Un anello anzi mille: perché amo tanto gli anelli / seconda parte

Era il 22 dicembre 2016, quasi un anno fa, quando ho pubblicato un post dedicato a una parte della mia enorme collezione di anelli.

L’anello è un monile che mi affascina a tal punto che, per esempio, ho scritto un articolo per SoMagazine raccontando alcune delle tante declinazioni possibili perché, tra tutti gli oggetti che hanno funzione ornamentale, gli anelli sono forse i più ricchi di significati, sia quelli che scegliamo per noi sia quelli che regaliamo.

Ma né un anno fa nel mio primo post fa né tanto meno oggi ho alcuna intenzione di fare un trattato serio attorno agli anelli (non che quel mio articolo per SoMagazine avesse la pretesa di essere ciò, era solo un piccolo excursus tra storia e curiosità che, tra l’altro, un giorno mi piacerebbe riprendere, approfondire e sviluppare).
Comunque, oggi desidero piuttosto parlarvi del mio rapporto emozionale con gli anelli e ancor di più condividere semplicemente ulteriori foto.

I gioielli in generale e gli anelli in particolare sono pezzi di noi, della nostra vita, del nostro cuore, di momenti speciali e significativi, di chi ce li ha donati e, in alcuni casi, di chi li ha fatti per noi, così come mi capita con alcuni dei designer dei quali ho avuto la fortuna e l’onore di scrivere.

Un anello, per esempio, è spesso veicolo di ricordi e di legami. Leggi tutto

Mario Giansone, se l’arte si trasforma in gioielli da indossare

Mercoledì 11 ottobre sono stata a Torino per un viaggio stampa che mi ha dato l’opportunità di assistere all’anteprima della mostra dedicata al Maestro Gianfranco Ferré e ai suoi gioielli presso Palazzo Madama (qui trovate il mio racconto e tutti i dettagli).

Oltre a tale mostra (meravigliosa!), il viaggio mi ha dato la possibilità di visitare una seconda esposizione ospitata nella stessa sede e dedicata ancora una volta al gioiello: ho potuto così rimediare a una mia precedente assenza (nonostante avessi ricevuto il gentile invito anche per quell’anteprima non ero infatti riuscita ad andare) e ne sono stata felice poiché tale mostra mi incuriosiva molto, visto che presenta il lavoro di un artista e designer che – lo confesso – non conoscevo.

E così, Palazzo Madama conferma ancora una volta la sua vocazione: essere un Museo di Arte Antica interessato a documentare il nesso stringente esistente tra scultura e pittura da una parte e le cosiddette Arti Decorative o Applicate dall’altra (tra le quali il gioiello), mai considerando queste ultime quali arti minori, come ha ben spiegato lo stesso direttore Guido Curto proprio in occasione della presentazione della mostra dedicata a Ferré.

Detta vocazione viene confermata presentando fino al 29 gennaio 2018, al secondo piano in Sala Atelier, un’esposizione dedicata ai gioielli in oro forgiati dall’artista torinese Mario Giansone (1915-1997), uno dei più valenti scultori italiani del Novecento: i suoi erano capolavori concepiti per essere indossati dalle tante signore che Giansone frequentava e ammirava, ricambiato grazie al suo fascino un po’ misterioso. Leggi tutto

Gioielli e Ornamenti di Gianfranco Ferré visti Sotto un’altra Luce

È grazie ai miei genitori che ho avuto una bella infanzia, felice al punto tale che le esperienze di quegli anni si sono poi trasformate in splendidi ricordi e sono diventate le basi delle mie odierne sicurezze di persona adulta.

Tra i tanti ricordi pieni di tenerezza, calore e divertimento, figurano anche i primissimi approcci con la moda: per esempio, ricordo la mia prima borsetta (ero davvero piccina e a testimoniarlo ci sono alcune foto negli album di famiglia) e ricordo altrettanto bene quando mia sorella e io trascorrevamo interi pomeriggi a disegnare figurini, immaginando anche di frequentare gli stilisti che erano famosi in quegli anni, Maestri del calibro di Giorgio Armani, Valentino, Gianni Versace, Ottavio Missoni, Franco Moschino, Gianfranco Ferré.

Ebbene sì, eravamo due bambine dotate di grande fantasia e di idee già chiare ed ecco perché affermo che la moda è una malattia con la quale sono nata.

Immaginate dunque la gioia che provo oggi ogni volta in cui ho la possibilità, il piacere e l’onore di essere testimone di eventi che celebrano la vita e il lavoro di coloro che – da sempre – sono per me modelli e icone.

Immaginate l’emozione che ho provato mercoledì mentre, seduta in una delle meravigliose sale di Palazzo Madama a Torino, ascoltavo con estrema attenzione grandi professionisti impegnati a presentare una mostra importantissima che si intitola Gianfranco Ferré – Sotto un’altra Luce: Gioielli e Ornamenti. Leggi tutto

Bianca Cappello e il Gioiello nel Sistema Moda: Storia, Design, Produzione

Il fatto che io nutra passione per chi ha talento non è certo un mistero per chi frequenta (grazie ) questa mia piccola wunderkammer virtuale.

Né è un mistero il fatto che io creda che il talento possa avere varie forme e che altrettanto io sia convinta del fatto che esso si accompagni ad altre due doti: la passione e la bellezza interiore, ovvero un animo ricco di positività e curiosità. Credo anche che il talento, dono innato, vada poi coltivato e alimentato attraverso lo studio e il lavoro.

Ecco, oggi desidero parlarvi di una persona che possiede tutto ciò in abbondanza, ovvero talento, passione, bellezza d’animo. E che lavora alacremente per mettere a buon frutto dette doti.

Il suo talento non è quello di creare abiti né accessori né gioielli: il suo talento straordinario è quello di studiare e conoscere il sistema moda nel suo complesso e nelle sue declinazioni, riuscendo poi a condividere tale capitale di conoscenza in modo coinvolgente.

