cappelletti, milanese, classe 1971, non scatta semplici fotografie: parla attraverso la luce e i colori e lo fa mettendoci anima e cuore. Nei suoi lavori, si ispira ai primissimi fotografi e alla loro visione: essi si riproponevano di dare alla fotografia quella manualità e quel senso estetico tali da elevarla allo status di opera d’arte al pari di pittura e scultura. (Piccolo inciso: guardate la foto qui sopra… Secondo me, Davide riesce magnificamente a raggiungere il suo intento.)
Il progetto nasce dal peregrinare di Davide e Pierangelo, entrambi cittadini del quartiere Rogoredo di Milano: nelle loro passeggiate alla scoperta di nuovi percorsi, si sono imbattuti in un orto tra altri orti, ma che da essi emergeva. Coltivato a fiori più che a ortaggi, ai due è sembrato uno spettacolo di forme e colori differenti ad ogni visita: è stato per loro impossibile non soffermarsi ad osservare e catturare attimi unici.
Conosciuto il giardiniere e ottenuto il libero accesso al giardino, hanno coinvolto altre persone nel progetto che stava prendendo forma nelle loro teste: le fotografie sono andate aumentando e l’energia è dilagata. Pur con tanti sforzi e con pochi mezzi, l’idea è diventata sempre più concreta e oggi è una mostra.
Attraverso il racconto della vita nel giardino, le immagini mirano a comunicare la magia di un angolo di quartiere che cela inattese sorprese accompagnate anche dal racconto “Il giardino incantato” scritto da Daniela Troncacci. “Tra i rami di cespugli rigogliosi, occhi curiosi scrutano, al di là dell’ombra delle fronde, e scorgono la magia di un ameno angolo di mondo, dove qualcosa di straordinario, eppure antico, accade ancora”: così scrive Daniela in un brano del suo racconto che dà anche cenni sul linguaggio dei fiori.
Visto che la Natura ci insegna che nulla finisce e tutto ricomincia, così anche “Il giardino incantato” può essere ovunque: questo è il primo passo di un allestimento che gli organizzatori si ripropongono di portare fuori dal quartiere Rogoredo.
Intanto, se siete a Milano in questi giorni, non perdete la prima tappa: io non mancherò, portando nel cuore i versi shakespeariani che mi sono cari.

Manu

Mostra fotografica “Il giardino e il suo tempo – Forme e colori”
Spazio Socio Culturale Coop, via Freiköfel 7, Milano (quartiere Rogoredo)
Dal 10 al 18 ottobre 2015
Orari di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 18 | sabato e domenica dalle 10 alle 18
Ingresso libero – mezzi pubblici MM3 Rogoredo oppure autobus 84
La mostra, promossa dall’associazione culturale verdeFestival, gode del patrocinio del Consiglio di Zona 4, del Comune di Milano e di ExpoinCittà

Qui trovate la pagina Facebook della mostra e vi saluto con un regalo: qui potete leggere il racconto “Il giardino incantato” scritto da Daniela Troncacci

Il sapore dei gioielli di gusto? Un po’ serio e un po’ surreale

Un paio di settimane fa, qui su A glittering woman, ho parlato di un rapporto particolare e molto creativo, quello tra moda e cibo.

Concludendo il post, ho accennato a una mostra importante: oggi torno a parlarne con gioia poiché giovedì sono stata all’inaugurazione e vi dico subito che l’esposizione è bellissima e che merita una visita.

Si intitola Gioielli di gusto e si tiene a Palazzo Morando, a Milano: l’intento è chiaro anche grazie al sottotitolo, offrire racconti fantastici tra ornamenti golosi.

Aperta dal 18 settembre all’8 dicembre 2015, la mostra si propone come un punto di incontro fra cibo e ornamenti: sono esposti circa 200 affascinanti pezzi d’autore, in un fantastico mix di gioiello, bijou e accessorio moda.

Il tutto propone una riflessione seria ma anche divertente, perché se nell’ambito del gioiello prezioso il cibo è presente da sempre (esistono testimonianze e reperti risalenti al IV secolo avanti Cristo) con significati spesso allegorici (mi viene subito in mente il melograno), con l’avvento del bijou il rapporto è diventato invece surreale, ironico e talvolta anche provocatorio. Leggi tutto

Mariano Franzetti, ricetta per un Choripan d’artista

È inutile girarci attorno: la fine del mese di agosto e l’avvento di settembre a me mettono un po’ di malinconia.

