Senza Mare di Marina Spironetti: sostegno al talento e… buone vacanze :-)

Dal libro Senza Mare di Marina Spironetti

Quelli da marzo a oggi sono stati – per me e penso per noi tutti – mesi pesanti, impegnativi (per usare un eufemismo…), carichi di pensieri e di ansie.
Certo, a portare il fardello più grande sono coloro che si sono ammalati di COVID-19, coloro che hanno perso una o più persone care, coloro che oggi non hanno più un lavoro: a loro va tutto il mio rispetto e davanti a loro chino la testa.
Eppure, senza voler fare alcun paragone (sarebbe ignobile..), sostengo che tutti abbiamo perso qualcosa perché nessun italiano (o meglio nessun italiano degno di essere considerato tale) dimenticherà mai la sofferenza di un intero Paese e di tanti, troppi nostri connazionali – senza contare ciò che è successo e succede in tutto il mondo.

Personalmente, ammetto di essere molto provata e di aver vissuto, oltre all’ansia per i miei cari, tante altre paure.
Ho sperimentato la paura di vedere la mia Milano vuota, deserta, con tutte le saracinesche abbassate come mai mi era capitato di vederla nemmeno da piccina in agosto, quando allora d’estate la città si svuotava completamente.
Ho sperimentato il terrore per il futuro, l’assenza di progetti e di prospettive.
Ho raccontato in diverse altre occasioni (per esempio qui…) come la proiezione verso il futuro sia per me una condizione di vita fondamentale – nonostante io sia una persona che sa godersi il presente – e dunque il timore che quelle saracinesche potessero non rialzarsi più mi ha dato tanta preoccupazione, mi ha fatto molto soffrire, mi ha procurato quintali di ansia così come la difficoltà di immaginare e progettare un dopo.

Appena finito il lockdown, ho cercato di tenere a bada l’ansia grazie al contatto con la Natura.
Grazie ai miei balconi riempiti di fiori (con colazioni e pasti consumati lì con mio marito) e grazie a lunghe camminate e corse in campagna (io che sono… ero… una fan accanita della palestra preferisco ora l’allenamento open air); grazie a un soggiorno al mare (il mio amatissimo mare) e grazie a qualche giorno in montagna (che non è il mio elemento naturale e che eppure mi accoglie sempre con generosità).
Mentre la mia adorata città e tutto il Paese provano pian piano a uscire dall’emergenza e a rialzare le saracinesche, mentre anch’io come milanese e come italiana faccio la mia parte e provo a mia volta faticosamente a rialzarmi, mentre mi impegno a guardare verso il futuro, a immaginarlo e a riscriverlo per me e non solo per me, mentre accade tutto ciò… devo ringraziare la Natura dalla quale traggo forza, ispirazione e speranza.

Ora sento che resistere a questi mesi e resistere allo sconforto mi ha risucchiato molte energie.
Sento che quest’anno più che mai è giunto il momento di prendermi una pausa e di farmi cullare dalla Natura e dagli affetti che pian piano riusciamo a ritrovare, pur ancora con tante necessarie precauzioni.

Però, prima di prendere una pausa e di farla prendere a questo spazio, ho deciso di scrivere il presente post per chiudere nello stile che dal 2013 appartiene costantemente a A glittering woman: voglio dare il mio piccolo sostegno a una persona di grande talento impegnata nella continua ricerca della bellezza. Leggi tutto

Bob Krieger, il grande fotografo che io ricorderò anche per la sua simpatia

«Stamattina ho avuto il piacere di conoscere e ascoltare Bob Krieger in occasione dell’anteprima stampa della mostra che Palazzo Morando gli dedica.
Ed è così che ho scoperto qualcosa che non sapevo: oltre a essere un grande fotografo, uno dei fotografi che più hanno influenzato moda e costume a partire dagli Anni Sessanta (e questa parte mi era nota), ho scoperto che Krieger è anche un uomo simpatico, brillante e appassionato, davvero piacevolissimo da ascoltare, generoso quanto ad aneddoti ed esperienze.
Sono felice ogni volta in cui scopro che una persona nota è umile e non arrogante come invece sono molti anche senza essere conosciuti a livello mondiale…
E così, la cartelletta stampa con l’autografo e la dedica di Bob Krieger resterà tra i miei ricordi più cari.»

Sono le parole che ho scritto il 7 marzo 2019 dopo la conferenza stampa grazie alla quale ho avuto l’immenso onore di conoscere Bob Krieger.

Quando giovedì sera ho appreso della sua scomparsa… ero incredula.
L’ennesima scomparsa, l’ennesimo vuoto, l’ennesimo lutto per il mondo e non per quello della cultura, ma per l’intera umanità.

