Love Therapy, l’Alfabeto Elio Fiorucci (ri)letto dagli studenti di Brera

La mostra Love Therapy – Alfabeto Elio Fiorucci in un mio scatto

Giusto qualche giorno fa, nel post dedicato alla special sale del guardaroba di Franca Sozzani, parlavo di moda come linguaggio e – conseguentemente – come codice e alfabeto; eccomi allora a parlarvi oggi di un altro alfabeto, quello del grande, indimenticato e indimenticabile Elio Fiorucci.

Fino al 21 febbraio, l’ex Chiesa di San Carpoforo ospita la mostra Love Therapy – Alfabeto Elio Fiorucci a cura di Floria Fiorucci (Creative Director dell’Archivio Love Therapy) e Paola Maddaluno (docente di Design del Tessuto).

Insieme ai lavori degli studenti del corso di Design del Tessuto dell’Accademia di Brera, Love Therapy – Alfabeto Elio Fiorucci presenta materiali (oggetti, tessuti, abiti, documenti cartacei) appartenenti all’archivio Love Therapy, ovvero il brand ideato nel 2003 da Elio Fiorucci con l’intento di proseguire la sua rivoluzione d’amore iniziata nel 1967 con l’apertura del negozio Fiorucci in Galleria Passarella a Milano.

Partendo dal presupposto che la bellezza sia fantasia e libertà, Elio Fiorucci ha sempre voluto portare avanti un discorso improntato all’etica, sostenendo che «un’attività commerciale o industriale deve partire da un progetto spirituale, perché i consumatori sono sempre in grado di riconoscere i valori essenziali di un prodotto».

Elio Fiorucci ha dunque scelto di comunicare amore attraverso la moda: ha voluto trasmettere gentilezza e rispetto verso il prossimo con abiti, accessori e oggetti allegri e colorati, innovativi e di buon design, capaci di infondere un sentimento di ottimismo e celebrano la gioia di vivere.

Oggi Love Therapy è diretto dalla sorella Floria la quale continua a promuovere uno stile segnato dal senso della libertà e dall’attenzione alle culture che nascono dalla strada.

Grazie a Love Therapy – Alfabeto Elio Fiorucci si può assistere a un dialogo originale e inatteso. Leggi tutto

YOOX ospita in esclusiva Franca Sozzani Private Collection

Quando ho fondato questo piccolo spazio web, ho voluto raccontare nella pagina Chi sono il mio pensiero circa abiti e moda.

Ho raccontato come io consideri la moda una forma di cultura, una modalità di libera espressione e di comunicazione personale e sociale, un linguaggio istantaneo e immediato che amo e rispetto.

Ho raccontato come io pensi che l’estetica non può e non deve essere slegata dall’etica e dai contenuti: la moda non è mera apparenza, può (e per me deve) essere anche sostanza ed essenza.

Ho raccontato come io – altamente imperfetta – abbia scelto una dimensione che molti credono essere basata esclusivamente sull’apparenza; ho raccontato come io abbia deciso di lavorarci portando testardamente avanti la mia visione basata (anche) su contenuti e sostanza.

Ho raccontato infine che per me i vestiti non sono fatti per farci apparire più giovani o più magri – o non solo per quello: i vestiti sono suggestioni e sogni tradotti in stoffa e noi, a nostra volta, possiamo sceglierli affinché ci rappresentino, attraverso la nostra interpretazione e personalizzazione, attraverso sottrazioni o aggiunte, per comunicare con gli altri e per raccontare chi siamo.

Sarò stupida, illusa, pazza, visionaria, cocciuta, ostinata ma nessuno mi fa cambiare idea: ancora oggi, continuo a credere che la moda non sia solo un bel vestito o il bel visino di una modella.
Continuo a credere che sia molto di più.
E continuo a credere fermamente che la moda debba essere inclusiva, ovvero essere rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono.

Se tutto ciò è vero, se la moda è linguaggio, allora un guardaroba è un codice.
E costruire il proprio guardaroba, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, è come lavorare alla scrittura di un codice. Leggi tutto

Rob Pruitt x YOOX Migration Moving Blanket, il progetto tra design e antropologia

Rob Pruitt x YOOX. Migration Moving Blanket, 2018 ®Justin Jay

Oggi scelgo di parlarvi di un argomento che si è guadagnato immediatamente la mia attenzione poiché unisce un artista e uno store online in un progetto di design che profuma di antropologia: si tratta di Rob Pruitt che debutta in esclusiva su YOOX con il progetto Migration Moving Blanket, 2018.

Artista intenso ed eclettico, Rob Pruitt si muove con grande agilità attraverso ogni mezzo espressivo.
Nato nel 1964 a Washington, vive e lavora a New York: ha studiato al Corcoran College of Art and Design di Washington e alla Parsons School of Design di New York e ha esposto nei più prestigiosi musei del mondo, con mostre personali e collettive dalla Tate Modern di Londra a Palazzo Grassi a Venezia passando per il Guggenheim Museum di New York.

Fondato nel 2000, lo store online YOOX offre un’ampia scelta di capi d’abbigliamento e accessori per uomo e donna, moda bimbo, un assortimento di oggetti di design, brand attenti alla responsabilità sociale e ambientale: propone anche collaborazioni esclusive con rinomati artisti internazionali, proprio come quella della quale desidero raccontare.

L’artista statunitense debutta online con Rob Pruitt x YOOX. Migration Moving Blanket, 2018, un progetto speciale realizzato in esclusiva per YOOX che presenta una serie di quaranta pezzi unici, coperte in edizione limitata, ciascuna accompagnata dal proprio certificato di autenticità firmato e numerato.

