Bodhi, il cane modello che insidia il regno di Lucky Blue Smith

Il cane-modello Bodhi in una foto dalla pagina Facebook Menswear Dog

Recitare da cani. Recitare come un cane.
Chissà quante volte abbiamo sentito usare frasi di questo tipo: oggi, però, occorrerebbe essere più accorti e non adoperarle più. In fondo, lo afferma anche Roberto Gervaso.
«Si dice recitare come un cane, ma tutti i cani che ho visto recitare erano bravissimi», scrive il noto giornalista, scrittore e aforista. E, in effetti, mi viene da pensare a Lassie, Rin Tin Tin e Hachikō, più bravi – ed espressivi – di molti umani, attori e non.
Ma perché, a mia volta, sostengo tale tesi con tanto slancio? Perché, attraverso le mie infinite esplorazioni in rete, sono venuta a conoscenza dell’esistenza di un cane che fa il modello. Sul serio. Molto sul serio.

E così desidero narrarvi la storia di Bodhi, un cane di razza Shiba: tutto è cominciato tre anni fa, quando Yena Kim e David Fung, i suoi proprietari, hanno cominciato a vestirlo. L’animale è sembrato contento, preso dal gioco, e la prima foto pubblicata su Facebook ha avuto un successo immediato e virale: a quel punto, i due hanno avuto l’idea di lanciare un Tumblr intitolandolo Menswear Dog. Sottotitolo: The Most Stylish Dog in the World.
Quanto alla contentezza, non mi sento di contraddire la teoria: in effetti, guardando le foto, Bodhi non sembra scontento e anzi, al contrario, ha un’aria da attore molto calato nella parte – giusto per restare in tema recitazione.

Lei stilista per Ralph Lauren, lui graphic designer, Yena e David hanno lasciato i loro rispettivi lavori e hanno cominciato a rispondere alle richieste dei marchi: dopo Coach e Ferragamo, sono arrivate moltissime altre offerte da parte di marchi desiderosi di apparire con il cane neo superstar.
In tre anni, circa un centinaio di brand si sono interessati a Bodhi, da Marc Jacobs ad American Apparel passando per Victorinox e Ted Baker: il simpatico cane è anche diventato la mascotte di Comodo Square, un department store coreano.

Oggi, il quadrupede è un vero fenomeno delle reti sociali: ha centinaia di migliaia di follower combinando Instagram (286.000), Facebook (quasi 232.000) e Twitter (11.000) e le sue quotazioni da modello sono in costante crescita, tanto che c’è chi parla di uno stipendio medio di 15.000 dollari al mese, ricevuto – ovviamente – dai suoi proprietari, visto che l’apertura di un conto corrente resta per ora interdetta agli animali (chissà poi perché… lavorare sì e avere un conto no?).
I proprietari non confermano tali cifre e dichiarano solo che Bodhi guadagna un po’ di più del salario medio di un modello umano di sesso maschile: l’affare è comunque sicuramente redditizio, dato che ogni shooting viene negoziato a partire da molte migliaia di dollari. E per il momento è un business che non teme concorrenza, dato che questo cane dagli atteggiamenti incredibilmente umani è davvero particolare e alquanto unico, oserei dire.

Tutto questo successo ha permesso di lanciare anche un libro intitolato Menswear Dog – The New Classics, un volume che contiene consigli di moda per uomini, illustrato da fotografie di Bodhi e completo di dritte per coordinare al meglio gli accessori. Si parla anche del lancio di un marchio di abbigliamento per cani all’inizio del 2017.

Tutta questa storia mi è sembrata molto divertente e così ho voluto condividerla con voi insieme ad alcune considerazioni.
La prima: il termine bodhi indica l’illuminazione spirituale nell’ambito della religione buddhista. Ora, senza scomodare la religione, per carità… eppure, considerando le spiccate capacità del nostro amico peloso, mi lancerei ad affermare che il suo nome è l’indizio di un certo destino.
La seconda: si dice che il cane sia il migliore amico dell’uomo e che chi trova un amico trovi anche un tesoro. Ecco, Yena Kim e David Fung sembrano aver messo insieme le due cose elevandole all’ennesima potenza.
La terza: come ho detto in principio, la frase recitare come un cane assume, a questo punto, un significato del tutto lusinghiero.
La quarta e ultima: cari Lucky Blue Smith (per chi non lo sapesse, il modello del momento, 18 anni appena compiuti) e Cameron Dallas (un… veterano con i suoi ben 22 anni) scansatevi, per favore. Arriva Bodhi e a me, sinceramente, è anche più simpatico.