Silenziosa e pensierosa, gli do allora il mio saluto condividendo le foto che avevo realizzato quella mattina in occasione della conferenza stampa e dell’anteprima nonché riportando parte dell’articolo che avevo scritto per ADL Mag per raccontare la bella mostra di Palazzo Morando… Leggi tutto

Il Mudec di Milano ospita la (splendida) mostra ‘Elliott Erwitt – Family’

Avere l’opportunità di ascoltare grandi uomini e grandi professionisti: credo sia una delle esperienze migliori delle quali si possa godere ed è ciò che ho pensato martedì 15 ottobre mentre ascoltavo – con immensa emozione – Elliott Erwitt, grandissimo fotografo e autentica icona.

Ma voglio procedere con ordine, senza far prevalere l’emozione.

Se ho avuto l’opportunità di ascoltare Erwitt è perché il Mudec ovvero il Museo delle Culture di Milano (e in particolare Mudec Photo, la sezione fotografica) ospita per l’autunno 2019 il lavoro – lungo una vita – di questo straordinario artista che ha fatto la storia fotografica del XX e XXI secolo.

La mostra ‘Elliott Erwitt – Family’ presenta 60 scatti che per il grande fotografo americano (91enne, classe 1928) meglio rappresentano le sfaccettature di un concetto oggi più che mai impossibile da racchiudere in definizioni troppo strette – quello della famiglia.

La raccolta fotografica (selezionata dallo stesso Erwitt e da Biba Giacchetti, bravissima curatrice) alterna immagini ironiche a spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate o molto singolari, metafore e finali ‘aperti’ a discrezione di chi osserva.

La mostra è aperta al pubblico dal 16 ottobre 2019 al 15 marzo 2020 (AGGIORNAMENTO 14/02/2020 – PROROGATA FINO AL 29/03/2020) ed è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE (che ne e anche il produttore) in collaborazione con Sudest57. Vede inoltre il contributo di Lavazza – main sponsor dello spazio Mudec Photo – sposandone in pieno l’impegno nel mondo della fotografia portata avanti fin dal 1993 attraverso il Calendario Lavazza, progetto grazie al quale la notissima azienda racconta storie e descrive una società sempre più globale prendendo in prestito gli occhi e lo sguardo dei più grandi maestri contemporanei dell’arte della fotografia. Leggi tutto

Io penso positivo: da Peter Lindbergh a Meghan Markle passando per Vogue

Il lancio della cover e del numero di settembre di British Vogue con gli scatti di Peter Lindbergh attraverso l’account Instagram del magazine

Il primo pensiero che ha attraversato la mia testa quando ho appreso della scomparsa di Peter Lindbergh è stato «non posso crederci».

Non me l’aspettavo (non vi era alcuna voce che potesse far temere per la sua vita) e non posso credere che lui non ci sia più perché, come ha ben scritto il mio amatissimo amico e maestro Stefano Guerrini in un suo post, «Mr. Lindbergh ci ha lasciato e di nuovo, dopo Franca, Anna, Isabella, Karl, sento che il mondo dal quale sono stato attratto e che mi ha fatto sognare è finito».

Franca, Anna, Isabella, Karl sono Franca Sozzani, Anna Piaggi, Isabella Blow, Karl Lagerfeld, ovvero alcune delle sue (e delle mie) icone in un mondo – quello della moda – sempre più orfano di personalità magari un po’ ingombranti ma indubbiamente straordinarie e sempre più pieno, invece, di personaggi vacui che fondano la loro celebrità su un’apparenza priva di qualsiasi spessore.

Alla luce di tutto ciò, capisco che una domanda potrebbe attraversare i pensieri di chi sta leggendo queste parole: «perché stai allora intitolando questo post ‘Io penso positivo’? Come si sposano la positività e la scomparsa di un grande fotografo?».

Avete tutte le ragioni per farvi (e farmi) questa domanda e io desidero rispondervi: non voglio che la tristezza vinca, non voglio salutare Peter Lindbergh tra le lacrime, non voglio che il legittimo cordoglio prevalga sullo straordinario lascito e sulla preziosa lezione che ci ha regalato attraverso il lavoro e il pensiero di tutta una vita.

E non voglio in fondo pensare che quel certo mondo tanto amato da Stefano e da me sia davvero finito.

Desidero invece rendergli omaggio con un post che, in realtà, era in programma già prima delle vacanze estive per raccontare quello che ora è diventato uno degli ultimi lavori di Peter Lindbergh, ovvero la copertina del numero di settembre di British Vogue intitolato ‘Forces for Changes’ e che vede come guest editor Meghan Markle, Sua Altezza Reale la Duchessa di Sussex.

Il post era già in programma, ebbene sì, e infatti, dopo l’incredulità, il secondo pensiero che mi ha attraversato la testa è stato «la vita sa essere davvero beffarda, strana, ironica». Leggi tutto

Il nuovo Mudec Photo ospita Steve McCurry e la (emozionante) mostra Animals

Sabato 15 dicembre è stato un giorno speciale: non capita tutti i giorni di avere la fortuna – e l’onore immenso – di conoscere uno dei miti della propria adolescenza e giovinezza.