Conosciuto per lo stile esuberante e in continua evoluzione, Pruitt e la sua opera trascendono specifici movimenti e tecniche artistiche: il suo sguardo disincantato e colto spazia tra arte, sociologia e antropologia e le sue innumerevoli forme espressive lo hanno visto cimentarsi con panda serigrafati e dinosauri cromati, scarabocchi terapeutici e frigoriferi antropomorfi.
Pruitt prende citazioni visive della nostra epoca e le ripropone in opere coloratissime: usa l’arte come veicolo di denuncia sociale, per arrivare direttamente al nucleo di questioni culturali e politiche fondamentali.

Rob Pruitt x YOOX. Migration Moving Blanket, 2018 trae ispirazione dalla complessa questione delle migrazioni intese come fenomeno sia naturale sia sociale.

Nel mondo naturale, le specie animali migrano stagionalmente alla ricerca di luoghi più agevoli e sicuri; allo stesso modo, gli esseri umani migrano per sfuggire da forme di tirannia, dittatura e autocrazia o si trasferiscono con la speranza di trovare migliori condizioni di vita.

«Come animali umani, ci spostiamo dalla privacy delle nostre case agli spazi pubblici ed è interessante per me osservare come il pensiero politico viene espresso in entrambi i luoghi.»
Così dice Rob Pruitt del suo lavoro.

Naturale prosecuzione di American Quilts, la sua più recente produzione artistica, la serie creata in esclusiva per YOOX è stata realizzata decorando coperte di produzione industriale con l’applicazione di stampe serigrafate di oche, animale migratore per eccellenza, stilizzate e trasformate in motivi geometrici ispirati ai pixel digitali e ai quilting squares, i tradizionali elementi decorativi delle trapunte (in inglese quilt).

Rob Pruitt x YOOX. Migration Moving Blanket, 2018 ha debuttato su YOOX ieri, 7 febbraio, con l’inizio della fiera di arte e design Nomad St. Moritz dove, fino all’11 febbraio, il progetto sarà esposto in anteprima assoluta (potete dare un occhio qui, qui, qui e qui).

Perché ho scelto di parlarvi di questo progetto?

Perché la migrazione – e mi riferisco soprattutto a quella umana – è una questione particolarmente attuale e che solleva molte discussioni: ci sono molti modi di occuparsene e io mi sono presa una buona dose di insulti ogni volta in cui mi sono espressa sui social network.
Non mi importa ribadire ora quale sia la mia posizione; mi sta più a cuore che se ne parli, possibilmente civilmente.
E se ne può parlare in tanti modi, ripeto, e dunque anche attraverso un progetto di arte e design: tutte le motivazioni della mia scelta sono racchiuse alla perfezione dalla dichiarazione di Beatrice Trussardi, curatrice della sezione DESIGN+ART di YOOX.

«Rob Pruitt ha risposto con entusiasmo e generosità all’invito a realizzare un progetto speciale per la nostra gallery e lo abbiamo scelto perché è un artista che non ha timore di confrontarsi con la realtà che lo circonda, anche quando è scomoda o difficile, e perché è capace di scardinare luoghi comuni e tabù con gesti ironici che celano profondità di analisi e di pensiero. Le opere che ha realizzato per YOOX rappresentano un commento arguto alla complessità del tema delle migrazioni, di ieri e di oggi: non multipli in serie ma quaranta pezzi unici, uno diverso dall’altro, come uniche e individuali sono le storie delle persone che per qualsiasi ragione si trovano a dover lasciare la loro terra d’origine per un luogo nuovo, con il loro carico di timori e aspettative per il futuro

Ad accompagnare il progetto Rob Pruitt x YOOX. Migration Moving Blanket, 2018 c’è anche il video con il quale concludo questo post: 400 miglia separano New York dal confine canadese e YOOX le ha percorse tutte simulando un tipico trasloco americano.
Un pick-up, una poltrona avvolta nella Migration Moving Blanket di Rob Pruitt e un viaggio suggestivo, metafora del concetto di migrazione.

E io non ho davvero niente di più da aggiungere se non lasciarvi il link nel caso in cui vogliate dare un occhio ai pezzi di Pruitt su YOOX.

Manu

Sicis Jewels e V&A Museum, il micromosaico e il valore del tempo

Quasi cinque anni fa, precisamente in aprile 2014, ero stata invitata all’inaugurazione della boutique Sicis Jewels di Milano, in via della Spiga.

Il nome Sicis vi è magari familiare e forse lo è per quanto riguarda l’architettura e il design d’interni: il brand si occupa in effetti di mosaico artistico in tali ambiti e ha poi portato la sua maestria nel mondo del gioiello attraverso il micromosaico.

Come avevo raccontato in un post seguito a quella meravigliosa avventura, in boutique mi era stato spiegato che il periodo di maggior splendore dell’arte del micromosaico è stato il XVIII secolo, quando i maestri mosaicisti romani esportavano le loro parure di gioielli in tutto il mondo e soprattutto presso le corti di Parigi e San Pietroburgo, per le collezioni private delle famiglie reali con nomi del calibro di Maria Luisa d’Austria e Carolina e Giuseppina Bonaparte.