Manu

 

Vedere per credere: qui trovate Menswear Dog, qui la pagina Facebook di Bodhi, qui il suo account Twittter e qui quello Instagram.

Anna Piaggi, eredità di una straordinaria visionaria della moda

C’era una volta una grande donna il cui nome era Anna Piaggi.
Sebbene io creda che nessuna definizione possa riuscire a rendere giustizia all’intelligenza, alla sensibilità, alla cultura, alla curiosità, ai mille interessi che l’hanno caratterizzata, dirò – per chi non la conoscesse – che era una straordinaria giornalista e scrittrice.
Leggenda della moda, esperta di stile, creativa, provocatrice quanto serviva (e servirebbe), anticipatrice di tendenze, collezionista seriale di vestiti, copricapi e accessori: queste sono altre espressioni che posso aggiungere per raccontare qualcosa di lei.

Oggi c’è invece una piccola donna che aspirerebbe a fare almeno una minima parte di ciò che la grande giornalista seppe realizzare in modo tanto magistrale e unico; uso il verbo aspirare nel senso che Anna Piaggi viene presa a modello, icona, punto di riferimento, ben sapendo quanto sarà impossibile emularla o ripetere il suo percorso.
È possibile, però, condividere la sua stessa visione.

La piccola donna in questione sono io, l’avrete capito, e lo scorso 26 settembre, a conclusione della Milano Fashion Week, ho passato un’incantevole e indimenticabile serata assistendo alla proiezione del docufilm Anna Piaggi – Una visionaria nella moda: l’opera, diretta dalla regista Alina Marazzi e interamente dedicata al mio grande mito, è stata proiettata presso l’Anteo spazioCinema in occasione del Fashion Film Festival Milano.

Anna Piaggi era nata a Milano nel 1931 ed era diventata giornalista di moda nei primi anni Sessanta, quando il mestiere era ancora agli albori.
Insieme al marito Alfa Castaldi, uno dei fotografi italiani più importanti, e con la collega Anna Riva, altra grande giornalista, la Piaggi gettò le basi di un mestiere, quello della redattrice di moda, che tutt’oggi deve molto (se non quasi tutto) a lei.
Fu fashion editor di Arianna, periodico femminile che fece da precursore; fu opinionista per Panorama e per L’Espresso; approdò a Vogue Italia e qui, nel 1988, creò la celeberrima rubrica D.P., ovvero le Doppie Pagine.
In quel suo spazio straordinario, la grande giornalista interpretava la moda e le tendenze facendo incontrare parole e immagini. I suoi editoriali erano sempre ricchi di riferimenti all’arte e alla letteratura tanto da farne una rubrica cult che continua a fare scuola. Leggi tutto

Vi faccio una domanda: sapete dirmi chi è perfetto?

Questo blog si occupa principalmente di moda.
O così, almeno, era quando è nato: era stato pensato come un luogo virtuale, un salotto nel quale parlare del mio grande amore per la moda.
Poi, ho capito che non avevo affatto voglia di chiudermi da sola in un recinto e così, oggi, in questo spazio, mi piace parlare di vari argomenti.
Tutto, però, è legato dal principio che mi guida: la ricerca del talento e della bellezza.
Quando parlo di bellezza intendo un qualcosa che per me ha un senso ampio nonché molte possibili declinazioni.
Sicuramente, non considero che la bellezza sia sinonimo di perfezione, soprattutto perché credo che la perfezione sia noiosa e che, comunque, non esista.
Ho l’opportunità di vedere le modelle sulle passerelle, a pochi passi da me, e le trovo divine, quasi delle dee; poi, le vedo nei backstage e credetemi se vi dico che poche – anzi, pochissime – sono (quasi) perfette.
Certo, se non c’è materia prima non si fa la modella, dunque non starò a prendervi in giro dicendovi che chiunque possa farlo: alcune, tra l’altro, possiedono quel certo non so che – che prende il nome di allure – che le rende davvero uniche e inimitabili.
Ma tante sono semplicemente belle ragazze. Alte, certo, con dei bei visi freschi, certo: non dee irraggiungibili, non perfette. Leggi tutto