La persona si chiama Bianca Cappello e il suo è un nome che ho spesso citato nel blog e non solo: posso affermare senza tema di smentita che il suo grande talento è quello della capacità di divulgare e comunicare, come cerco anch’io di fare nel mio piccolo e certo senza la pretesa di paragonarmi nemmeno lontanamente alla grande expertise di Bianca.

Bianca Cappello, storica e critica del gioiello, è docente, coordinatore e curatore di conferenze e seminari sulla storia del gioiello e della bigiotteria, attività che completa con pubblicazioni su questo argomento. È curatore di mostre per musei ed enti pubblici ed è consulente curatoriale di collezioni museali. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole: Pamphlet, racconti di grazia e leggerezza

Tanto amo la leggerezza quanto, in misura inversamente proporzionale, non sopporto la superficialità.
Mi piace che le cose, anche quelle piccole, siano fatte con cura, attenzione, amore. Perché le piccole cose, in realtà, sono sintomatiche del modo in cui affrontiamo le grandi.

Ecco perché, quando ho ricevuto ciò che avevo ordinato dal sito di Greta Bellini alias Pamphlet, una delle mie scoperte più recenti su Instagram, ho per prima cosa fotografato il pacchetto.
I suoi gioielli pieni di grazia, poesia e delicatezza mi hanno conquistata al primo sguardo e, quando è arrivato quel pacchetto che era stato preparato con cura e amore evidenti, ho capito di non essermi sbagliata.

Come dicevo, mi sono innamorata delle creazioni di Greta immediatamente, con moto istintivo, con il cuore e con la pancia: solo in un secondo momento, quando ad acquisti ricevuti ho avuto conferma della mia prima sensazione spontanea, ho fatto ulteriori ricerche.
E ciò che ho scoperto mi ha confermato ancora una volta che (quasi) nulla avviene per caso e che esistono delle affinità elettive attraverso le quali ci avviciniamo a qualcuno per una sorta di intuito quasi impossibile da spiegare o definire a parole, per poi accorgerci che a naso abbiamo scelto qualcuno che ci assomiglia, che ha qualcosa in comune con noi.

La formazione di Greta, mantovana, è di stampo artistico (diploma all’istituto d’arte, diploma in grafica, attestato di ceramista) eppure, per una serie di coincidenze, dopo gli studi, si trova a lavorare per diversi anni come impiegata in vari settori.
Nel 2010 però, dopo anni di insoddisfazioni, capita una cosa: Greta conosce una ragazza che vive della sua arte realizzando quadri e l’incontro con questa persona le dà lo stimolo per riprendere a creare e così, per gioco, iniziano i suoi primi esperimenti con la cartapesta, materiale che la incuriosisce.

La voglia di imparare, di dare una svolta decisiva alla sua vita e i primi riscontri positivi: tutti questi motivi spingono Greta a lasciare il lavoro per dedicarsi completamente al suo progetto per il quale sceglie il nome Pamphlet che non è affatto un caso.

Già, perché cosa significa pamphlet?
«Il pamphlet è un genere letterario situabile tra lo scritto polemico e quello satirico (…): tendenzialmente l’autore del pamphlet presenta il proprio testo come uno sfogo estemporaneo, come una reazione viscerale di fronte ad una situazione non più sostenibile.»

Et voilà: per Greta tutto nasce dall’esigenza di tornare a creare che diventa, appunto, la sua reazione viscerale davanti a una situazione lavorativa che non le piace più.
Ed ecco l’affinità forte tra me e lei: entrambe sembravamo avere due vite ormai tracciate e ben delineate, diciamo tranquille, eppure entrambe abbiamo lasciato il certo per l’incerto per seguire e inseguire una passione.
E, per giunta, ciò è avvenuto anche nello stesso periodo, lei a Mantova e io a Milano, per finire poi a incontrarci grazie a Instagram.

Ma torniamo all’approccio di Greta con la cartapesta, approccio che possiamo definire da autodidatta: eppure, sono proprio l’inesperienza e la voglia di sperimentare a dare origine alle cose che produce oggi.
Utilizza infatti la cartapesta come base per i suoi gioielli e la riveste con altra carta che poi vernicia con un particolare procedimento che la rende simile alla ceramica: nel corso degli anni, ha così sviluppato e perfezionato una tecnica del tutto personale, ottenendo bijou che sono pezzi unici, interamente fatti a mano.

I pregi del materiale usato da Greta sono la leggerezza e l’estrema versatilità: dalla base, può ritagliare qualsiasi forma e per la copertura usa carta originale delle pubblicità Anni Cinquanta, vecchie poesie, francobolli oppure progetta una serie infinita di motivi, grafiche e carte colorate che disegna e stampa lei stessa e che le permettono di dare origine a diverse collezioni.

Il tema del viaggio è ricorrente e la collezione Le Voyage, ricoperta con carta proveniente da vecchi atlanti, ne è la sintesi.
Da una vacanza in Andalusia è nata la collezione Alhambra e da un’altra in Grecia è nata la collezione Meltemi (il vento secco e fresco che soffia nell’area del mar Egeo in estate), mentre da una vacanza in Marocco arriva Medina, un mix di colori e geometrie che rievocano fortemente il Mediterraneo.

Un’altra sua collezione trae invece ispirazione dall’ikebana, l’arte orientale della disposizione dei fiori recisi: i gioielli dell’omonima collezione sono realizzati in cartapesta che successivamente Greta ricopre con le pagine di un vecchio libro giapponese aggiungendo fiori stampati e ritagliati. Il tutto viene infine trattato e laccato, come sempre.

Quella di cui mi sono innamorata io e che mi vedete indossare nella foto di apertura è la Sailor Collection, ovvero barchette e pesci in cartapesta tagliati a mano – come in ogni caso – e ricoperti con carta a righe rossa e blu, con colori e grafiche ideate e stampate da Greta.
Di chiara ispirazione marinaresca (e chi mi conosce bene sa che io ho il mare dentro nonché acqua salata che mi scorre nelle vene insieme al sangue), i gioielli di questa collezione hanno un inserto tratto dal celeberrimo romanzo Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.