A dare risalto ai gioielli realizzati con la tecnica del micromosaico fu anche, già a partire dal XVII secolo, la pratica del Grand Tour, il viaggio intrapreso dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea per visitare le città d’arte italiane allo scopo di conoscerne la cultura, l’arte e le antichità.
Proprio grazie a questo turismo di élite, nacquero vari laboratori artigianali nei quali si realizzavano souvenir di alta qualità tra i quali micromosaici raffiguranti soggetti neoclassici e vedute di monumenti, fiori, animali e scene di vita popolare.

Si può dunque affermare che mosaico e micromosaico siano interpreti multi sfaccettati di tempi, tradizioni, stili e perfino trend, già da molti secoli.

La continua ricerca di nuove esperienze e la passione per l’arte musiva: sono i due elementi che hanno portato Sicis Jewels ad approfondire sempre più la tecnica e la storia del micromosaico nonché la sua applicazione nella gioielleria. Leggi tutto

AAA cercasi Un Talento per la Scarpa con Sammauroindustria e Cercal

Ciò di cui vi parlo oggi nasce da due mie certezze quasi assolute.

La prima certezza – o forse sarebbe meglio dire consapevolezza – è il fatto che le scarpe sono una delle mie (tante) debolezze: l’ho appena ammesso anche nel post precedente parlando di sneaker.

La seconda certezza è che uno dei motivi per i quali ho fondato questo blog è fare scouting sostenendo il talento in qualsiasi sua forma: creare scarpe è un’attività complessa per persone decisamente piene di talento.

In ambito moda, la calzatura è infatti probabilmente quanto di più difficile si possa creare poiché richiede molteplici capacità nonché competenze.

La scarpa è in fondo una meravigliosa quanto delicata opera di architettura e progettazione e sono dunque molto felice di ospitare un’iniziativa che si pone l’obiettivo di trovare nuovi talenti per la moda calzaturiera.

C’è infatti ancora un mese per prendere parte alla 19esima edizione di Un Talento per la Scarpa, concorso internazionale per giovani stilisti promosso da Sammauroindustria (l’associazione che raggruppa i principali imprenditori del distretto di San Mauro Pascoli con nomi del calibro di Casadei, Giuseppe Zanotti, Pollini, Sergio Rossi) insieme a Cercal (Centro Ricerca e Scuola Internazionale Calzaturiera) e in collaborazione con Confindustria Forlì-Cesena.

Per prendere parte a Un Talento per la Scarpa è necessario realizzare bozzetti, ricerche stilistiche, prototipi e collage di immagini sul tema di questa edizione 2018 – 2019 che è decisamente attuale e interessante: Urban chic, la décolleté irrompe nello street style.

In palio c’è un periodo formativo al Cercal e uno stage di 6 mesi presso una delle aziende calzaturiere associate a Sammauroindustria.
Non solo: il vincitore del concorso percepirà la cifra di 4 mila euro quale contributo alle spese di soggiorno per il periodo del corso e dello stage.

La partecipazione è naturalmente gratuita ed è riservata a giovani nati dopo il 31 dicembre 1987, mentre è senza limiti di età per coloro che sono iscritti alle scuole di design o d’arte.

Il termine ultimo per la consegna delle domande è il 28 febbraio 2019: vi lascio qui il link del bando completo e vi segnalo che l’iscrizione va fatta online attraverso il sito del Cercal – link diretto qui.

La giuria che vaglierà i lavori sarà composta da rappresentanti delle aziende calzaturiere di Sammauroindustria affiancati da un rappresentante del Cercal.
Gli autori dei primi dieci bozzetti classificati saranno segnalati alle aziende calzaturiere di San Mauro e menzionati in occasione della serata di premiazione.
È prevista anche una particolare menzione alle scuole che si distinguono per numero e qualità degli elaborati presentati dagli studenti.

Oltre al link per l’iscrizione e al bando di concorso, vi lascio volentieri altri riferimenti utili.

Qui trovate il sito Cercal, qui la pagina Facebook, qui l’account Instagram. Tel. 0541.932965; e-mail: cercal@cercal.org

Qui trovate il sito Sammauroindustria e qui la pagina Facebook. E-mail info@sammauroindustria.com

Mi fa anche piacere segnalare che qui potete trovare una carrellata di tutte le precedenti edizioni del concorso a partire dalla prima nata nel 2000 con vincitori che arrivano da tutto il mondo: Italia (8 volte), Messico (5 volte), Russia (1), Cina (1), Giappone (1), Croazia (1), Germania (1).

Non mi resta che augurare bonne chance a chi deciderà di partecipare a Un Talento per la Scarpa: chissà che, un giorno, nella mia nutrita collezione di scarpe non ci sia la creazione di un talento che uscirà da questo concorso.

E ricordate che solo i più sprovveduti aspettano a braccia conserte che la fortuna bussi alla loro porta: gli altri la vanno a cercare, magari costruendosela su misura. Proprio come un paio di buone scarpe.

Manu

La collezione Skechers SS 2019 fa felice anche chi ama le chunky sneaker

Come moltissime donne, ho anch’io un amore al quale non so resistere: le scarpe.

Nella mia vita, dall’adolescenza a oggi, ne ho collezionate così tante e di così tanti tipi da aver ormai perso il conto.

Ho scritto tanti tipi e, in effetti, la mia passione ha conosciuto fasi alterne: per lunghi anni, la predilezione è andata ai tacchi alti e poi, d’un tratto, l’intesa tra me e gli stiletti è terminata. Senza ripensamenti o ritorni di fiamma.

Imputo la tragica fine di un amore sfegatato (con i tacchi mi capitava perfino di correre…) al grande cambiamento che ho vissuto per quanto riguarda la mia vita professionale, ovvero il passaggio da lavoratrice dipendente ad autonoma.