Dee di Vita, un progetto importante per tutte le donne

Ci sono questioni che toccano profondamente le mie corde più intime.
Tra tali questioni figura la malattia e, in particolare, l’approccio alla malattia e al dolore fisico.
Ho conosciuto il dolore in più occasioni e l’ho provato sulla mia pelle, letteralmente, soprattutto a causa di un grave incidente subito da bambina: tutt’oggi porto le cicatrici indelebili, i segni di un’ustione che quasi mi privò della vita.
Credetemi se dico che, nonostante fossi piccolissima, il trauma è stato tanto forte che piccoli frammenti di quella terribile esperienza sono impressi nella mia memoria. Sprazzi di dolore e momenti di angoscia (ero stata ricoverata in camera asettica e avevo paura, ero solo una bambina) che sono perfino più profondi delle cicatrici fisiche che, da adulta, non ho infine voluto togliere.
Sostengo (sorridendo) di essere stata ricompensata per quel tragico incidente attraverso la fortuna di un’ottima salute; eppure, ho conosciuto la malattia attraverso tante (troppe…) persone care che fanno parte della mia vita. Alcune non ci sono più, purtroppo, ma sono presenti più che mai nel mio cuore.
L’ustione non ha solo segnato la mia pelle, ha anche forgiato il mio animo: la mia soglia del dolore è abbastanza alta e sopporto piuttosto bene la sofferenza fisica.
Ma, per paradosso, se sono disposta a sopportarla su me stessa, mi è invece difficile accettarla in coloro che amo: un conto è soffrire in prima persona, un altro è veder soffrire coloro che amiamo. Per quanto mi riguarda, preferisco di gran lunga essere io a provare dolore. Non so, forse così ho l’illusione di poterlo controllare e di poterlo vincere ancora, così come è già stato…
Naturalmente, detesto vedere soffrire i bambini, mi fa stare male quasi fisicamente proprio perché sono stata una bambina sofferente; lo stesso mi accade quando a soffrire sono in generale le donne, soprattutto a causa delle malattie tipicamente femminili.

È per tutti questi motivi che, ogni volta in cui c’è la possibilità di dare il mio piccolo aiuto alla lotta contro la malattia, mi metto in gioco volentieri e cerco di dare il mio sostegno con tutto il cuore.
So che quel che faccio non è altro che aggiungere una piccola goccia, ma sono convinta che il mare – soprattutto se inteso in senso metaforico – sia fatto da tante, tantissime microscopiche gocce.

Sono particolarmente orgogliosa di dare un contributo quando è la moda – la dimensione nella quale mi muovo quotidianamente – a scendere in campo.
Perché da sempre credo nella moda come forma di linguaggio.
E sono altrettanto felice di poter affermare che ci sono realtà che, oltre ad amare la moda, amano i messaggi che essa può contribuire a dare, grazie all’enorme cassa di risonanza sulla quale può contare.

È il caso di La Tenda Milano che si è innamorata del progetto Dee di Vita e che ha voluto fortemente partecipare all’iniziativa solidale nata dalla collaborazione tra Mantero e l’Ospedale San Raffaele di Milano.

Scopo di Dee di Vita è quello di sostenere le attività di Salute allo Specchio, organizzazione non lucrativa che si occupa di supportare psicologicamente le donne con patologie oncologiche con l’intento di aiutarle a ritrovare bellezza, vitalità, sicurezza e femminilità.
Fulcro dell’iniziativa è Vita, un turbante speciale creato da Mantero, azienda storica fondata a Como nel 1902 e specializzata nella seta: Vita è semplice da indossare e può essere annodato con pochi gesti. È un morbido abbraccio di seta, una vera e propria carezza che non irrita la cute delicata di chi affronta terapie farmacologiche molto impegnative.
Con il desiderio di creare una serie limitata di turbanti, La Tenda, celebre boutique meneghina di prêt-à-porter, ha scelto rose acquerellate che sbocciano con sapienti colpi di pennello: sono declinate in cromie calde che ricordano i colori della terra e scenari esotici, con tocchi di indigo e fucsia. Potete vederlo in anteprima nella foto qui sopra.
Grazie al prezioso contributo di La Tenda Milano e all’impegno profuso da Mantero, una parte del ricavato delle vendite dei turbanti – prezzo al pubblico 80 euro – sarà devoluto alla Onlus Salute allo Specchio.