Nei miei anni da giovane donna idealista e fiduciosa, le foto incredibili di Steve McCurry (che io ammiravo sulle copertine e tra le pagine patinate di riviste del calibro di National Geographic) riuscivano a farmi sognare di viaggi, scoperte e geografie soprattutto umane, perché – come è stato giustamente definito – lui è uno straordinario esploratore del genere umano.
Gli scatti mozzafiato e i ritratti fenomenali fanno di McCurry un maestro del colore e dell’umanità: nessuno come lui sa raccontare le sfumature umane e tutto ciò lo rende uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi.

È un onore immenso aver potuto tenere e stringere per un istante la mano che ha scattato infiniti capolavori e – per inciso – desidero dire che, come tutti i veri grandi che ho avuto la fortuna di incontrare, anche Steve McCurry è una persona squisita.

Com’è stato possibile tutto ciò, dove e come ho conosciuto il celeberrimo fotografo?
Ora ve lo racconto.

L’occasione mi è stata offerta grazie all’inaugurazione di MUDEC Photo, il nuovo spazio espositivo dell’omonimo Museo delle Culture dedicato alla fotografia d’autore, uno spazio che ne completa l’offerta. Leggi tutto

Sarcasmo e cliché nelle foto di Juno Calypso in mostra a Milano

Juno Calypso, Milk, 2016

Lo ammetto: saltellare con leggerezza, allegria, curiosità tra eventi molto diversi tra loro e godermi l’opportunità di vivere le esperienze più disparate (senza graduatorie, senza discriminazioni, senza pregiudizi, senza esclusioni) è cosa che mi diverte molto.

Ultimamente, Milano mi sta offrendo detta possibilità con particolare ed estrema generosità: nelle ultime settimane, ho potuto dividermi tra l’inaugurazione della mostra dedicata alla maison di moda Etro e l’inaugurazione della mostra dedicata invece al grande pittore Magritte, ho potuto divertirmi come una bambina all’anteprima di una mostra dedicata ai dinosauri così come ho potuto imparare moltissimo in occasione della tavola rotonda tenuta da Alba Cappellieri a proposito di uno dei suoi bellissimi libri sul gioiello.

Come dicevo, per me non v’è graduatoria tra questi eventi molto diversi tra loro: tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che è occasione di crescita e di apprendimento, tutto ciò che mi consente di colmare le mie personali lacune è occasione ghiotta e imperdibile.

La più recente opportunità si è verificata giusto un paio di sere fa con un vernissage dedicato a Juno Calypso, artista londinese in mostra per la prima volta in Italia presso lo Studio Giangaleazzo Visconti di Milano.

Oggetto della mostra sono le fotografie di Juno e desidero essere chiara fin da subito: Juno non fa foto graziose di paesaggi o animali o modelle vestite all’ultima moda, no, lei – con una notevole dose di sarcasmo e ironia che risultano talvolta stranianti – affronta i pregiudizi e i cliché legati alla donna contemporanea, in ambientazioni alquanto surreali tra cui un motel americano e una villa-bunker a Las Vegas.

A un primo sguardo magari un po’ distratto, i suoi possono apparirci come autoritratti fotografici dall’estetica caramellosa: in realtà, si rivelano invece come scatti dall’approccio fortemente critico, sospesi tra noia, narcisismo, black humor e capaci di condurre a una riflessione dai contorni molto seri.

La fotografa, nata e cresciuta a Londra, è un nome cult per gli amanti di un’estetica pop pink che richiama gli Anni Sessanta e Ottanta: è nota a livello internazionale soprattutto per le tre serie intitolate Joyce, The Honeymoon e What to do with a Million Years. Leggi tutto

Valentina Cortese, splendido omaggio alla diva allo Spazio Oberdan

Valentina Cortese – Roma 1973 – foto Pierluigi

L’ho scritto in varie occasioni: reputo che, oggi, parole come icona e mito siano spesso abusate e applicate a persone, situazioni e cose che, in realtà, non sono né iconichemitiche.
Pensate che io sia un po’ troppo severa?
E allora permettetemi di farmi perdonare parlandovi di qualcuno che è davvero una icona e un mito, di qualcuno che è una grande diva: Valentina Cortese.

Nata a Milano (ma originaria di Stresa, sul Lago Maggiore) il primo gennaio 1923 (e dunque oggi 95enne), Valentina Cortese è stata una delle attrici di punta del cinema italiano degli Anni Quaranta assieme ad Alida Valli e Anna Magnani.
Da allora, la sua carriera è stata in costante ascesa: l’elenco dei suoi film e dei suoi lavori teatrali è pressoché infinito e ha lavorato con registi immensi tra i quali Michelangelo Antonioni, Vittorio Gassman, Federico Fellini, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli, François Truffaut, Giorgio Strehler, giusto per fare alcuni nomi.
Forse non si dovrebbe mai dire l’età di una donna e soprattutto di una diva, ma io credo che nel suo caso sia un valore aggiunto nel percorso di una persona straordinaria, vera icona di stile e star internazionale, da Cinecittà a Hollywood passando per il Piccolo Teatro di Milano.