È vero che, con i tacchi, a volte perfino correvo, ma quando ho iniziato a dover correre costantemente da un lato all’altro della città per i diversi appuntamenti salendo e scendendo da ogni mezzo pubblico immaginabile, a passare la maggior parte del tempo in piedi, a non avere un punto di appoggio fisso (per qualche anno non ho avuto uno studio mentre ora ne ho due, uno a casa e uno condiviso con altri professionisti)… beh, ecco, quando è successo tutto ciò, diciamo che a prevalere è stata l’esigenza di arrivare a casa con i metatarsi sani e salvi (ora che ci penso… qualche anno fa avevo scritto un post in cui parlavo anche di metatarsi…).

Perché la verità è che nemmeno il tacco alto più comodo del mondo può offrire la stessa libertà e agilità di una scarpa con tacco anatomicamente corretto – chiamiamolo così – ovvero quello tra tre e massimo cinque centimetri, come affermano all’unisono ortopedici e podologi. Leggi tutto

Aspettando la primavera: i cappelli della collezione Doria 1905 SS 2019

Ho osservato che ogni volta in cui mi trovo in difficoltà, magari perché sto vivendo una situazione che non mi fa sentire completamente a mio agio, la mia testa inizia a ragionare in prospettiva futura, concentrandosi su ciò che verrà.

Non credo di essere l’unica alla quale capita; credo, al contrario, che questo sia il più classico tra i meccanismi di difesa del nostro cervello.

Prendete, per esempio, la mia avversione per l’inverno: non so dirvi, sinceramente, se a mettermi più a disagio sia il freddo o la poca luce, fatto sta che, appena ne ho l’ardire, inizio a pensare alla primavera.

E diciamo che, di solito, questo momento coincide con la seconda metà di gennaio: archiviato dicembre, archiviato il solstizio d’inverno (il giorno più corto dell’anno, con mia grande sofferenza), archiviate tutte le festività, posso iniziare a pensare che, tra poco più di 45 giorni (evviva l’ottimismo…), inizierà marzo, il mese che porta con sé la primavera, almeno da calendario.

È vero, gennaio è molto lungo (e spesso è il mese più freddo qui a Milano), febbraio è più corto ma può essere altrettanto gelido; eppure, è innegabile che la prospettiva futura è adesso quella di marzo e che ciò che verrà a piccoli passi è la bella stagione.

Tra l’altro, proprio in queste ultime sere, ho fatto caso a come le giornate stiano tornando ad allungarsi dopo il citato solstizio d’inverno: verso le 17 c’è ancora luce mentre, fino a dicembre, alla stessa ora era già praticamente buio. Leggi tutto

Perché dico sì alla mostra su Banksy al Mudec di Milano

Quando lo scorso 20 novembre sono stata al MUDEC per la conferenza stampa e l’anteprima della mostra dedicata a Banksy, mi sono bastati pochi istanti per innamorarmi del progetto messo in piedi dal Museo delle Culture di Milano.

Artista e writer britannico la cui identità rimane tuttora nascosta, Banksy è considerato uno dei maggiori esponenti della street art contemporanea: la sua protesta visiva riesce a coinvolgere un vastissimo ed eterogeneo pubblico e ne fa uno degli artisti più amati dalle giovani generazioni – e non solo.

Le sue opere sono infatti spesso connotate da uno sfondo satirico e trattano argomenti come la politica, la cultura e l’etica: l’alone di mistero che, per scelta e per necessità, si autoalimenta quando si parla della sua figura lo fa diventare un vero e proprio mito dei nostri tempi.

Su di lui sono già state organizzate diverse mostre presso gallerie d’arte e spazi espositivi, ma mai un museo pubblico italiano – o estero – ha finora ospitato una sua monografica, con la sola eccezione di quella organizzata dall’artista stesso al Bristol Museum nel 2009.

Con l’evento che resterà in cartellone fino al 14 aprile 2019, il MUDEC ospita un’importante retrospettiva: è corretto segnalare che si tratta di una mostra non autorizzata dall’artista, come tutte quelle a lui dedicate, in quanto Banksy continua a difendere non solo il proprio anonimato, ma anche la propria indipendenza dal cosiddetto sistema. Leggi tutto

My Juice Coldpress: i succhi di Matilde vanno ben oltre i buoni propositi

Image courtesy My Juice Coldpress

Ci sono due particolari momenti in cui quasi tutti esprimiamo buoni propositi e auspici di cambiamento.

Il primo momento è il mese di settembre quando, terminate le vacanze estive, gli studenti rientrano in classe e i lavoratori fanno ritorno alle loro abituali occupazioni professionali.
Il secondo momento è il mese di gennaio quando, archiviate le lunghe feste natalizie, tutti inauguriamo davvero un nuovo anno. Da calendario, insomma, e non solo percepito come accade invece a settembre.

In entrambe le occasioni, fioccano i buoni propositi: iniziare ad andare in palestra o in piscina o a correre all’aperto, iscriversi a quel corso di ballo a lungo agognato (o di canto o di altro ancora), leggere i libri impilati da tempo sul nostro comodino, trovare più tempo per noi stessi e per i nostri cari, abbandonare le abitudini poco sane…
Potrei continuare all’infinito, esiste un’ampia gamma di propositi e ognuno ha i propri.