«Per realizzare tali creazioni – racconta Greta – ho frullato vecchi quotidiani per creare la cartapesta. Una volta asciutta, ho tagliato a mano le forme e l’ho ricoperte con una carta che ho realizzato e stampato. Nella parte laterale ho applicato un pezzetto di carta tratto dal romanzo di Hemingway, scegliendo con cura le parole. Questo conferisce unicità: i gioielli non sono replicabili perché le scritte cambiano su ogni pezzo. Infine, ho verniciato il tutto in modo da ottenere un effetto laccato lucido.»

Lo ammetto: colpita e affondata.
Così mi dichiaro davanti alle barchette di Pamphlet e ai versi di Hemingway.

Le irregolarità che i gioielli di Greta possono eventualmente presentare (io non ne ho trovati, giuro, e chi mi conosce sa quanto io sia perfezionista) sono da considerarsi la peculiarità del lavoro artigianale e la prova del fatto che nulla viene realizzato meccanicamente o mediante l’uso di stampi.
E per chi avesse dubbi o perplessità, segnalo che la cartapesta laccata resiste perfettamente alla pioggia e agli schizzi: naturalmente, i gioielli non vanno immersi in acqua perché potrebbe filtrare.

La curiosità e la voglia di sperimentare spingono Greta e il suo Pamphlet verso progetti sempre nuovi e diversi (un’altra somiglianza tra lei e me…) e dunque chissà dove altro la sua fantasia la condurrà, a quale viaggio, a quale esplorazione e, conseguentemente, a quale collezione.

(Vi spiffero che, seguendo Greta su Instagram, so che attualmente sta facendo uno splendido viaggio in Danimarca… Chissà cosa le suggeriranno quei luoghi meravigliosi…)

Sapete qual è un’altra cosa che davvero adoro?
La dichiarazione di Greta a proposito della sua svolta: «a distanza di sette anni, posso ritenermi più che soddisfatta della scelta che ho fatto».
Ne sono felice, Greta: continua a regalarci grazia, poesia e delicatezza, continua a farlo con cura, attenzione, amore.

Visto che vi ho già dato il suo account Instagram qui sopra, concludo aggiungendo il sito nel quale trovate tutte le collezioni nonché l’e-shop: vi lascio anche la sua pagina Facebook.

Io torno alle esplorazioni che tanto amo, anche grazie al mio account Instagram.
L’ho scritto spesso, Instagram è diventato per me un nuovo terreno di caccia, di un safari senza armi, senza vittime, senza trofei.
O forse l’arma è quella della curiosità e il trofeo è la gioia che provo ogni volta in cui sento di aver trovato un altro luminoso ed evidente talento, come quello di Gloria.
Il bello è che se la curiosità è un’arma e la gioia è un trofeo… nessuno dei due produce però vittime – anzi, al contrario.

E allora, in quest’ottica di continua scoperta e condivisione, vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Baulhaus e la bellezza dell’ironia intelligente

Adoro l’ironia.
Quella intelligente, però.
Quella sana.
Quella ben fatta, l’ironia che mira a costruire divertendo e non a distruggere per pura cattiveria.

Dunque, quando mi sono imbattuta nei gioielli in ceramica di Laura Bosso alias Atelier Baulhaus, ho sentito che era nato un amore a prima vista.
Prendete la collana con pendente qui sopra: è perfetta per me, grazie al suo messaggio ironico.
«Non MOLARE mai»
Già.

Baulhaus è un progetto nato nel 2015 e dà vita a gioielli irriverenti e originali, con un design che spazia da suggestioni pop al rockabilly Anni Cinquanta, creando anche un punto di incontro tra scultura e illustrazione.
Rigorosa e tradizionale qualità Made in Italy, bon-ton francese, humour inglese: sono gli ingredienti principali delle ceramiche artigianali di Laura, fatte a mano, capaci di mostrare e dimostrare come un materiale da molti ritenuto fragile e pesante possa in realtà essere estremamente versatile, divertente e divertito.

Il design irriverente ma allo stesso tempo sofisticato delle creazioni Baulhaus sfida infatti il luogo comune che vuole che la ceramica sia prettamente legata alle suppellettili per la tavola e ai complementi d’arredo, ricollocandola invece nell’universo dell’accessorio per la persona.

«I Baulhaus – racconta Laura – non sono semplici oggetti da indossare: sono dotati di una forte base concettuale e auto-ironica. Così, i possessori possono vestirsi di eleganza e originalità, divertendosi allo stesso tempo.»

La sua creatività propone un viaggio tra peperoncini, limoni, medaglioni anti-buonismo, rivisitazioni di cuori ex voto e ispirazioni provenienti dalla cultura del Novecento, come per esempio i riferimenti alla (grande) Frida Kahlo.

Io che sono allergica a cliché, pregiudizi e omologazione, penso da tanto tempo che la ceramica sia anche meglio quando è applicata al gioiello, soprattutto se con l’aggiunta di un tocco ironico, e così Atelier Baulhaus è entrato a pieno titolo nella mia collezione e tra i miei pezzi preferiti.

Sto già dunque meditando sul mio prossimo acquisto: un medaglione I’m not anti-social, I’m anti-idiots oppure le spille Les Filles ispirate alle note di Jacques Brel oppure la collana con crudité varie?
E, intanto, non mi separo più dal mio molare.

Non ci credete?
Guardate qui, qui e qui, perché l’ironia (intelligente, lo ribadisco) si abbina bene a ogni outfit, senza controindicazioni.
Come il cacio sui maccheroni, insomma 😉

E se anche voi avete voglia di un’iniezione di leggerezza (da non confondersi con la superficialità), condivido con piacere tutti i modi per contattare Laura: qui trovate il sito Baulhaus, qui la pagina Facebook, qui l’account Instagram (e attraverso entrambi noterete che per Laura l’ironia è uno stile di vita, evviva) e qui il suo negozio online su Etsy (proprio dove io ho comprato il molare).

E vi segnalo anche che, per tutto il mese di agosto, Laura ha attivato una promozione speciale proprio su Etsy: utilizzando il codice Summerblh al check out, si potrà godere dello sconto 20%.
E poi non dite che non sono un’amica, condivido con voi chicche delle quali dovrei essere gelosa: la voglia di condividere, però, prevale sempre.