Vi sto parlando di lei perché, fino a fine agosto, lo Spazio Oberdan di Milano ospita una bellissima mostra intitolata Valentina Cortese – La diva, un progetto di Elisabetta Invernici e Antonio Zanoletti.

La mostra – a ingresso gratuito – comprende oltre 30 scatti dei più grandi fotografi italiani e stranieri che raccontano la storia privata e pubblica di Valentina Cortese, simbolo di carisma e di eleganza.

La sua è una carriera lunga ben 70 anni, trascorsa calcando le scene di set e teatri al fianco dei più grandi registi, come vi accennavo, con un piglio e una professionalità che la rendono unica.
Visionaria e, al tempo stesso, dotata di quella concretezza artigianale indispensabile in ogni lavoro artistico, Valentina Cortese testimonia con la sua vita di donna e di attrice l’autorevolezza e la dignità di chi ha saputo farsi rispettare nel privato e nel pubblico, battendosi in prima persona per l’emancipazione femminile.

Le immagini in mostra sono sia a colori sia in bianco e nero, con la sorpresa di tre ritratti inediti scattati da Giovanni Gastel nell’estate del 2013 e che costituiscono l’immagine ufficiale più recente della diva.

Ma non è finita qui: oltre alla mostra, l’omaggio allo Spazio Oberdan prevede anche altro. Leggi tutto

Brandina The Original, il mare è felicità e si può mettere in una borsa

Questa settimana, precisamente lunedì, sono stata alla presentazione della nuova campagna pubblicitaria di Brandina The Original, un marchio di borse e accessori tutti realizzati con il tessuto dei lettini da mare.

L’idea alla base di questo marchio nasce durante la realizzazione da parte di Marco Morosini di un libro fotografico dedicato alla Riviera Adriatica, pubblicato nel 2004 da Electa Mondadori.

Visto che si parla di Riviera Adriatica, il designer e fotografo Morosini decide di fare qualcosa che evochi immediatamente uno dei tratti più caratteristici del luogo: pensa dunque di utilizzare il materiale di cui sono composti i tradizionali lettini (o brandine) da mare per realizzare delle originali sovraccoperte per il libro e, nel fare ciò, scopre le potenzialità del tessuto, tanto da decidere di utilizzarlo per creare borse e accessori attraverso una produzione rigorosamente artigianale.

Così, dal 2005, il marchio Brandina unisce il fascino dell’omonima seduta da spiaggia della solare Riviera Italiana con la creatività di Marco Morosini e della sua compagna, l’architetto Barbara Marcolini che cura e disegna tutti i modelli.

E questo è il primo motivo per il quale ho scelto di parlarvi del marchio: mi piacciono le idee fuori dagli schemi e mi piace che un materiale venga estrapolato dal contesto abituale (fare lettini da spiaggia) per essere portato in un altro mondo (quello delle borse).
Mi piace chi sa vedere oltre e, se di tanto in tanto leggete A glittering woman, avrete ormai capito che nutro questo tipo di passione. Leggi tutto

Mente Captus di Marcella Milani, spazi e silenzi all’ex manicomio

Mi piace pensare che quello che stiamo vivendo possa essere un settembre all’insegna della cultura, di come e quanto essa possa avere un impatto positivo sulle nostre vite arricchendole di bellezza e magari abbattendo qualche nostro pregiudizio – come ho raccontato nel post precedente.

Mi piace anche pensare che sia un settembre ricco di attesi ritorni e piacevoli riconferme: è il caso di Marcella Milani.

Pavese DOC, classe 1974, fotografa professionista freelance: grazie alla sua bravura tecnica, alla spiccata sensibilità e alla capacità di cogliere dettagli che sfuggono a molti, Marcella collabora con le più importanti testate nazionali.

Ho il privilegio di godere della sua amicizia e, tra i moltissimi ritratti che mi sono stati fatti nel corso degli anni, i suoi sono puntualmente tra quelli in cui maggiormente mi riconosco, tant’è che la mia foto profilo di Facebook è un suo scatto che lì resiste da più di quattro anni.

Perché parlo di cultura, di ritorni e di riconferme collegando il tutto a Marcella?