Mi sono accorta che, più o meno volontariamente e consciamente, ho scritto abbandonare le abitudini poco sane.
Forse perché, come molti altri, anch’io sono conscia di fare cose che non rientrano in uno stile di vita che definirei sano.
Ma tra l’essere consci e il mettere in pratica… c’è una bella differenza.

E dunque, sebbene io sia iscritta in palestra e – udite udite! – ci vada anche regolarmente (lo giuro!), ho un sacco di altre abitudini non molto sane: mi piace (troppo) mangiare (nel senso che ho un robusto appetito), mi piace concedermi un bicchiere di vino o una birra (sebbene mai io ne abusi), fumo (anche se saltuariamente), lavoro con ritmi infernali, spesso dormo troppo poco, passo troppo tempo su Internet (scusa ufficiale il lavoro, ma la verità è che mi piace perché annulla qualsiasi limite fisico, geografico e temporale).

Aggiungo che non sono il massimo della precisione e della puntualità nel fare controlli medici e ho già confessato in passato di essere pigra quanto a certe abitudini inerenti la beauty routine, tipo mettermi la crema viso o la crema corpo. Però mi strucco per bene ogni sacrosanta sera, giuro anche questo.

Insomma, direi che non brillo quanto ad auto-disciplina… Leggi tutto

Gender gap vs women empowerment: la moda non è un lavoro per donne?

È da un bel po’ (precisamente da qualche mese) che medito sul contenuto di un articolo di Pambianco.

Dovete sapere che detta rivista è una delle mie preferite e che non manca mai tra le letture quotidiane: dunque, se intitola un articolo ‘Allarme gender gap, la moda non è un lavoro per donne’, ecco che Pambianco attira immediatamente la mia attenzione anche perché si tratta di un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

Cosa sostiene l’autorevole magazine nell’articolo datato 22 maggio?

Viene citato uno studio intitolato ‘The glass runway’, redatto dal Council of Fashion Designers of America (CFDA), Glamour e McKinsey & Company: in questo studio si afferma che, sebbene le donne rappresentino l’85% delle laureate presso i principali istituti di moda americani, i ruoli chiave ricoperti da nomi femminili sono ben pochi.

Il mondo della moda – rincara la dose Pambianco – ha recentemente mostrato interesse per le diversità di orientamento sessuale e di taglia, ma non abbastanza per il gender gap.

Con gender gap si intende l’insieme di tutte quelle differenze che si riscontrano a livello di condizioni economiche e sociali (dall’istruzione fino all’accesso al lavoro) e che influenzano la vita degli esseri umani in base al loro genere di appartenenza: in parole povere, parliamo di disparità di condizione tra uomini e donne.
E generalmente, quando si parla di gender gap, si tende (purtroppo) a osservare l’esistenza di maggiori penalizzazioni a sfavore delle donne rispetto agli uomini.

«Non ne parliamo molto perché c’è la sensazione che tutti ne siano già a conoscenza, ma a volte è necessario dire qualcosa affinché le persone non facciano finta sia un problema inesistente», ha dichiarato Diane von Fürstenberg, presidente dello stesso CFDA.

I dati contenuti nello studio ‘The glass runway’ sono alquanto desolanti. Leggi tutto

Il nuovo Mudec Photo ospita Steve McCurry e la (emozionante) mostra Animals

Sabato 15 dicembre è stato un giorno speciale: non capita tutti i giorni di avere la fortuna – e l’onore immenso – di conoscere uno dei miti della propria adolescenza e giovinezza.

Nei miei anni da giovane donna idealista e fiduciosa, le foto incredibili di Steve McCurry (che io ammiravo sulle copertine e tra le pagine patinate di riviste del calibro di National Geographic) riuscivano a farmi sognare di viaggi, scoperte e geografie soprattutto umane, perché – come è stato giustamente definito – lui è uno straordinario esploratore del genere umano.
Gli scatti mozzafiato e i ritratti fenomenali fanno di McCurry un maestro del colore e dell’umanità: nessuno come lui sa raccontare le sfumature umane e tutto ciò lo rende uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi.

È un onore immenso aver potuto tenere e stringere per un istante la mano che ha scattato infiniti capolavori e – per inciso – desidero dire che, come tutti i veri grandi che ho avuto la fortuna di incontrare, anche Steve McCurry è una persona squisita.

Com’è stato possibile tutto ciò, dove e come ho conosciuto il celeberrimo fotografo?
Ora ve lo racconto.

L’occasione mi è stata offerta grazie all’inaugurazione di MUDEC Photo, il nuovo spazio espositivo dell’omonimo Museo delle Culture dedicato alla fotografia d’autore, uno spazio che ne completa l’offerta. Leggi tutto

Alla Galleria Campari per scoprire Storie di Moda e di Stile – e non solo

Esistono persone, progetti, aziende, luoghi che fanno sì che io sia orgogliosa di essere milanese.

Si tratta di nomi profondamente e indissolubilmente legati alla storia della mia città: è il caso di Davide Campari (1867–1936), imprenditore e industriale così illuminato e così avanti rispetto ai suoi tempi da poter essere considerato all’avanguardia ancora oggi.

Davide Campari è il figlio di Gaspare Campari, il creatore del celeberrimo Bitter Campari.
Nel 1865, la famiglia si era trasferita da Novara (dove era proprietaria di una confetteria che commerciava anche in liquori e bevande di fabbricazione artigianale) a Milano, iniziando qui la produzione del Bitter: Gaspare fu uno dei primi a stabilirsi in Galleria Vittorio Emanuele II e Davide fu il primo milanese a nascere lì.
Successivamente, Gaspare aprì una bottiglieria sull’angolo verso il Duomo ma fu Davide che, nel 1915, aprì il famoso Caffè Camparino, diventato poi un’autentica istituzione meneghina.