E allora, in quest’ottica di condivisione, vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Serena Ciliberti e il coraggio della fantasia

Mesi fa, in occasione del quarto compleanno di A glittering woman, ho scritto che i creativi, i designer, gli stilisti, gli artisti dei quali mi occupo e dei quali racconto qui nel blog nonché attraverso i miei canali social, soprattutto attraverso Instagram, sono diventati membri di una famiglia che ho scelto e alla quale tengo molto.

Una famiglia che costruisco giorno dopo giorno, fatta di persone in gamba, volenterose, volitive, estrose, talentuose, capaci, coraggiose.
Persone delle quali sono orgogliosa, come se fossero davvero sangue del mio sangue, anche perché il talento e la passione che esso genera sono in realtà legami forti, capaci di unire le persone oltre le parentele di DNA o di legge.

Nutro immensa stima e ammirazione per chi come loro ha il coraggio della fantasia.
Perché se avere fantasia e creatività è spesso un dono innato, decidere di assecondare tali doti e di non imbrigliarle, decidere di non omologarsi è un’altra cosa: è una scelta. Precisa e molto, molto coraggiosa.
Ammiro le persone che non hanno paura di impegnarsi, di lavorare sodo, di inventare, di sperimentare, di rompere i confini imposti dall’omologazione e dalla banalità.

Ecco perché scelgo e sceglierò sempre le creazioni di Serena Ciliberti alias Sere Ku.

Ecco perché la sostengo e la sosterrò sempre e perché, dopo averle dedicato un primo post nel 2014, oggi torno a dedicarle una delle mie scelte in pillole.
Perché c’è bisogno di ironia e di auto-ironia e perché un po’ di sano divertimento non ha mai ucciso nessuno.
Anzi, al contrario, in verità ironia e divertimento allungano l’esistenza – proprio come una pillola salvavita.

Sapete cosa mi fa davvero impazzire di Serena Ciliberti? La capacità di guardare un oggetto e di vedere ben oltre il suo utilizzo normale, quotidiano e più scontato.
Con lei, qualsiasi cosa può diventare un gioiello, un ornamento per il corpo; e se quel certo oggetto – non so, per esempio una sedia – non ha le dimensioni idonee per diventare gioiello, potete giurare sul fatto che lei lo studierà e riuscirà a prepararne una versione miniaturizzata, naturalmente con proporzioni perfette.
Non solo: nel caso in cui si parli di oggetti funzionanti (cito lettori di musica digitale, matite giapponesi minuscole, biro, rossetti), Serena salvaguarda la loro funzione, ovvero inserisce l’oggetto all’interno del gioiello e lo rende anche utilizzabile.
Dunque con il lettore si può davvero ascoltare musica, con le biro si può scrivere e le matite possono essere temperate – e usate.

Quello tra me e Serena Ciliberti è un rapporto fatto di stima reciproca (mi permetto di affermarlo e ne sono orgogliosa), un rapporto nato a inizio 2013 e che si rinnova e cresce anno dopo anno.

Ho un’ampia collezione dei suoi pezzi e potete averne prova guardando proprio il mio profilo Instagram citato in principio.
Indosso spesso le sue creazioni e possiedo uno dei suoi anelli con le matitine giapponesi, una paure collana e anello con uova in padella (qui e qui la indosso), diversi gioielli con le scarpine di Barbie (qui, qui, qui e qui in indossato), collane con strumenti musicali in miniatura (qui e qui e che indosso qui, qui e qui), una collana con volti in porcellana (che indosso qui e qui), orecchini con mini seggioline (li vedete anche nella foto qui sopra) oppure una collana con mini divani (e qui e qui la indosso), una collana con miniature di profumi (un pezzo unico, prodotto in pochissimi esemplari tutti diversi tra loro) e un’altra con i rossetti (che indosso qui e qui), un anello e degli orecchini con miniature dei vecchi telefoni con cornetta (qui e qui), una collana con ditali da cucito

Potrei continuare ancora a lungo, perché nei miei cassetti ho tanti altri pezzi, per esempio un paio di collane fatte con cucchiaini oppure un anello fatto con il metro da sarta.

A questo punto, se anche voi volete trarre beneficio dalla sana ironia di Serena Ciliberti, vi lascio i suoi dettagli: qui trovate il suo sito (che include lo shop online), qui la sua pagina Facebook e qui l’account Instagram.

E a me non resta che darvi appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

 

 

Le mie scelte in pillole: Officine Gualandi e le dipendenze positive

Ci sono cose che creano dipendenza, a volte in negativo e altre – per fortuna! – in positivo.
Officine Gualandi, il marchio 100% Made in Italy del quale vi parlo oggi, rientra decisamente e ampiamente nel secondo caso, quello delle dipendenze positive.

Dopo aver acquistato da loro un primo anello-bottone in ceramica smaltata (lo vedete qui e qui), ho capito che non sarebbe rimasto… solo a lungo: infatti, appena ho visto un secondo anello a righe (quello della foto qui sopra e che potete vedere anche qui e qui), non ho potuto resistere!
Colori vivaci e brillanti, forme accattivanti, prodotti ben fatti: questi sono alcuni degli elementi del lavoro di Officine Gualandi, elementi che vanno a creare un capitale di positività enorme la quale, a sua volta, dà luogo a dipendenza.
Anche perché, ora che sono al secondo acquisto, so di poter contare sulla qualità del loro lavoro così come sulla loro professionalità e gentilezza.

Renato Di Tommaso (disegnatore, scultore, designer), Simone Vetromile (graphic designer e social media manager) e Tania Vetromile (storica dell’arte con esperienza in comunicazione e organizzazione di eventi) vivono a Roma e insieme hanno creato Officine Gualandi, progetto che mette insieme le loro passioni, gli interessi, le abilità e le esperienze eterogenee.