I turbanti limited edition Mantero per La Tenda verranno presentati a Milano in occasione dell’edizione di Milano Moda Donna che sta per iniziare, con il patrocinio della Camera Nazionale della Moda Italiana.
L’allestimento all’esterno della Boutique di via Solferino 10, nel cuore di Brera, trasformerà la via in una vera e propria galleria d’arte: dal 21 al 23 settembre, sarà infatti aperta al pubblico la mostra Donne ConTurbanti del fotografo Guido Taroni, mostra il cui obiettivo poetico fa emergere, attraverso 16 ritratti di donne, tutta la personalità di ognuna di loro. Donne che, pur non avendo affrontato in prima persona la malattia, si sono dimostrate uniche e speciali nel modo di indossare i turbanti Vita.
La mostra sarà arricchita da un nuovo esclusivo scatto che interpreta il turbante Vita nella fantasia realizzata in esclusiva per La Tenda: lo scatto verrà svelato il 20 settembre, in occasione della serata dedicata alla Vogue Fashion’s Night Out e all’inaugurazione della mostra.
E per raccontare il dietro le quinte della creazione della nuova fantasia svelandone il lato più squisitamente artistico, proprio in occasione della VFNO, La Tenda accoglierà, a partire dalle 18:30, una performance di live painting durante la quale una textile designer di Mantero mostrerà come prendono vita le fantasie che ritroviamo sul pregiato twill di seta di Vita.
L’evento proseguirà poi alle 19:30 con Lisa La Pietra, giovane soprano e ideatrice di Argia, progetto che prevede l’utilizzo della vocalità come tramite di emozioni. Attraverso alcuni brani tratti dalla tradizione operistica, una speciale performance di musica dal vivo accompagnerà tutti i presenti alla scoperta di quella che è la grande forza insita in ogni donna, in linea con il vero significato di Argia.
Sapete qual è il significato di questa parola? Illuminata.

Parola perfetta.
Perché è riuscire a vedere la luce ciò di cui ha bisogno chi affronta le patologie oncologiche.
E la luce passa anche attraverso la nuova estetica oncologica nonché attraverso tutto ciò che può trasmettere i valori della bellezza e della forza delle donne, sostenendo concretamente coloro che sono in cura e facendo ritrovare il desiderio di prendersi cura di sé.

Per questo Vita è un prodotto volutamente allegro e colorato, perché interpreta l’energia di tutte le donne, ne celebra la bellezza e ne valorizza la femminilità.

Bando al dolore e alle lacrime. Siamo Dee di Vita.

Manu

 

Qui trovate il sito di La Tenda Milano; qui il sito di Mantero; qui il sito del fotografo Guido Taroni; qui il sito del soprano Lisa La Pietra; qui il progetto Dee di Vita; qui la Onlus Salute allo Specchio con approfondimenti interessanti e importanti, per esempio a proposito dell’estetica oncologica.

 

 

A glittering woman è anche su Facebook | Twitter | Instagram

 

 

NOWGenerations fase 2, AdL porta la moda dalla passerella alla strada

Non è un segreto: amo la moda visceralmente e con tutta me stessa.
Amo la sua storia, amo studiare in che modo ha origine nella fervida immaginazione e nella fertile mente di uno stilista, amo osservare le forme che può assumere, amo vedere come interagisce con molti degli aspetti della nostra vita. Anzi, con quasi tutti gli aspetti della nostra vita.
Tuttavia, come ogni grande amore, anche il mio presenta dei lati oscuri.
Uno degli aspetti tipici della moda e che non apprezzo affatto è, per esempio, quella (spiacevole) tendenza a consumare tutto velocemente e, di conseguenza, quasi a fagocitare sé stessa.
Senza mai soffermarsi e, tra l’altro, togliendo anche a noi il tempo di concentrarci o approfondire.
Tutto questo è sempre esistito: per sua stessa natura, la moda parla del tempo in cui è concepita e dunque parla del presente. Magari diventa vintage nel caso di uno sguardo più ampio verso il passato, oppure avanguardia se ci proiettiamo nel futuro.
Ciò che rimprovero alla moda di oggi è la velocità assurda con cui tutto invecchia: una collezione diventa obsoleta nel giro di pochi mesi, in alcuni casi perfino nel giro di alcune settimane (come nel fast fashion, settore nel quale la permanenza dei capi in negozio è brevissima).
Agli stilisti non è concessa tregua: neanche il tempo di godere di un lavoro o di un successo e devono già proiettarsi sulla collezione successiva (magari anche sulle successive due o tre, tra capsule, limited edition, cruise collection e via discorrendo).
Parallelamente, a noi non viene concesso il tempo di goderne, di indossare i capi in maniera cosciente, perché è già ora di nuovi desideri. Questo è ciò che prevede il cosiddetto (e maledetto) consumismo.
Lo ripeto, a me tutto ciò non piace. Mi mette a disagio.
Vorrei avere il tempo di godere e di assaporare.
Il mio progetto A glittering woman è nato anche con tale finalità: questo spazio mi permette di avere il tempo di soffermarmi. Di dettare i miei tempi. Di scegliere. Di decidere. Di essere libera. Libera di seguire chi mi piace. Di continuare a seguire i progetti che mi piacciono e il loro evolversi nel tempo.