Perché avevo già raccontato di lei in un precedente post qui nel blog, presentando un suo importante progetto culturale con forti valenze sociali e storiche, ovvero la mostra intitolata URBEX PAVIA – Viaggio fotografico nelle aree dismesse. Leggi tutto

Christiaan van Heijst, il mondo è un po’ più bello da un aereo

Il mio amore per gli aerei è nato già nella più tenera infanzia.
Mia mamma racconta infatti un episodio che risale al mio primo viaggio con questo mezzo: avevo circa due anni e, mentre lei era bloccata al suo posto a causa della nausea, io passeggiavo tranquilla e come se nulla fosse lungo il corridoio, intrattenendo le hostess e i passeggeri, tutti divertiti da un soldino di cacio sorridente e chiacchierino, per nulla intimorito dalla situazione nuova.
Da allora, il mio rapporto con gli aerei è sempre stato appassionato: tanto detesto viaggiare in macchina (e peraltro soffro il mal d’auto) quanto adoro prendere l’aereo. Scherzando, dico sempre che lo prenderei per andare perfino da Milano a Casalpusterlengo.
E infatti i viaggi in aereo non sono certo mancati nella mia esistenza: da quelli su e giù per l’Europa fino ai voli intercontinentali tra i quali l’Australia, la Cina, il Brasile, il Vietnam, la Polinesia.

Volare non mi spaventa, anzi, mi affascina e la vita di bordo non mi mette ansia, anzi, mi diverte passare tempi anche lunghi a zonzo per il cielo.
Non ho però mai pensato di fare un lavoro connesso a tale passione (chissà come mai) e comunque, se ci avessi pensato, mi sarebbe piaciuto fare il pilota e non la hostess.

Ecco perché oggi vi racconto la storia di Christiaan van Heijst, un pilota di aerei olandese.

La sua passione è stata molto precoce: a 14 anni si dedicava già ai voli in aliante mentre a 18 anni ha preso la sua prima licenza da pilota di voli privati, perfino prima della patente automobilistica.
Ha partecipato come pilota acrobatico al Campionato Nazionale Olandese portando a casa un primo posto nella classe principianti nel 2003, all’età di 20 anni.
Oggi è 33enne e pilota Boeing 747-8 per Cargolux, una compagnia aerea cargo lussemburghese.

Ma qual è il motivo esatto per cui vi parlo di lui?

Il punto è che, tra un decollo e un atterraggio, Christiaan van Heijst non perde occasione per fotografare il mondo dalla sua cabina.

Quello dei piloti di aerei è senza alcun dubbio un punto di vista privilegiato: nuvole, fenomeni atmosferici, montagne, mari e città creano panorami inediti per chi invece vive letteralmente con i piedi per terra, spettacoli dei quali solo chi si trova all’interno di una cabina di pilotaggio può godere.
E così, dalla sua poltrona circondata di tasti luminosi e strumenti incomprensibili ai più, Christiaan non si limita a far decollare, pilotare e fare atterrare i Boeing 747: tra una pausa e l’altra, approfitta per scattare fotografie. Precisamente, splendide fotografie.
Le luci e gli interruttori che riempiono la plancia di comando nonché i panorami mozzafiato (soprattutto quelli notturni) fuori dai finestrini sono soggetti affascinanti e Van Heijst ha deciso così di condividere con il mondo intero il suo punto di vista privilegiato.

«Sin da quando ero molto giovane provavo una grande gioia nel catturare la bellezza della luce naturale in tutte le sue forme», racconta sul suo sito.
«Più tardi, ho unito questo interesse con il volo ed è emersa una nuova passione. Potendo guardare il mondo intero attraverso il mio lavoro, mi sento privilegiato per essere in grado di catturare molte parti del pianeta attraverso la mia macchina fotografica e immortalare la bellezza dei luoghi che visito».

Le sue foto sono diventate virali grazie al web e non solo: le sue immagini sono state pubblicate da riviste e media del calibro di National Geographic e BBC.
E nel 2016, Christiaan van Heijst ha pubblicato il suo primo photobook intitolato Cargopilot che attualmente è alla seconda ristampa.

Giusto per darvi un assaggio delle sue foto meravigliose, ho selezionato per voi l’immagine qui sopra presa dal suo sito e in particolare dal suo blog: è recentissima e, come scrive lo stesso Christiaan, è stata scattata «da qualche parte sopra l’Atlantico tra il Sud America e l’Africa». Ritrae il fenomeno che prende il nome di fuoco di Sant’Elmo, ovvero una scarica elettro-luminescente provocata dalla ionizzazione dell’aria durante un temporale.

Oltre che sul sito, potete trovare le foto di Christiaan van Heijst sul suo account Instagram e su Twitter.

Io lo seguirò sognando il mio prossimo volo: quest’estate tocca alla Grecia, ma per l’autunno ho in previsione nuove avventure aeree.
Certo, non avrò la stessa visuale di un pilota né possiedo il talento fotografico di Christiaan, ma il mondo dall’alto è sempre uno spettacolo impareggiabile e speciale perché, da lassù, resta solo la bellezza e spariscono tutte le cose brutte.