Nato nel 2012, il loro laboratorio creativo progetta e realizza complementi di arredo e accessori di design che comprendono anche bijou.
Il trio dedica una speciale attenzione ad alcune lavorazioni artigianali e ad alcuni materiali: in particolare, la ceramica è protagonista di creazioni non solo 100% Made in Italy, come scrivevo in principio, ma anche 100% frutto dell’ingegno e delle scelte Made in Officine Gualandi.

«Serialità e unicità del manufatto, per noi, non sono estremi che si escludono, ma strategie produttive che si intersecano, in una continua vocazione alla ricerca e alla sperimentazione»: così raccontano e trovo che il loro punto di vista sia molto interessante.
È vero, non è detto che serialità e unicità siano estremi che si escludono, non se a fare da trait d’union sono qualità e cura.

«Il lavoro procede accorciando le distanze fra i diversi ambiti di produzione e relazione – continuano – e manteniamo vicine le idee alle mani e alle macchine. Crediamo nella nuova fioritura artigianale, in cui la manualità non è altro rispetto alla preparazione e formazione intellettuale.»
Bravi ragazzi, questa è musica per le mie orecchie!

Insomma, cari amici che mi fate il dono di leggere ciò che scrivo, la conclusione è che Officine Gualandi è consigliatissimo e rientra a pieno titolo tra le scelte in pillole che vi sto più o meno scherzosamente somministrando in questa calda estate.
Se anche voi – come me – credete che la bellezza sia una delle poche dipendenze che valga la pena di coltivare, allora avete trovato l’azienda e i prodotti giusti!

Come sempre, però, mi piace che siate voi che state leggendo a verificare in prima persona e ad avere l’ultima parola: io mi limito a condividere e a suggerire ciò che amo e per questo vi lascio volentieri tutti gli estremi di Officine Gualandi, perché possiate farvi la vostra opinione.

Qui trovate il loro sito (nel quale peraltro trova posto anche un interessante blog); qui trovate la pagina Facebook, qui l’account Instagram, qui quello Twitter.
E se anche voi amate lo shopping via web, vi lascio anche il link del negozio virtuale Officine Gualandi nel marketplace Etsy, proprio dove ho comprato i miei due anelli.

A me non resta che darvi appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Buh Lab e la curiosità di Francesca

Qualcuno dice che sono buona in quanto parlo bene dei brand dei quali mi occupo.
In realtà non è così, non è affatto questione di una mia presunta bontà: semplicemente, seleziono alla fonte e scarto già a priori tutto ciò che non soddisfa i miei criteri.
Perché dovrei parlare di prodotti che non mi piacciono oppure che non riesco a comprendere e ad apprezzare?
Le mie sono opinioni e non sentenze, dunque sono certa che ciò che non piace a me troverà altri estimatori capaci di argomentare circa la validità di quei progetti.
Ho rispetto della fatica altrui, io: mai direi cose terribili come certe frasi che leggo in giro, perché so bene che creazione e creatività prevedono (quasi) sempre sacrificio.
Le rarissime volte in cui ho fatto critica negativa nei confronti di qualche brand miravo ad arrivare all’elaborazione di una teoria più ampia, usando però sempre termini rispettosi, costruttivi e non distruttivi (spero!).

Dedico molto tempo a ciò che viene chiamato scouting, ovvero alla ricerca del talento.
Faccio ricerche continue, in molti modi e usando vari mezzi (tecnologici e non) nonché vari canali; poi contatto il marchio che ha catturato il mio interesse, a volte presentandomi come redattrice o come blogger, altre volte agendo in incognito come semplice cliente.
Ed ecco perché vi dico che non sono affatto buona: sono peggio di San Tommaso, l’apostolo più dubbioso. Ho bisogno di toccare con mano, di saggiare.
Dopodiché, se sono soddisfatta, mi piace condividere le scoperte con voi che mi fate il dono di leggere questo spazio o di seguire i miei account social, soprattutto Instagram.

Oggi desidero condividere con voi proprio una di tali scoperte.
L’ho fatta recentemente grazie a MAD Zone, concept store meneghino che apprezzo fortemente e del quale ho scritto altre volte, un’autentica fucina di talenti tra arte, moda e design, una wunderkammer magistralmente condotta e armonizzata (fatto molto importante!) dalla brava Tania Mazzoleni.
E la scoperta fatta grazie a MAD Zone porta il nome Buh Lab.

Buh Lab è frutto dell’insaziabile curiosità artistica ed estetica di Francesca, palermitana di origine e cittadina del mondo per vocazione.

I suoi lavori – come per esempio il pendente che ho scelto e che è ritratto qui sopra tra le mie mani – riescono a raccontare la vita e i sogni da più angolazioni: idee, ricordi ed esperienze vengono cristallizzati in piccole opere da indossare che mutano di fronte allo sguardo dello spettatore, assumendo significati sempre diversi eppure riuscendo a mantenere inalterato il loro intento artistico e il loro spirito pop-irriverente.
Grazie alla duttilità del materiale utilizzato, una speciale plastica termoretraibile, ogni opera si trasforma in tela sulla quale vivono e convivono disegni, piccole geometrie e racconti anche un po’ surreali che parlano di natura e di vita quotidiana.

Dopo aver compiuto il suo primo viaggio con la fantasia, Francesca ha scoperto che restare immobile non poteva essere contemplato nella sua esistenza e ha iniziato un continuo pellegrinaggio, a volte virtuale con la mente e altre volte reale con il fisico.
Oggi si muove tra Spagna, Romania, Svezia e Italia, nazioni molto diverse fra loro sia per clima culturale sia per spunti estetici: questi Paesi si tramutano in luoghi dai quali assorbire ogni stimolo possibile proveniente da arte, cultura, musica.
Per Francesca ogni sfumatura del mondo è infatti fonte di ispirazione continua, un’ispirazione che si riversa nella sua arte e nelle sue creazioni.

Volete conoscerla meglio? Qui trovate la pagina Facebook di Buh Lab e qui trovate l’account Instagram.

E intanto io vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Arm party: la festa è proprio qui, sulle nostre braccia

L’estate è per eccellenza la stagione in cui tornano trend e mode che possiamo considerare veri e propri tormentoni.