Sono dunque molto felice di parlarvi degli sviluppi del fashion show 2016 di Accademia del Lusso, scuola presso la quale ho il piacere e la gioia di insegnare: la sfilata che chiude l’anno, intitolata NOWGenerations, ha premiato i 18 migliori allievi ai quali è stata data la possibilità di presentare una piccola collezione.

Come avevo già raccontato in un precedente post, il titolo NOWGenerations fa riferimento al nucleo del progetto, ovvero al desiderio di narrare una bellezza priva di limiti temporali e generazionali.
La moda è stata vista come il mezzo privilegiato per esprimere un’idea di stile che può risplendere tanto sulle riviste patinate quanto per le strade: NOWGenerations ha voluto incarnare il presente che si mischia al passato e guarda al futuro, ha voluto raccontare le combinazioni e le contaminazioni che si armonizzano in una visione positiva della moda e della vita.
Ha raccontato la bellezza interiore e ha celebrato quella esteriore senza guardare al tempo che passa. Ha valorizzato e reso tutti protagonisti.

Ora, AdL desidera continuare a promuove il talento creativo delle nuove generazioni con un progetto artistico trasversale: a partire dal concept NOWGenerations, nasce l’idea di ispirarsi alle texture degli abiti creati dagli studenti per il fashion show e le superfici tessili diventano così la base di performance artistiche contemporanee in occasione della Vogue Fashion’s Night Out e della Milano Fashion Week.
Non è stata scelta la via dell’illustrazione di moda; si è preferito privilegiare un modo che fa letteralmente vivere le creazioni dei giovani designer.

Altro obiettivo ambizioso della nuova fase del progetto è quello di rendere la moda un’esperienza non elitaria pur ambendo a conservarne i tratti di unicità e originalità propri della sua dimensione migliore, quella artigianale.

Autore delle performance ispirate al concept NOWgenerations è Ascanio, unconventional street artist di origine cubana che crede nell’arte accessibile, visibile ai più e non chiusa in musei o gallerie, in grado di impreziosire le città includendone tutti i quartieri.
Ascanio non vuole solo interpretare in chiave artistica le creazioni dei designer emergenti di AdL, vuole esplorare e rivivere il mondo delle texture, dei decori, dei dettagli.
I suoi close-up sulle lavorazioni artigianali, filtrate attraverso la lente dell’arte di strada, trasformano le superfici tessili in veri e propri manifesti espressivi.

Come funzionerà in dettaglio il progetto?

In occasione della Vogue Fashion’s Night Out di Milano, martedì 20 settembre 2016 dalle 18 alle 23, AdL ha organizzato un evento Open Night nella sede di via Monte Napoleone 5.
Body painting, opere in mostra, incontro con l’artista: l’Open Night diventerà una tappa imperdibile della VFNO 2016 meneghina.

Il progetto continua in strada: le street art performance di Ascanio si svolgono anche live in zone chiave di Milano – come corso Corso, corso Sempione, zona Navigli, corso Buenos Aires e molte altre location – dal 13 al 24 settembre 2016. Le prime performance sono dunque iniziate.
L’artista riprodurrà le sue creazioni accompagnato dagli studenti di AdL e da modelle che indosseranno i capi. Un vero e proprio flashmob, insomma, per chi ama la moda, l’arte e tutto ciò che è espressione di creatività.