Già anni prima, nel 1904, Davide aveva anche inaugurato uno stabilimento a Sesto San Giovanni: a partire dal 1920, decise di concentrare la produzione sulle bevande Campari più conosciute, il Bitter e il Cordial.
Nel 1932 nacque invece il Camparisoda, il primo aperitivo monodose (nel mondo!) la cui bottiglietta, disegnata da Fortunato Depero, è sempre rimasta invariata. Leggi tutto

Valentina Viganò e i suoi gioielli, anzi, le sue ‘gioie’

Giusto un paio di settimane fa, vi ho parlato dell’inaugurazione dell’edizione 2018/2019 di Ridefinire il Gioiello, importante concorso del quale, fin dal 2014, sono (orgogliosamente!) media partner.

Nato nel 2010 a cura di Sonia P. Catena, il progetto è cresciuto edizione dopo edizione, diventando negli anni un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
Ridefinire il Gioiello promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati (naturali, tecnologici, organici, inorganici) vengono uniti di volta in volta grazie a una tematica comune.

L’edizione Ridefinire il Gioiello 2018 / 2019 ha posto un tema interessante e stimolante: ha chiesto agli artisti di pensare e progettare un gioiello in grado di valorizzare e rileggere la memoria delle creazioni esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore.

Fondato nel 1986, questo Museo conserva e valorizza non solo 20 mila pezzi di bigiotteria, ma anche macchinari, utensili, fotografie e cataloghi tutti databili dalla fine dell’Ottocento fino alle soglie del nuovo millennio.
Il museo sorge a Casalmaggiore, delizioso comune della provincia di Cremona, perché la cittadina ha accolto uno storico e importante distretto di bigiotteria sorto tra XIX e XX secolo: il museo ospita dunque reperti e testimonianze provenienti dalle dismesse industrie locali e da numerose donazioni di aziende e collezionisti del settore. Leggi tutto

Se una milanese innamorata decide di parlare della Pescheria Spadari…

Martedì sera ho inaugurato il periodo degli aperitivi natalizi con un impegno al quale tenevo molto, ovvero il Christmas Cocktail della Premiata Pescheria Spadari.

Perché ci tenevo così tanto?
Ve lo riassumo in quattro punti.
1 – Da milanese assai orgogliosa, tengo molto ai luoghi storici e la Pescheria Spadari è – che io sappia – la più antica e longeva della città: è stata fondata nel lontano 1933, ben 85 anni fa!
2 – Mi piace chi conta su storia e tradizione ma non vi si adagia, bensì al contrario accetta e sposa nuove sfide.
3 – Mi piace chi accetta le sfide del digitale senza snaturare il proprio DNA e senza dimenticare il rapporto fiduciario con la propria clientela.
4 – Last but not least… adoro il pesce!

Dunque… considerato che il pesce della Pescheria Spadari è sempre meravigliosamente fresco e visto che hanno deciso di introdurre tutta una serie di novità quanto a proposte e servizi, ero curiosissima di andare a verificare il tutto di persona.

Il risultato della spedizione mi ha tanto soddisfatta da decidere di dedicare un post a questa storica istituzione meneghina, anche perché mi piacerebbe poter dare uno spunto per pranzi, aperitivi e cene anche in vista del Natale.

Ho definito storica la Pescheria Spadari e credo di poterlo fare per ben due motivi: per la posizione nell’omonima via a due passi da Piazza del Duomo, nel cuore di Milano, e per la longevità.

Come raccontavo in principio, il locale ha infatti visto gli albori nel 1933 grazie alla grande passione di Giovanni Battista Bolchini che, con la sua attività, ha contribuito anche a creare in quegli anni una nuova e originale immagine del pescivendolo, presentandosi in cravatta e panciotto.
Quando si dice avere stile…

Il successo della Pescheria Spadari è stato immediato e ha spinto ben presto Bolchini a creare una società con altri esperti del mestiere, Franco Campiglio e suo fratello Alfonso; per poter far fronte alla sempre maggior richiesta da parte della clientela, a loro si è poi aggiunto Gaudenzio Maffezzoli.

La passione e il forte senso del dovere dei soci hanno fatto sì che persino durante la Seconda Guerra Mondiale, nonostante gli sfollamenti di massa, la Pescheria Spadari abbia sempre regolarmente aperto i battenti ogni giorno (… altro moto di orgoglio).

Nella città della moda e della finanza, anno dopo anno, la bottega è cresciuta costantemente e ha acquistato prestigio e grande notorietà, tanto da essere stata menzionata perfino in una canzone dei menestrelli meneghini Cochi e Renato.
«Il mare l’abbiamo avuto anche a noi a Milano (…) che c’è ancora il pesce adesso in via Spadari»: così cantava il famoso duo di cabaret pensando proprio alla Premiata Pescheria Spadari.

Ancora oggi l’attività è saldamente in mano agli eredi delle famiglie dei soci originari: anche grazie al loro contributo, la Pescheria Spadari ha ricevuto nel tempo numerosi premi e riconoscimenti, a testimonianza dell’importante ruolo svolto nel creare l’identità storica del commercio alimentare – e della cultura ittica – nel capoluogo lombardo.