Sarà che agosto è il mese delle vacanze, del sole e dei pensieri in libertà; sarà che settembre mi fa pensare che la bella stagione sta volgendo al termine per lasciare spazio a un nuovo inverno che – come sempre – sarà interminabile, soprattutto per chi detesta il freddo (io!).

E così, ho bisogno di riempire cuore e testa di nuovi progetti: per fortuna, Milano è già piena di mille iniziative. La stagione riparte alla grande e io adoro questo fermento, l’atmosfera effervescente mi stuzzica e mi solletica.

Giovedì, ho vissuto due esperienze molto interessanti e oggi vi parlo della prima: si tratta della mostra personale di Mariano Franzetti presso lo Spazio Sanremo, location suggestiva situata nel distretto denominato 5Vie, uno tra i più storici e interessanti del capoluogo meneghino.

La mostra si intitola Choripan (vi svelerò in seguito il significato del termine) e comprende numerose opere, per la maggior parte inedite, realizzate dall’artista argentino, testimone e interprete ideale del rapporto esistente tra il suo e il nostro popolo: sapevate che più della metà delle persone residenti nel paese sudamericano ha origini italiane?

Mariano Franzetti è nato in Argentina e si poi trasferito in Italia, stabilendosi infine a Milano, città che ospita l’edizione 2015 dell’Esposizione Universale: il percorso espositivo della mostra propone la sua visione molto personale a proposito dei temi dell’Expo e quindi della nutrizione. Leggi tutto

Milano Fashion Week: Giulia Marani e il suo Tetris

Quando ero studentessa, soffrivo spesso della cosiddetta ansia da prestazione e, tra l’altro, a impensierirmi di più erano le materie nelle quali avevo i risultati migliori. Sembra un paradosso ma non lo è.

In quelle materie, infatti, compiti in classe ed esami diventavano banchi di prova continui: sentivo di dover dimostrare di essere all’altezza delle aspettative e temevo di deludere me stessa, i miei genitori e i professori, esattamente in questo ordine.

Quell’ansia era una concomitanza di colpe: un po’ era dovuta al mio carattere e un po’ era causata dal forte senso di responsabilità che i miei mi hanno trasmesso fin da piccola, probabilmente in maniera direttamente proporzionale rispetto al cibo col quale alimentavano il mio corpo.

Oggi non sono molto cambiata e resto il giudice più severo di me stessa: capita che io venga promossa dal giudizio degli altri ma non dal mio che, generalmente, è sempre impietoso. Riservo tutta la mia indulgenza agli altri e a me perdono poco o niente.

Da una parte, tutto ciò è un vantaggio perché mi porta costantemente a tentare di migliorarmi; dall’altra, però, è uno svantaggio perché non mi do tregua né arriva mai il giorno in cui mi dico “brava”.

Quando mi rapporto con stilisti e designer, ho l’impressione che, in molti casi, essi appartengano alla mia stessa categoria: sono eternamente protesi verso il futuro e verso nuovi esperimenti, non si fermano né si concedono tregua. Leggi tutto

Quando moda e cibo se ne vanno a braccetto

Forse, leggendo il titolo di questo post, avete pensato all’eccessiva magrezza di alcune modelle e magari avete pensato che l’accostamento tra moda e cibo sia un paradosso evidente e una stridente contraddizione.

Forse, se un pochino mi conoscete e se avete letto qualche mio precedente post, sapete che ho preso posizione altre volte su quella magrezza e quindi ora temete di sorbirvi l’ennesima filippica.

Nulla di tutto ciò: stavolta desidero trattare il lato più ludico, creativo e divertente di questo rapporto perché stilisti e brand si sono spesso ispirati al cibo e non solo oggi, sull’onda di Expo 2015.

Le ispirazioni gastronomiche si sono spesso intrecciate non solo con l’abbigliamento ma anche col gioiello e tutto ciò per un motivo molto semplice: il cibo è sempre stato sinonimo di vita e molti alimenti (mi viene in mente il melograno) hanno assunto significato di buon auspicio, diventando portafortuna in grado di augurare salute e ricchezza.