Manu

 

A loving tribute to the great photographer Bill Cunningham

Bill Cunningham alla sua scrivania nella redazione del New York Times

Ho saputo della morte di Bill Cunningham navigando su Instagram: era circa l’una di notte di sabato scorso, la notizia era appena trapelata e il social network si è rapidamente riempito di foto in suo ricordo.
Mi si è gelato il sangue perché quest’uomo di 87 ani era uno dei miei miti. Non solo per quanto riguarda la moda, ma molto più in generale.
Quella notte, ho spento la luce attorno alle tre: non mi davo pace e forse speravo fosse uno scherzo di pessimo gusto.
Non lo era e oggi, a distanza di una settimana, desidero rendere omaggio a questo grande uomo, un piccolo tributo un po’ più organizzato delle prime parole da me pubblicate su Instagram quella notte.

Sebbene non abbia bisogno di presentazioni – e tanto meno della mia – desidero raccontare alcune cose a proposito di Bill Cunningham.
Era nato nel 1929 ed è stato uno dei più famosi fotografi di moda americani: per 40 anni ha realizzato fotografie e ha commentato le nuove tendenze sia delle passerelle sia delle strade dalle pagine del New York Times.
Aveva iniziato la sua carriera disegnando e realizzando cappelli, una passione nutrita fin da bambino, poi iniziò a lavorare come giornalista di moda per Women’s Wear Daily (WWD) dove però litigò con il direttore John Fairchild su chi fosse il migliore stilista tra Yves Saint Laurent e André Courrèges. Fairchild propendeva per Saint Laurent e Mr. Cunningham volle mantenere la sua libertà: non accettò che gli fosse impedito di scrivere di Courrèges e dunque lasciò WWD.
In seguito, collaborò con il Chicago Tribune e con la rivista Details: nel 1966, il fotografo David Montgomery gli portò una macchina fotografica da pochi dollari dicendogli di usarla come se fosse un taccuino per appunti. Bill Cunningham lo prese in parola.
La collaborazione con il New York Times iniziò negli anni ’70 e nel 1978 ottenne una rubrica tutta sua: senza sapere chi fosse, fotografò una donna in strada. La donna aveva attirato la sua attenzione per una stola di pelliccia di nutria: era l’attrice Greta Garbo, allora 73enne, e quello scatto fu il punto di partenza della rubrica On the street.
Bill Cunningham era anche considerato un simbolo della città di New York: poteva infatti capitare di vederlo scattare foto ai passanti perché frequentava sì le sfilate e le cene di gala (alle quali si recava solo per lavorare e mai per prenderne parte, come racconta anche Jacob Bernstein in un bellissimo articolo per il New York Times) ma frequentava anche e soprattutto le strade cittadine dove fotografava chiunque indossasse qualcosa di bello.
Nel mondo della moda – un mondo bizzarro, occorre ammetterlo, e spesso con leggi tutte sue – era noto a tutti ed era molto apprezzato nonostante avesse un carattere schivo e vivesse in modo isolato, caratteristica che di solito non aiuta chi voglia lavorare in tale ambito.
Pensate che Anna Wintour, direttrice di Vogue, ha più volte detto “We all get dressed for Bill”, ovvero “Ci vestiamo pensando a Bill”. Lei, la temutissima imperatrice della moda.

Sul New York Times, Bill Cunningham aveva due rubriche, quella che ho già citato, ovvero On the Street, e Evening Hours.
La prima raccoglieva fotografie scattate per le strade di New York e assemblate in modo tale da mostrare le ultime tendenze da lui individuate; l’altra rubrica era invece dedicata alla vita mondana newyorkese. Leggi tutto

Urbex Pavia, viaggio nell’anima delle aree dismesse

Il racconto di oggi parte da lontano, precisamente dal 22 febbraio 2013. Un venerdì.

Lo ricordo con tanta precisione perché mi trovavo nel pieno di una Settimana della Moda piuttosto movimentata; ricordo altrettanto bene che c’era un tempo davvero terribile e che dal cielo veniva giù un miscuglio gelido fatto di pioggia e neve.

Di quella giornata, a distanza di anni, restano questi ricordi e, soprattutto, ne resta uno preciso, nitido come se fosse successo ieri: una persona, amica e fotografa, d’un tratto mi guarda e mi dice di stare ferma. Io protesto debolmente, ho freddo e sono stanca, ho il trucco mezzo sfatto, i capelli ammosciati da un berrettone di lana: mi nascondo un po’ dietro la maxi sciarpa su cui ho appuntato uno dei miei gioielli-feticcio, un’enorme spilla vintage firmata Larry Vrba, designer che adoro. Nascondo metà volto, eppure guardo dritto nell’obiettivo. E lei scatta.

Ne è uscita una foto che continua a togliermi il fiato, oggi come allora: quasi sempre detesto le foto che mi ritraggono, non mi piaccio mai ma, con quella immagine scattata senza particolare studio, Marcella Milani – così si chiama l’amica fotografa – è riuscita a cogliere tutta la mia essenza al punto tale che, dopo più di tre anni, quella è la foto che uso per ogni mio profilo social, da Facebook a Instagram passando per Twitter. Non l’ho mai cambiata, perché quella sono davvero e profondamente io.