Dicevo che, durante gli 85 anni di attività, il prestigio di questa bottega storica è cresciuto costantemente, anche per l’abilità di evolversi in modo coerente con i cambiamenti del mercato e la capacità di adeguare l’offerta dei servizi.

Alla tradizionale offerta di pesce fresco è stato per esempio affiancato un servizio di cucina molto apprezzato: la Pescheria lo propone durante le ore di pausa pranzo – dal martedì al venerdì dalle 12:30 alle 14:30 – con un’ampia scelta di piatti preparati da un eccellente staff.

Non solo: sull’onda della dilagante street food mania, Pescheria Spadari apre (anche fisicamente!) la sua vetrina per offrire un servizio di pesce da passeggio con panini di pesce, insalate di mare, coni di frittura, un pranzo leggero e sfizioso da gustare passeggiando per le vie del centro.

Il servizio si è ulteriormente ampliato con l’inaugurazione del Bistrot che è aperto anche in fascia serale (da mercoledì a sabato dalle 19:30 alle 22:30) nonché di sabato e domenica (dalle 12:30 alle 14:30).

Volontà di Pescheria Spadari è quella di restare ancorata alle tradizioni che la contraddistinguono da sempre, ovvero la qualità assoluta del pesce fresco e la disponibilità nei confronti della propria clientela; nello stesso tempo, c’è il preciso desiderio di adeguarsi a un modo di comunicare e di servire moderno e veloce.

Da qui nasce la necessità di soddisfare i bisogni di un nuovo pubblico (così come sempre fatto con quello cosiddetto storico) creando proposte e servizi volti a soddisfare tutte le esigenze: cito la possibilità di prenotare online pacchi di Natale personalizzabili.

Per i più indecisi, invece, ci sono perfino le gift card in tre diverse fasce di prezzo, acquistabili anch’esse online.

(Messaggio subliminale per chiunque desideri farmi un regalo: io apprezzerei sia i pacchi sia le gift card…)

Uno sguardo al digital senza mai però dimenticare il rapporto diretto con la clientela: Pescheria Spadari ha creato la infoline 353/3691263 alla quale è possibile rivolgersi per un filo diretto con gli esperti del banco ai quali chiedere consigli e ricette per poi ricevere il tutto comodamente a casa.

Pescheria Spadari mette infatti a disposizione anche un fish delivery, il nuovo servizio di consegna a domicilio del pescato e della gastronomia cucinata, semplice, comodo e perfino ecologico grazie all’accordo con UBM – Urban Bike Messengers, servizio di corrieri in bici nato nel 2008, dieci anni fa.

Insomma, è proprio il caso di dirlo: 85 anni e non sentirli!

Manu

La Premiata Pescheria Spadari è in via Spadari 4
Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook, qui l’account Instagram e qui il canale YouTube.

Yosono, borse belle e di qualità che solleticano la mia sincerità

Ho l’abitudine di dire e scrivere ciò che penso con grande sincerità, nel bene e nel male, naturalmente usando tutto il garbo e il rispetto necessari.

Non c’è verso di farmi dire cose che non penso e, se proprio esistono ragioni per le quali non posso essere sincera, allora preferisco tacere.

Tale mia sincerità è considerata da alcune persone un pregio, mentre altre la considerano un difetto e credo che abbiano ragione tutti: d’altro canto, io stessa ho sperimentato il lato negativo pagando in prima persona proprio per questo vizio.

Se ho fatto tale preambolo è perché, recentemente, si è svolto il periodo dei press day (ovvero quei giorni in cui le collezioni di abiti e accessori per la stagione successiva vengono presentate a stampa e blogger) e io devo dirvi con grande sincerità che, purtroppo, non capita spessissimo che mi vengano presentati progetti e prodotti coinvolgenti al punto tale da far scattare la voglia di scriverne immediatamente, senza aspettare la stagione giusta (in questo caso la primavera / estate 2019) e coinvolgendo subito chi mi fa il dono di leggere questo spazio web o di frequentare i miei canali social (e il grazie è sempre doveroso).

Durante i recenti press day, però, ho adocchiato un nuovo brand di borse del quale desidero raccontare e che desidero condividere con voi senza indugio: il nome è Yosono.

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Ridefinire il Gioiello 2018 / 2019 reinventa i capolavori di Casalmaggiore

Passato e futuro, esperienza e innovazione, tradizione e sperimentazione.

Sono convinta che non siano affatto concetti in antitesi e che non siano tra loro inconciliabili: possono andare a braccetto, poiché chi conosce il passato (e ne ha imparato le preziose lezioni) può guardare al futuro serenamente; chi vuole innovare (e sperimentare) dovrebbe prima conoscere la tradizione poiché se si ha la giusta esperienza delle regole esistenti è possibile cambiarle e riscriverle.

Questa è l’ottica dell’edizione 2018/2019 di Ridefinire il Gioiello, importante concorso del quale, fin dal 2014, sono (orgogliosamente!) media partner.

Nato nel 2010 a cura di Sonia Patrizia Catena, il progetto è cresciuto edizione dopo edizione, diventando negli anni un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati (naturali, tecnologici, organici e inorganici) vengono uniti di volta in volta grazie a una tematica comune. Leggi tutto

A proposito del mio compleanno e della reciprocità…

E siamo a quota sei.

Ebbene sì, con oggi, 26 novembre 2018, sono sei i miei compleanni festeggiati qui, attraverso A glittering woman, lo spazio web al quale tengo molto e che curo con grande passione.