Nel ‘900, il secolo che ci siamo lasciati alle spalle, molti stilisti e designer hanno creato abiti e bijou divertenti portando avanti il connubio moda e cibo: penso per esempio a Moschino e poi a Ken Scott, Sharra Pagano, Ornella Bijoux (ricordate, ho parlato di tutti e tre qui sul blog). Leggi tutto

Sopra il Sotto: 24 tombini raccontano arte e moda a Milano

Ieri pomeriggio ero seduta alla mia scrivania quando Enrico, mio marito, è venuto a chiamarmi dicendo “vieni a vedere di cosa stanno parlando in televisione”.
Incuriosita, l’ho raggiunto in salotto: stava iniziando un programma incentrato sulla Bretagna, bellissima regione francese che noi amiamo molto e della quale ho anche parlato qui sul blog attraverso alcuni post pubblicati la scorsa estate.
Sono rimasta colpita dalla parte su Brest, città che noi abbiamo visitato nel 2012: il programma raccontava che, nella zona del porto commerciale, molti muri prima tristemente bianchi o grigi sono oggi ornati da bellissime opere firmate dai cosiddetti street artist.
Le opere sono autentiche pitture murali spesso di dimensioni importanti: in un certo senso, sono la versione moderna degli antichi affreschi e sono stati incoraggiati dalle autorità. Il giornalista spiegava che l’Ufficio del Turismo della città propone, tra i vari tour possibili, anche un itinerario che permette di scoprire questi capolavori d’arte a cielo aperto.
Sapete che sono una grande amante dell’arte e non vi nascondo che mi piace che essa serva a riqualificare le città non restando chiusa in musei e gallerie bensì andando incontro alle persone.
E così, innamorata dell’esempio di Brest, città che come altre ha deciso di dare spazio a questo tipo di creatività, oggi ho pensato di raccontarvi un progetto che riguarda la mia Milano con un altro esempio piuttosto curioso di open air art: le opere non si ammirano ai muri ma… sotto i nostri piedi.
Mi riferisco a Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, un’iniziativa culturale promossa e realizzata da Metroweb, azienda titolare della più grande rete di fibre ottiche d’Europa.
Il progetto Sopra il Sotto nasce dalla volontà di guardare oltre, cosa che mi piace molto. Sotto l’asfalto e sotto i tombini si nasconde la rete in fibra ottica, una sorta di sistema di vene delle metropoli: grazie a questa rete, viaggiano informazioni preziosissime delle quali usufruiamo attraverso telefono, televisione e Internet.
Metroweb ha fatto da mecenate a questo progetto visionario che racconta la rete in un modo diverso grazie a una mostra unica nel suo genere: dal 24 febbraio di quest’anno, via Monte Napoleone e via Sant’Andrea ospitano 24 tombini artistici, pezzi unici e originali, cesellati a rilievo e dipinti a mano, pensati e ideati appositamente da numerosi stilisti, brand e maison che hanno aderito con entusiasmo.
Tra i tombini ce ne sono due progettati da altrettante giovani promesse dello stile: è stato infatti indetto un contest in collaborazione con l’Istituto Marangoni di Milano e una giuria (composta da rappresentanti di Metroweb, di Camera Nazionale della Moda Italiana e della celebre scuola di moda) ha selezionato tra gli studenti i due giovani fashion designer che hanno meglio interpretato il concetto di base. Alessandro Garofolo e Santi – questi i loro nomi – hanno così avuto la soddisfazione di veder realizzato il loro tombino che resterà in mostra fino a gennaio 2016, così come tutte le altre opere.
Questa è la terza edizione di Sopra il Sotto: come già avvenuto nel 2009 e nel 2010, a chiusura della mostra open air i Tombini Art, dopo un attento restauro, saranno battuti all’asta da Christie’s. Il ricavato sarà interamente devoluto a favore di Oxfam Italia, organizzazione non a scopo di lucro che è anche Civil Society Participant di Expo 2015.
Il tombino, oggetto che fa parte dell’arredo urbano, diventa dunque soggetto e lo fa attraverso la moda: il progetto fonde i due lati di Milano, affari ed estro creativo, in una mostra che riesce a portare l’amore per il bello e per il ben fatto dalle passerelle alla strada.
Se vivete a Milano o se avete occasione di visitarla magari proprio per Expo 2015, regalatevi un giro in via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, stavolta a testa in giù e non in su come di solito si fa per ammirare le bellezze architettoniche delle città: in questo caso, l’arte viene messa ai nostri piedi, non solo metaforicamente, e dunque occhio a dove camminiamo 😉
Lo so, i tombini sono fatti per essere calpestati, eppure vi confesso che io non ho avuto il coraggio di camminarci sopra.