Marcella ha scattato molte altre foto in cui sono presente, da sola o con altri, prima e dopo quel giorno, e in ognuna mi sono sempre ritrovata e riconosciuta (qualcuna è presente anche qui nel blog), ma quel ritratto è davvero speciale (gli occhi che vi guardano dalla home page in alto a destra sono i miei in un ritaglio di quello scatto).

Se guardo la foto, se guardo in quegli occhi, vedo la mia anima e non mi stupisco.

Sapete perché? Perché Marcella è questo, è una fotografa dell’anima. Leggi tutto

Posso andare a riprendermi il cuore rimasto in Polinesia?

Di quale sostanza sono fatti i nostri sogni?
Non posso parlare per tutti noi, naturalmente, ma vi dirò di cosa sono fatti i miei, soprattutto in questo momento: cieli azzurri, sabbia bianca, acque cristalline. Già, il mio sogno ricorrente è sempre lui: il mare.
Quest’anno, purtroppo, farò vacanze brevissime e, per tutta una serie di motivi, non andrò al mare: come si consola, in questi casi, una sfegatata e irriducibile appassionata del grande amico blu?
Io ho deciso di tirare fuori i ricordi migliori: Polinesia anno 2008, ovvero il viaggio di nozze per me ed Enrico.
Se dovessi nominare luoghi dei quali sento nostalgia ogni singolo giorno della mia vita sarebbero proprio questi, Moorea, Bora Bora, Manihi e Rangiroa.
Nessuno più di me è d’accordo sul fatto che non si possa vivere di ricordi, ma alcuni di essi sono talmente piacevoli che, ogni tanto, è bello tirarli fuori dai cassetti della memoria nei quali li riponiamo con cura.
Il viaggio in Polinesia è senza dubbio uno dei ricordi più cari che ho e occupa un posto speciale nel mio cuore insieme all’esperienza in Vietnam nel 2005 e, tra l’altro, questi viaggi sono accomunati da una caratteristica: in entrambi i casi, siamo partiti portando solo uno zaino a testa. Leggi tutto

Manuela Pavesi e la malattia della Moda

Scrivere è uno tra i gesti più intimi che esistano. È come mettersi a nudo.
A volte si scrive pensando agli altri, altre pensando agli altri e a sé stessi, altre ancora si fa principalmente per sé stessi.
Oggi è un giorno da terzo caso e non è egoismo: è sopravvivenza. Ho bisogno di fermare i troppi pensieri che mi girano in testa.
Perché scrivere, talvolta, è la cura per certi dispiaceri – o almeno funziona da placebo, da palliativo.
Perché quando viene a mancare una grande personalità come lo era Manuela Pavesi, fotografa, redattrice di moda, stylist, mi sento un po’ più sola. Diminuiscono le persone con quella certa visione della Moda con la maiuscola, aumenta un nuovo modo (e un nuovo mondo) nel quale, purtroppo, non mi riconosco.
Perché quando viene a mancare una figura come la sua, mi sento quasi defraudata e un po’ più ignorante, perché non avrò mai più l’opportunità o anche solo la speranza di incontrare chi aveva tantissimo da insegnare.
Perché nel giorno dell’ultimo saluto a questa donna speciale, ho il coraggio di dire a voce alta che, forse, la Moda non salverà il mondo, eppure è un affare serio. È complessità, come l’aveva definita lei in occasione di una lezione allo IUAV.
Sicuramente è tale quella in cui credeva lei, la stessa nella quale credo io. Leggi tutto

Se un giorno mi sveglio col cuore in Vietnam

Ci sono giorni in cui mi guardo attorno e mi sembra di essere fuori posto, fuori tempo, fuori tutto.
Mi guardo e non mi riconosco né riconosco ciò che mi circonda.
Penso che, almeno una volta, sia capitato a tutti di provare questo senso di estraniamento, di distacco, di mancata appartenenza.
Quando mi capita, mi viene voglia di mettere quattro cose in uno zaino e partire, staccare fisicamente e mentalmente.
Mi capita di provare piuttosto spesso questa sensazione, ultimamente, ma non posso partire, per tanti motivi. Come antidoto, ripenso allora ai tanti viaggi fatti e talvolta tiro fuori vecchie foto.
Stamattina, mi sono svegliata pensando al Vietnam, un viaggio che ho fatto nel 2005 e che ha un posto molto speciale tra i miei ricordi. Mi sono svegliata con il corpo qui e il cuore là. Tirare fuori le foto è stato inevitabile.
In quella occasione, ho portato davvero solo uno zaino con poche cose. Enrico, io e due nostri amici avevamo preparato un itinerario di massima, tutto da soli, e non avevamo prenotato nulla, era una vera avventura un po’ allo sbaraglio. Siamo riusciti ad attraversare tutto il Paese, da nord a sud.
Quando prima di partire comunicavamo alle persone la nostra meta e i nostri progetti, molti ci guardavano straniti, chiedendo cosa andassimo a fare in Vietnam. Quando siamo tornati, con la luce negli occhi e con racconti pieni di magia, quelle stesse persone rimanevamo a bocca aperta.
Molti collegano ancora oggi il Vietnam alla guerra, ma in realtà c’è infinitamente di più. C’è una bellezza struggente – nei luoghi, nelle persone – che entra dentro, in profondità, una bellezza un po’ decadente e per questo, forse, quasi disarmante. Leggi tutto