Ogni estate ha il motivo musicale che la caratterizza diventando un po’ croce e un po’ delizia (un tormentone, appunto): parallelamente, è la stagione in cui tornano tutti quei trend che farebbero esclamare «avanguardia pura» alla protagonista di una famosa pellicola.

Ricordate Miranda Priestly nel film Il diavolo veste Prada? È così che la temibile e influente direttrice della rivista di moda Runway – proprio esclamando «avanguardia pura» – reagisce davanti alla proposta di una collaboratrice di realizzare un servizio in stile floreale per la primavera.

Oltre allo stile floreale, credo che desterebbero in Miranda la stessa reazione le borse e i cappelli di paglia, i capi a righe o a pois o a quadretti Vichy, le espadrilles o espadrillas. E potrei continuare.

Sì, perché tutti questi capi, accessori o fantasie tornano ciclicamente nei nostri armadi e io oserei affermare che più che rappresentare dei trend stagionali sono ormai diventati dei classici senza tempo di cui ogni tanto la moda torna a innamorarsi, come farebbe un’amante capricciosa.

Oltre a ciò che ho già citato, aggiungerei quello che le cosiddette trendsetter chiamano arm party. Leggi tutto

Il rosso? Lo amo e lo porto perché supera le mode e dà energia!

Quando mi chiedono quale sia il mio colore preferito sono sempre un po’ in imbarazzo.

Perché? Perché la risposta è piuttosto articolata.

Prima cosa, vado a estro (o follia…) del momento: succede che, per intere settimane, io non riesca a liberarmi del nero, mentre capitano periodi in cui vesto in maniera piuttosto colorata. Passo da un estremo all’altro, insomma, come mi capita spesso e in diversi ambiti: mai mezze misure, io!

C’è da dire che, anche quando sono nel periodo total black, in genere riservo comunque al colore qualche piccolo spazio o almeno un accenno, per esempio attraverso qualche accessorio.

Sono dunque una persona che ama il colore in generale e che non può farne a meno, sia anche solo a piccole dosi.

E tra i colori non ne ho uno preferito in particolare: mi è capitato di scegliere capi e accessori azzurri, verdi, gialli, arancioni. Amo perfino il viola (tanto!), tinta disdegnata da molti: non sono minimamente superstiziosa.

Se devo invece indicare un colore che non mi è particolarmente gradito, devo ammettere che negli ultimi anni faccio molta fatica a portare il marrone: è strano, anni fa mi piaceva e lo indossavo, spesso e volentieri. Leggi tutto

Ridefinire il Gioiello dà l’avvio a dolci conversazioni

Continuo a dare il mio sostegno al talento, alla bellezza e alla cultura attraverso il nuovo capitolo di uno dei miei progetti preferiti: Ridefinire il Gioiello.
Sono passate solo due settimane dal mio post più recente su tale argomento ed eccomi qui a parlarvi di una nuova iniziativa voluta da Sonia Catena, la vera anima del progetto.

Faccio un breve riassunto.
Ridefinire il Gioiello è nato nel 2010 e negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema (sempre diverso) nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

Dal 2014, sono tra i media partner del concorso e, a ogni edizione, attribuisco un premio a un vincitore da me scelto, ovvero un articolo di approfondimento: un paio di settimane fa, ho appunto raccontato il mondo di Alba Folcio, la vincitrice da me scelta per l’edizione 2016-2017, edizione che ha avuto un tema particolarmente stimolante, ovvero i libri, i racconti e la poesia.

Sonia è già prontissima a lanciare un nuovo tema e per l’edizione Dolci conversazioni chiede agli artisti di progettare e realizzare un gioiello a tema food.

Ovvero chiede di progettare pezzi unici ispirati alle atmosfere, ai sapori e ai colori della tavola; storie di cibo, allegre, ironiche e divertenti narrate attraverso materiali sostenibili e sperimentali.

Il progetto è condotto in collaborazione con il Gruppo Duetorrihotels, una realtà che ama investire nei giovani e nella cultura: gli hotel del gruppo sono luoghi di grande storia, da sempre frequentati dagli artisti di tutte le epoche, e custodiscono al proprio interno capolavori artistici.

I gioielli saranno dunque esposti nei quattro Luxury Hotel del gruppo (Bernini Palace | Grand Hotel Majestic | Due Torri Hotel | Hotel Bristol ), in varie tappe da ottobre 2017 a febbraio 2018, e dialogheranno con altrettanti pasticcieri, uno per ogni città, ovvero nell’ordine Firenze, Bologna, Verona e Genova.

I maestri pasticcieri realizzeranno dolci ispirati ai gioielli fra soffici spume, deliziose panne montate, mousse tentatrici e fragranti paste frolle. La progettualità dei designer si fonderà con l’estro dell’alta pasticceria, creando dolci conversazioni condotte grazie a linguaggi diversi eppure ugualmente artistici e creativi.

Inutile dire che – considerato il mio amore per la buona tavola – la nuova idea di Sonia mi piace moltissimo: ecco perché sono felice di darne diffusione.

Non mi resta altro che precisare che le iscrizioni al concorso sono aperte fino al 31 agosto 2017: qui potete scaricare il bando completo di Dolci conversazioni.

E io concludo affermando che, secondo me, è un bando goloso, da leccarsi le dita, dunque partecipate numerosi!

Manu

 

Qui trovate il sito del progetto Ridefinire il Gioiello, qui la pagina Facebook e qui Twitter

Io & Ridefinire il Gioiello:
Edizione 2016/2017 – qui trovate il mio articolo su Alba Folcio, la mia premiata; qui quello sulla partenza del progetto con le tappe principali e qui quello sulla pubblicazione del bando di concorso.
Edizione 2015 – qui trovate il mio articolo su Loana Palmas, la mia prima premiata; qui quello su Alessandra Pasini, la mia seconda premiata; qui quello su Chiara Lucato, la mia terza premiata; qui trovate il mio articolo sulla serata di inaugurazione e qui quello sulla pubblicazione del bando di concorso. Qui, infine, trovate il mio articolo su un ulteriore incontro tenuto sempre nell’ambito delle tappe dell’edizione 2015.
Edizione 2014 – qui trovate il mio articolo sulla manifestazione 2014; qui quello su Alessandra Vitali, la designer che ho scelto di premiare.