Manu

Sopra il Sotto – Tombini Art raccontano la Città Cablata, mostra di 24 tombini ideati dai grandi protagonisti della moda: in ordine di percorso, Giorgio Armani, Just Cavalli, Etro, Missoni, Larusmiani, Laura Biagiotti, Costume National, Moschino, 10 Corso Como, Prada, Trussardi, DSquared2, Versace, Iceberg, Brunello Cucinelli, Hogan, Alberta Ferretti, Valentino, Salvatore Ferragamo, Emilio Pucci, Giuseppe Zanotti Design, Ermenegildo Zegna e con la partecipazione di Istituto Marangoni.
Un progetto di Metroweb da un’idea di Monica Nascimbeni col patrocinio del Comune di Milano. In collaborazione con la Camera Nazionale della Moda Italiana e in partnership con Oxfam Italia.
Dove: Via Monte Napoleone e via Sant’Andrea, Milano
Quando: fino a gennaio 2016, a cielo aperto e sempre visibile night & day
Maggiori informazioni sul sito, sulla pagina Facebook, su Twitter e sul canale YouTube. Qui potete vedere il catalogo e qui il video di presentazione.

Il sito di Oxfam Italia: qui.

A proposito di Brest e dei suoi graffiti: qui potete ammirare uno dei murali opera dell’artista Pakone.

L’arte fuori dai musei, in giro per la città: qui ho raccontato la mostra Milan and the Magic Accessories, qui la riqualifica del sottopassaggio della Stazione Garibaldi e qui la mostra Viaggio in Italia.

La foto che illustra questo articolo mostra uno dei tombini del progetto Sopra il Sotto: è stata scattata il 27-02-2015 dalla mia amica Valentina Fazio e mostra (da sinistra in senso orario) me, la stessa Vale e Alessia Foglia (o meglio i nostri piedi!) attorno al tombino “Walk in Progress” firmato Giuseppe Zanotti Design.

Il gioiello crea dialoghi tra Italia e Giappone

Progetto Dialoghi: due creazioni e le rispettive ispirazioni degli artisti

L’amicizia è un ponte, mi disse una persona tanti anni fa.
Allora ero giovanissima e non so quanto in quel momento veramente compresi il significato profondo dell’affermazione: comunque mi colpì, tanto che me la ricordo con precisione ancora oggi, fase della mia vita in cui – credo – sono più pronta a coglierne la verità nonché le profonde sfumature.
Sì, l’amicizia crea ponti importanti e fa in modo che persone diverse tra loro per educazione, cultura e tradizioni possano costruire un dialogo: lo fa attraverso molti strumenti e stavolta è il gioiello contemporaneo a creare un nuovo legame tra Oriente e Occidente.
Talvolta, quando ci si trova a dialogare con persone di lingua diversa, viene spontaneo usare le mani muovendole in gesti riconoscibili: un maestro orafo spinge la propria gestualità ben oltre, le sue mani si muovono e creano oggetti capaci di parlare, abbattere barriere e gettare ponti. È da questa idea che è nato il progetto Dialoghi.
Frutto di anni di lavoro tra i direttivi di AGC (Associazione Gioiello Contemporaneo) e JJDA (Japan Jewellery Designers Association), il progetto riesce a legare due realtà apparentemente lontane – l’italiana e la giapponese – attraverso il potenziale artistico intrinseco nel gioiello contemporaneo.
Quaranta autori italiani (membri di AGC) e quaranta giapponesi (membri di JJDA) sono stati selezionati e gemellati: ogni coppia ha prodotto due pezzi e ciascun membro si è ispirato alla cultura del paese del proprio collega. Gli autori si sono dunque conosciuti e confrontati, si sono scambiati immagini d’arte e hanno avviato il processo creativo che culmina ora in una serie di eventi espositivi tra Italia e Giappone.
Al termine delle varie esposizioni, all’interno di ogni coppia ci sarà uno scambio: ogni partner donerà all’altro la propria creazione allo scopo di sottolineare ulteriormente l’intrecciarsi di una nuova conoscenza, di un legame intimo, di una nuova amicizia.
E a proposito di amicizia, mi piace sottolineare che il prossimo anno ricorrerà l’anniversario dei 150 anni di quella esistente proprio tra Italia e Giappone: il primo Trattato di Amicizia e Commercio fra il Regno d’Italia e l’Impero del Giappone fu infatti firmato nel 1866 e Dialoghi è anche uno splendido modo per portare avanti questo ormai storico rapporto.
Il progetto è stato inaugurato ufficialmente il 3 luglio presso l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo: sarà poi il Museo d’Arte di Kofu a ospitare la mostra dal 19 al 28 settembre, mentre a ottobre ci sarà la prima tappa italiana al Museo d’Arte Orientale di Roma.
Nel 2016, i lavori si sposteranno tra il Museo del Bijou di Casalmaggiore (del quale ho già parlato precedentemente), il Museo del Mediterraneo di Livorno e la Fondazione Cominelli di Cisano di San Felice, in provincia di Brescia: l’itinerario si chiuderà infine a Padova nella cornice dell’Oratorio di San Rocco.
Sono entusiasta di tutto ciò: il Giappone mi incuriosisce enormemente (e sogno di andarci) e sapete quanto io ami il gioiello e quanto apprezzi la sua dimensione contemporanea, quindi non vedo l’ora di avere l’occasione di visitare una o più delle tappe italiane. Sono curiosa di conoscere le ispirazioni e i riferimenti suggeriti dagli scambi e di vedere ciò che ne è nato.
E infine, concedetemi un piccolo moto d’orgoglio: tra gli artisti italiani selezionati, ce ne sono alcuni che conosco personalmente e qualcuno che è già apparso qui sul blog. Un applauso particolare ad Anna Maria Cardillo, Clara Del Papa, Lucilla Giovanninetti, Chiara Scarpitti e Silvia Valenti nell’attesa di conoscere presto tutti gli altri, di persona o attraverso i loro lavori che, sicuramente, saranno in grado di creare nuovi ponti. E nuova amicizia.