LUMAS arriva a Milano: art wants to be seen

Non è un mistero il fatto che io non creda nella divisione in compartimenti rigidi e che non abbia simpatia per i ghetti, soprattutto quelli auto-costruiti e anche nel caso in cui siano di lusso: per questo rifiuto di guardare solo alla moda. Proprio pochi giorni fa, in un altro post, ho citato la lezione di una mia insegnante in IED secondo la quale occorre essere vasi pronti a essere riempiti da stimoli disparati, soprattutto se ci si occupa di ambiti creativi.

Ricordo che a scuola, alle medie e poi alle superiori, ero molto incuriosita dalle materie scientifiche e soprattutto da vari processi che ci facevano studiare, come l’osmosi e il principio dei vasi comunicanti: ad affascinarmi non era solo il fenomeno di per sé stesso, fisico, chimico o biologico, bensì il concetto intrinseco di comunicazione, trasferimento e influenza. Ero interessata a tutti gli scambi di materia e a tutte le trasformazioni dell’energia.

Oggi, non faccio altro che applicare quegli stessi concetti a ciò che amo: sostengo che anche la creatività sia liquida e che quindi possa consentire un passaggio e uno scambio reciproco tra campi che hanno membrane permeabili – arte, fotografia, moda intesa come forma di comunicazione e non come mero consumismo.

Sono sempre più convinta che i compartimenti siano un’invenzione dell’essere umano e che barriere e limiti esistano laddove vogliamo crearli e vederli.

Per tutti questi motivi sono felice di essere stata invitata all’inaugurazione della galleria LUMAS a Milano, la prima sede italiana di un network internazionale che ha uno sguardo molto particolare su arte contemporanea e fotografia, ambiti che amo molto. Fare incursioni nel mondo dell’arte mi dà energia, mi dà nuovi spunti e stimoli, quindi accolgo con gioia questo arrivo. Leggi tutto

I colori del White, dal Giappone alle foto di Mustafa Sabbagh

Ci sono infinite sfumature di colore nel bianco del White Milano, il trade show delle novità, del talento e della moda contemporanea.

Queste sfumature non finiscono di sorprendermi, edizione dopo edizione, regalandomi piccole perle e momenti speciali.

Si è appena conclusa l’edizione di gennaio 2014: ecco cosa mi è rimasto negli occhi e nel cuore, dal Giappone creativo di JP Home alla moda cosmopolita e senza confini di Julian Zigerli, dall’eleganza di Cesare Cunaccia alle foto intriganti di Mustafa Sabbagh. Leggi tutto

Hunger issue 5: Rankin e i suoi Rivoluzionari

Non è un mistero per coloro che mi conoscono: detesto cordialmente convenzioni, conformismo, omologazione.
Odio le cose tipo “facciamolo perché lo fanno tutti”.
Fin da ragazzina, la mia ammirazione è sempre andata agli eroi al contrario, a quelli che hanno avuto il coraggio di sovvertire i sistemi e di buttare all’aria le regole preconfezionate e obsolete.
Sono quindi molto felice di annunciare che Hunger, rivista che ammiro, dedica la sua prossima uscita al concetto di rivoluzione.

The Hunger è una rivista semestrale creata dal fotografo, regista, editore britannico Rankin.
Lanciata nel novembre 2011, Hunger vuole fornire una nuova piattaforma espressiva a tutti coloro che possiedono uno spirito creativo, con la finalità di produrre innovazione e senza scendere a compromessi.
Tramite una serie di collaborazioni con talenti emergenti del mondo dell’arte, della moda e dell’editoria, Hunger è alla costante ricerca del progresso culturale e dell’originalità.
La rivista è affiancata da Hunger TV, un sito web innovativo, ricco di video, interviste, approfondimenti e film correlati agli articoli della rivista, oltre a una serie di articoli su altri personaggi famosi e anteprime dei numeri futuri.
Ho già dedicato un precedente post a Hunger, a Rankin e a un suo video che ha visto protagoniste la modella Cara Delevingne e la cantante Rita Ora (potete rileggerlo qui). Leggi tutto

error: Sii glittering... non copiare :-)