Alba Folcio, la bellezza genera bellezza, dal gioiello all’arte, senza confini

Pur essendo sempre disposta a mettermi in discussione, esistono questioni sulle quali ho invece opinioni ben salde e difficilmente modificabili: in questi casi, risulto ostinatamente e irriducibilmente convinta, cocciuta come un mulo.

Per esempio, sono fermamente convinta del fatto che solo chi ha la bellezza in sé – come inclinazione naturale e come educazione sentimentale e culturale – sia in grado di restituire altra bellezza.

Più vado avanti e più incontro persone che confermano la mia teoria e oggi desidero parlarvi di una di tali persone: vi prego, fatemi dono di un po’ del vostro tempo e vi racconto tutto, per bene e con ordine.

Come ho narrato in altre occasioni, dal 2014 sono tra i media partner del concorso Ridefinire il Gioiello e, a ogni edizione, attribuisco un premio a un vincitore da me scelto, premio che consiste in un articolo di approfondimento.

Ridefinire il Gioiello è un progetto nato nel 2010 da un’idea dalla curatrice Sonia Patrizia Catena. Negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.

È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza al tema, ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva. Gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti da un’unica tematica e per l’edizione 2016/2017 tale tematica è stata quella di libri, racconti e poesie.

I monili sono stati chiamati a diventare parole preziose, piccoli libri d’artista indossabili: frasi oppure versi sono diventati materia tangibile in grado di incantare, sorprendere, meravigliare e conquistare.

Dal 22 al 28 marzo, la sesta edizione di Ridefinire il Gioiello è stata ospite presso lo Spazio Seicentro di Milano dove sono stati presentati 41 gioielli inediti, progettati da artisti italiani e stranieri: durante la serata inaugurale, sono stati proclamati i vincitori selezionati da ogni partner.

Per quanto riguarda me, posso dire di aver accuratamente preso visione di tutti i gioielli e di aver fatto la scelta non senza difficoltà. Come sempre, infatti, ho trovato parecchi lavori interessanti e, dunque, non è stato facile decidere.

Eppure, da subito, ho ristretto la selezione ad alcuni pezzi e, alla fine, mi sono lasciata guidare da diversi criteri inclusi cuore, emozione e istintività, presupposti che – a mio umile avviso – devono oggi condurci nella scelta di un monile contemporaneo. Leggi tutto

Handmade Dreams, i sogni che luccicano sono fatti a mano

Ieri sera, sono stata all’inaugurazione di una mostra a Palazzo Morando: visto che è molto interessante (con ingresso gratuito, tra l’altro) e che dura purtroppo solo fino a domenica 21 maggio, ho voluto scrivere e pubblicare questo post subito, senza perdere nemmeno un prezioso istante.

La mostra si chiama Handmade Dreams, Contemporary Czech Fashion Jewellery e nasce dal Museo del vetro e del bijoux della città di Jablonec nad Nisou per portare a Milano una significativa selezione di importanti pezzi artistici che illustrano la tradizione boema antica di 400 anni e che continua ancora oggi.

Se qualcuno è un lettore davvero assiduo di A glittering woman ricorderà forse che la produzione della Repubblica Ceca è già stata oggetto di un altro mio post grazie a una precedente mostra curata da Bianca Cappello e Giorgio Teruzzi a Casalmaggiore. Ed è stata proprio Bianca, bravissima storica e critica del gioiello, a presentare ieri sera la mostra a tutte le persone intervenute a Palazzo Morando.

Dovete sapere che, all’epoca della mostra a Casalmaggiore, io – molto incuriosita – avevo avuto l’occasione di fare alcuni approfondimenti (grazie Bianca!), apprendendo per esempio che Jablonec nad Nisou è un’importante culla dell’industria del vetro.

Pensate che le prime tracce di gioielli in vetro – perline e braccialetti – risalgono addirittura a 300 anni prima di Cristo a opera dei Celti. Leggi tutto

A glittering woman… e siamo arrivati a quota quattro :-)

Talento, capacità, creatività, estro, passione: sono i termini più ricorrenti in questo blog.
Eppure, come per una sorta di beffarda legge del contrappasso, devo ammettere di non avere nessun talento né artistico né creativo.
Questa consapevolezza si trasforma in un grande rammarico, anche se non sono una persona che vive di rimpianti.
Il rimpianto è in effetti un sentimento che non mi appartiene: sono per l’azione, penso, decido e agisco, e quindi capita raramente che io mi rimproveri per non aver fatto quel che avrei dovuto fare.
Soffro invece ogni tanto di rimorsi, proprio per il fatto di essere spontanea, istintiva e talvolta impulsiva: agisco spesso di pancia e di cuore e ammetto, quindi, che ci sono cose che non rifarei. Leggi tutto

Andrea de Carvalho, arte senza confini dalla pittura al gioiello

Oggi parlo – nuovamente e con immenso piacere – di una realtà che gode di tutta la mia stima.

Nell’ambito della recente Milano Design Week, sono tornata a fare visita a MAD Zone, concept store meneghino che apprezzo fortemente e del quale ho scritto spesso, un’autentica fucina di talenti tra arte, moda e design, una wunderkammer magistralmente condotta e armonizzata (fatto importante!) dalla brava Tania Mazzoleni.

In via Brera 2, per tutta la durata della MDW, è stato possibile visitare l’allestimento Erotic Pop Design | The Contemporary Design of Love, un progetto di Tania con sottotitolo assai chiaro, ovvero Quando l’amore contagia il design e viceversa.

L’esposizione risultava ironica e divertente, per nulla volgare né morbosa, perfetta per risvegliare i sensi e ricordare che seduzione ed erotismo partono (o dovrebbero partire) dalla nostra testa.