Manu

AGC Associazione Gioiello Contemporaneo: qui il sito e qui la pagina Facebook.
JJDA Japan Jewellery Designers Association: qui il sito e qui la pagina Facebook.
Tutti i dettagli del progetto Dialoghi: qui.
Per chi ha la fortuna di poter andare in Giappone: qui il sito Museo d’Arte di Kofu.
Per le tappe italiane: qui il Museo d’Arte Orientale di Roma, qui il Museo del Bijou di Casalmaggiore, qui il Museo del Mediterraneo di Livorno, qui la Fondazione Cominelli e qui l’Oratorio di San Rocco di Padova.

Qui trovate il mio incontro con Anna Maria Cardillo, qui quello con Chiara Scarpitti, qui quello con Lucilla Giovanninetti e qui trovate un guest post scritto da Silvia Valenti.

Gabriella Giuriato e le Geometrie di Vetro

Ipazia di Gabriella Giuriato nei suoi due lati

Amore per la vita e per la bellezza senza confini né fisici né mentali: è ciò che mi piacerebbe essere in grado di trasmettere attraverso questo spazio web.
La vita riesce sempre a sorprendermi attraverso le sue tante manifestazioni e forme: oggi, in questa nuova Pillola di mondo, assume quella delle opere di Gabriella Giuriato, artista nella quale mi sono imbattuta grazie a Claudia, compagna di un recente viaggio.
(E, come sempre, tengo a sottolineare l’importanza della complicità e del saper fare squadra tra noi donne.)
In concomitanza col famoso Festival dei Due Mondi di Spoleto, Gabriella Giuriato è ospite della Galleria POLID’ARTE: fino al 19 luglio, la mostra Geometrie di vetro presenta una nuova sfaccettatura della continua ricerca estetica di questa artista.
Gabriella, veneziana, si è fatta conoscere per le sue sculture sferiche lavorate a collage: ha deciso di estendere la tecnica a un materiale strettamente legato alla sua città, ovvero il vetro.
Dopo avere steso un disegno preparatorio, Gabriella ha disposto i motivi geometrici in tinte contrastanti in vetrofusione su una lastra anch’essa di vetro, tagliata a disco: il tutto è stato poi fuso in forno.
L’operazione, essendo sperimentale, ha richiesto tempo, energie, riflessioni e prove, ma ha infine dato ottimi risultati: a lavoro felicemente completato anche grazie all’abilità e all’esperienza dei maestri vetrai della ditta Ragazzi di Murano, i dischi si sono confermati una riuscita e inedita espressione della sensibilità artistica di Gabriella Giuriato e del suo particolare utilizzo del colore.
In queste sue creazioni, il monocolore dello sfondo fa risaltare l’imprevedibilità e l’armonia dei soggetti in rilievo: non solo, essi si propongono diversi per forma sulle due facce.
I dischi possono infatti essere visti da entrambi i lati, rivelando incastri di motivi geometrici nonché un riuscito effetto di cromie in una sorta di gioco positivo – negativo.
Per completare la mostra, Gabriella ha anche elaborato dei tondi in legno sulle cui superfici sono nati affascinanti collage in vetro.
I dischi di Gabriella portano nomi di famosi uomini di scienza – Euclide, Pitagora, Archimede, Talete: l’opera che ho deciso di mostrarvi per illustrare questo post porta il nome dell’unica donna tra loro, Ipazia.
La mia scelta è tutt’altro che casuale: sono stata colpita dal colore utilizzato, forte e pieno di vita, e la figura di Ipazia mi affascina fortemente.
Vissuta nell’Antica Grecia, Ipazia era una matematica, astronoma e filosofa che brillava per il suo intelletto e per le sue intuizioni: la barbara uccisione ad opera di un gruppo di fanatici ha fatto di lei una martire della libertà di pensiero e un eterno simbolo che nei secoli è stato celebrato in romanzi, poesie, opere teatrali, quadri e, ai giorni nostri, in un film (Agorà del regista Alejandro Amenábar).
Il libero pensiero, il fanatismo, le donne abusate: tanti argomenti attuali.
E pensate a quante donne ci sono in questa storia: Gabriella, Ipazia, Claudia, io che ho provato a raccontarvi il tutto e tutte coloro che leggeranno e che – spero – avranno voglia di saperne di più, di persona o attraverso il web.
Ovviamente, gli uomini sono più che benvenuti.