Quindi, per prima cosa… me lo permettete? Ma sì, dai, tanti auguri a me 🙂 🙂 🙂

Di solito, A glittering woman non vede me come protagonista diretta o esclusiva: durante tutto l’anno, infatti, i protagonisti sono i talenti che sostengo, in ogni ambito, e fa eccezione solo il 26 novembre, giorno in cui il post che pubblico è dedicato a me stessa.

Da glittering woman a birthday woman… solo per un giorno… naturalmente 😉

È diventata una piccola tradizione, l’unica occasione in cui mi metto al centro: questi post sono un modo per raccontare qualcosa di me e della fase che sto vivendo e il tutto è accompagnato dalle foto di alcune delle esperienze che ho vissuto nel corso dell’anno. Leggi tutto

Francesca Agrati e il gioco delle apparenze in mostra a Milano

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la quale ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo una tematica che, purtroppo, continua a essere estremamente attuale.

In questi giorni che procedono il 25 novembre dell’anno 2018, ad attirare la mia attenzione sono state le parole di Bebe Vio impegnata in una campagna di sensibilizzazione in collaborazione con Sorgenia, azienda della quale la brava schermitrice italiana e campionessa paralimpica è testimonial.

Nello spot in questione, Bebe ricorda proprio che a giorni sarà il 25 novembre, ma che anche ieri era il 25 novembre e che domani e tra due mesi sarà ancora il 25 novembre.
Paradosso temporale? No, lo scopo è semplicemente quello di sottolineare che, ben oltre una singola giornata, l’emergenza resta per ora continua e ininterrotta, come ho già ricordato, e l’attenzione non deve dunque limitarsi a una sola ricorrenza, ma deve invece rimanere viva.

Lo spot ha attirato la mia attenzione perché la penso esattamente come Bebe: l’ho dimostrato tante volte, qui nel blog e attraverso le riviste con le quali ho collaborato o collaboro, parlando in molti modi di donne, di women empowerment e delle risposte che è necessario dare alla violenza.
Ho fatto tutto ciò non solo in occasione del 25 novembre, ma tutte le volte in cui ho avuto la possibilità di farlo.

Oggi continuo questo percorso intrapreso condividendo con voi il racconto di una mostra che verrà inaugurata domani, 22 novembre: si intitola Il gioco delle apparenze, ha come protagonista Francesca Agrati e sarà ospitata proprio fino al 25 novembre da Dream Factory in corso Garibaldi 117 a Milano.

Dopo la prima mostra Le normali follie ospitata presso lo Spazio Maimeri nel novembre 2016, Francesca Agrati torna con una mostra personale che verrà appunto inaugurata domani alle ore 18.30 per proseguire fino a domenica.

In questa mostra, che vedrà esposte opere inedite, la Agrati prosegue la sua ricerca artistica approfondendo la tecnica dell’addizione pittorica attraverso le lezioni di Valeria Oliva, maestra d’arte che la segue sin dagli albori del suo percorso artistico.
Il processo creativo di Francesca, saldamente ancorato all’ambito figurativo, parte dallo sviluppo di un innato spirito di osservazione che spinge l’artista nella selezione delle immagini più adatte alle sue elaborazioni, estrapolandole dai mass media (pubblicità e riviste) come anche dal suo ambito familiare e amicale e che lei assimila, metabolizza e reinterpreta con fervida fantasia.
Il tema del ritratto è sempre centrale nella sua poetica: esaltando le caratteristiche dei suoi soggetti principalmente femminili, sdrammatizza la routine quotidiana attraverso ironia e positività, in un continuo dialogo tra bidimensionale e tridimensionale, facendo sì che materia e colore si fondano armoniosamente con le immagini e le superfici.

Il gioco di Francesca Agrati sta nello stravolgere le apparenze andando ben oltre la forma che – spesso – differisce dalla sostanza; il riferimento all’una, nessuna e centomila identità pirandelliane, con tutte le sfaccettature che caratterizzano l’essenza umana, appare così immediato.

Influenzata dalla Pop Art, Francesca Agrati parte da una base fotografica e si serve del collage e dell’assemblaggio di materiali, trasformando e sconvolgendo le sembianze dei suoi soggetti con l’inserimento di elementi materici provenienti dal quotidiano (piccoli oggetti, siliconi e materiali vari).
Sceglie, infine, semplici nomi propri per intitolare le sue opere, non aggiungendo descrizioni né indicazioni particolari allo scopo di influenzare nel minor modo possibile lo spettatore che si sente così libero di interpretare l’opera a seconda delle proprie sensazioni.

Trovo questa sua operazione così interessante da indurmi a scegliere lei come evento da segnalare quest’anno in occasione del 25 novembre: una donna racconta le donne e lo fa con energia, fantasia, positività e colta ironia perché la cultura in ogni sua forma e manifestazione resta sempre la miglior risposta (e la migliore cura) alla violenza che è spesso figlia, purtroppo, anche dell’ignoranza.

Se siete a Milano, vi consiglio di non perdere la mostra: in galleria troverete lei, Francesca Agrati, e non voglio rovinarvi la sorpresa ma vi anticipo che troverete anche un quadro parlante…

Curiosi?

Passate in corso Garibaldi 117 domani sera, oppure venerdì – sabato – domenica dalle 11 alle 19.

Manu

 

Vi regalo alcune anticipazioni delle opere in mostra (ph. courtesy ufficio stampa)…
Per visualizzare la gallery da pc, cliccate sulla prima foto
e poi scorrete con le frecce laterali.

Se volete seguire Francesca Agrati, qui trovate la sua pagina Facebook.

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