Dalla moda al design di interni passando per il gioiello, tra i creativi e gli artisti che Tania ha voluto coinvolgere nel progetto Erotic Pop Design, sono rimasta molto colpita da Andrea de Carvalho e così è lei la protagonista della storia che vi racconto oggi.

Andrea de Carvalho nasce a San Paolo, in Brasile, nel 1966.

La madre, pittrice, la fa studiare presso la scuola tedesca Waldorf: poi, a soli vent’anni, nel 1986, Andrea si trasferisce a Parigi dove studia fashion design e storia della moda.

Nella capitale francese frequenta la École Jeoffrin Byrs des Arts, de la Mode et dy Stylisme e nel 1989, diploma in tasca, rientra a San Paolo dove inizia a dipingere: diventa assistente del pittore italo-brasiliano Gaetano Miani al seguito del quale, nel 1991, si trasferisce in Italia. Leggi tutto

Paola Brunello e Rosso Cuore fanno viaggiare Nellie Around The World

Questa è la cronaca di un incontro che ha come palcoscenico la mia amata Milano – ancora una volta.
Una Milano che in questi giorni profuma di primavera, una Milano che per un’intera settimana – la scorsa – è stata ancora più speciale grazie al Fuorisalone, il grande evento dedicato al design.

Milano è la mia città, lo sapete, ed è anche la città di Paola Brunello, la protagonista della storia di oggi.
Anche se oggi vive a Fano, Paola è milanese di nascita: ci siamo incontrate grazie al web a ennesima dimostrazione che è possibile usare la rete in modo costruttivo.
Poi, sono state proprio la nostra Milano e la Design Week a offrirci l’occasione per concretizzare i primi contatti virtuali.

Dovete sapere che, per parecchi anni (ben dodici, per l’esattezza), Paola ha girato l’Italia in lungo e in largo per il suo magnifico lavoro: è costumista e scenografa teatrale.
Poi, piano piano, ha iniziato a sentire il bisogno di fermarsi e di fare qualcosa di interamente suo: è nato così, nel 2014, il brand Rosso Cuore.
In principio, ci sono stati oggetti di design per la casa, talmente belli e curati che Paola è stata scelta e invitata da diversi saloni italiani e internazionali dei quali è stata ospite.
È stato un grande successo, da Milano a Parigi.

A questo punto, però, Paola ha sentito il bisogno di un’ulteriore evoluzione per sé e per Rosso Cuore: voleva fare qualcosa di personale, da indossare, da portare con sé fuori dalle mura di casa.
E così, ha pensato di mettere insieme alcune delle cose che ama, come le spille (un monile che ha sempre indossato e che si porta vicino al cuore) e i viaggi.
E ha pensato che il tutto potesse essere unito da una figura femminile straordinariamente forte, visto che nel frattempo si era innamorata di Nellie Bly.

Elizabeth Jane Cochran, classe 1864, nota con lo pesudonimo Nellie Bly (nome tratto da una famosa canzone popolare), è stata una giornalista statunitense, per l’esattezza una delle prime giornaliste investigative nonché un’autentica pioniera del genere di giornalismo sotto copertura.

L’indagine più famosa della Bly fu quella relativa a un ospedale psichiatrico: si lasciò ricoverare e quindi sottoporre alle stesse terribili condizioni delle pazienti e la sua inchiesta confermò la cattiva fama del sanatorio in questione, più simile a un luogo di reclusione che di cura.
L’inchiesta (conosciuta con il nome Ten Days in a Mad-House) apparve sulla stampa e destò grande scalpore, tanto che furono presi provvedimenti e vennero aumentate le sovvenzioni per migliorare lo status delle pazienti.

Tale forma di giornalismo – agire in incognito e ottenere una storia – divenne il modus operandi di Nellie Bly: testarda e audace, si occupò in seguito di temi quali lo sfruttamento delle operaie, il destino dei bambini non desiderati, le condizioni di lavoro delle domestiche, la vita in un istituto di carità.

Nellie divenne inoltre nota per il suo giro del mondo da record, completato in soli 72 giorni a cavallo tra il 1889 e il 1890, emulando Phileas Fogg, il protagonista de Il giro del mondo in ottanta giorni, celeberrimo romanzo di Jules Verne. Leggi tutto

Carlo Zini, il grande bigiottiere che ha avuto la fortuna di fare ciò che sognava di fare

È con grande tristezza che condivido la notizia
della scomparsa di Carlo Zini che si è spento il 3 novembre 2021.
Vorrei poter chiudere gli occhi e fingere che non sia vero,
perché persone come lui sono eterne – o almeno tali mi piace pensarle…
E così, oggi più che mai, questo articolo diventa per me prezioso,
il ricordo indelebile di un incontro con un uomo speciale.
Riposa in pace, Carlo. A tutti noi resta il dono della tua arte.

 

Sono molto felice di segnalare una mostra stupenda che è stata inaugurata lo scorso sabato.

Ancora una volta, si tratta di una mostra che riguarda il bijou e il bijou di altissima qualità; ancora una volta, si parla di Made in Italy, uno dei miei argomenti del cuore; ancora una volta, la mostra è curata da Bianca Cappello, preparatissima esperta del gioiello della quale scrivo sempre con grande piacere; ancora una volta, lo scenario è quello offerto dallo splendido Museo del Bijou di Casalmaggiore, uno dei luoghi in cui mi sento a casa.

Fino al prossimo 4 giugno, tale Museo ospita infatti la prima antologica interamente dedicata a Carlo Zini, uno degli storici bigiottieri italiani.

E io vi consiglio di non perderla: vale davvero la pena di vederla.

Per fare il pieno di bellezza, talento, capacità; per essere orgogliosi una volta di più del nostro splendido Paese che ha talenti come Zini, professionisti come Bianca e luoghi dove si fa cultura. Vera. Reale. Concreta. Senza spocchia, senza paletti, senza compartimenti stagni. Perché la bellezza è educazione e cultura. Perché quando parliamo di moda e gioiello parliamo a tutti gli effetti di arti applicate.

Ma procediamo con ordine. Leggi tutto

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