Manu

Mostra Geometrie di vetro di Gabriella Giuriato
POLID’ARTE Centro Culturale di Annamaria Polidori
Via Duomo 27 – Piazza della Signoria 5
A Spoleto (PG) fino a domenica 19 luglio 2015
Orari d’apertura: da mercoledì a domenica 10:30 – 13 e 16:30 – 20 (chiuso lunedì e martedì)
Qui trovate il sito POLID’ARTE e qui il sito di Gabriella Giuriato
Un grazie particolare a Claudia Sugliano per avermi introdotto Gabriella Giuriato

Piccola fuga in Costa Azzurra tra Biot e Nizza

Una cosa che mi piace fare è guardare ciò che conosco e che mi è familiare da un differente punto di vista.

Per questo non mi stanco mai, per esempio, di tornare in alcuni luoghi che amo: sono sicura che, ponendomi nei loro confronti con mente e cuore aperti, troverò sempre nuovi modi di viverli. E poi penso che, pur conoscendo bene un posto, c’è sempre qualcosa che ci sfugge e questo vale anche per la città o il paese nella quale viviamo: esiste sempre una prospettiva diversa attraverso la quale vedere cose, persone e luoghi.

E così, quando sono stata invitata per un tour in Costa Azzurra, ho accettato con grande entusiasmo: nonostante conosca abbastanza bene quella zona, ero certa che avrei avuto l’opportunità di fare nuove scoperte e così, infatti, è stato.

Una delle scoperte principali di questo piccolo viaggio è stata la cittadina di Biot, incantevole perla che si trova tra Nizza e Cannes, a pochi minuti dal blu intenso del Mar Mediterraneo. Leggi tutto

Chi ha svelato tutti i segreti di Zio Paperone?

Ci sono giorni in cui mi sento indisciplinata, scapestrata e birichina come una bambina un po’ monella: forse non sono mai cresciuta del tutto.

Eppure vi dico che tutto ciò, in fondo, non mi dispiace: non è poi un male conservare un lato fanciullesco e la capacità di provare stupore e meraviglia; trovo positivo evitare di prendermi troppo sul serio e riuscire a divertirmi anche con poco.

Al contrario, ci sono cose in cui sono cresciuta fin troppo: il senso della responsabilità e del dovere, per esempio, mi caratterizza da sempre e credo che mi perseguiti, in un certo modo, fin da quando andavo all’asilo.

Quindi, per me la leggerezza è un gran dono: mi tengo stretto il mio lato infantile perché mi serve a riprendere fiato e a rendere sopportabile il lato serioso e cerco di fare andare d’accordo la parte burlona e quella seria. Un giorno, sarò una nonnetta sprint (si fa per dire, visto che non ho figli), magari con le sneaker ai piedi.

A ogni modo: ci sono giorni in cui la parte burlona e quella seria si mettono subito d’accordo e si stringono la mano soddisfatte com’è accaduto sabato scorso, giorno in cui sono stata all’inaugurazione di una mostra capace di rendere felici bambini e adulti. Leggi tutto

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