Ecco perché ho voluto parlarvi ancora una volta di NOWGenerations: questo sviluppo, questa fase 2 mi piace molto, come immaginerete, perché crea un legame tra la moda, la città e tutti noi.
E lo fa in un frangente – quello di Milano Moda Donna – che è importantissimo non solo per il settore moda ma per l’intera città, per molti aspetti.
Perché non mi stanco mai di sottolineare che, oltre a essere fenomeno di costume e specchio della società, la moda è fondamentale per il nostro Paese anche dal punto di vista economico, in quanto genera occupazione e posti di lavoro.
E perché altrettanto non mi stanco di sottolineare che la moda non riguarda solo gli abiti, ma è ovunque.
Anche e soprattutto nelle strade, così come dimostrano di aver ben compreso AdL e Ascanio attraverso questo progetto condiviso.

Manu

 

Per maggiori informazioni e per approfondire:

Qui trovate il sito di Accademia del Lusso, qui la pagina Facebook, qui Instagram e qui Twitter.

Qui trovate l’evento sul sito di AdL e qui trovate la mappa degli eventi di street art: seguite la pagina Facebook e l’account Instagram che vi ho segnalato e che vengono costantemente aggiornati e troverete tutte le informazioni e i dettagli in tempo reale.

Qui trovate una gallery completa della sfilata NOWGenerations e qui trovate l’album dedicato alle creazioni di street art.

Qui trovate il sito di Ascanio.

Classe 1988, Ascanio si diploma nel 2007 all’Accademia di Belle Arti di Cuba con specializzazione in pittura e disegno. Nel 2008, si sposta all’Avana ed entra in contatto con l’ambiente artistico della capitale: partecipa a numerose mostre e arricchisce la propria produzione con l’utilizzo della tecnica serigrafica. Nel 2012, si trasferisce a Milano, città nella quale oggi vive e lavora. La naturale propensione al nuovo lo porta a interagire con il contesto e a collaborare con artisti internazionali sviluppando attività e progetti interdisciplinari: attraverso l’uso esclusivo del pennello e di tecniche tradizionali di pittura murale, Ascanio porta avanti uno stile particolare e riconoscibile. Nella sua opera non mancano tuttavia elementi innovativi e di sperimentazione: ama, infatti, coinvolgere i passanti e gli interessati alla realizzazione dei suoi lavori in strada, invitandoli a partecipare e a condividere l’esperienza creativa.

Io & AdL: qui trovate il racconto dettagliato della sfilata NOWGenerations; qui trovate il racconto della sfilata dello scorso anno; qui trovate l’incontro organizzato con Agatha Ruiz de la Prada.

 

 

A glittering woman è anche su Facebook | Twitter | Instagram

 

 

Sonia Rykiel, non solo la regina del tricot

Ammiro le persone che dimostrano di avere carattere e personalità.
Mi piace che una persona si distingua nel mestiere che fa, qualunque esso sia. Resto ancor più affascinata quando si tratta di donne in quanto diventano fulgidi esempi da seguire.
Per questo motivo ammiravo tanto Mariuccia Mandelli, la stilista che aveva scelto Krizia come proprio pseudonimo, nome preso in prestito dall’ultimo Dialogo incompiuto di Platone, quello incentrato sulla vanità femminile.
Nel 2013, dopo una sfilata, avevo avuto l’immenso onore di poterle stringere la mano: lo scorso dicembre, a 90 anni, se n’è andata. Nel mio cuore c’è un posto che sarà suo per sempre e ora, al suo fianco, ne riservo uno per Sonia Rykiel: appena ho saputo della sua morte, ho subito pensato alla signora Mandelli e mi è venuto istintivo unirle indissolubilmente nel fatto di essere donne di grande carattere e personalità, stiliste che hanno saputo diffondere e difendere la loro opinione a proposito della femminilità e dei possibili modi di interpretarla. Leggi tutto

Tattoo sì o no? Nel dubbio… provate con la poltrona!

Chi frequenta questo spazio con una certa costanza lo sa: qui si trovano spesso proposte inconsuete, definiamole così.
Possono partire dalla moda (abiti, accessori, mostre, concorsi) per passare dal cibo (per esempio, un gelato artigianale di gran qualità oppure una birra a base di lievito della Patagonia) fino ad arrivare a una poltrona, proprio come quella che vedete qui sopra.
Talvolta, ciò che propongo fa sì che mondi solo apparentemente lontani possano incrociarsi.
Cosa lega il tutto?
La mia curiosità.
L’eterno desiderio di condividere bellezza, capacità, talento, passioni, emozioni nelle mille forme che possono assumere.
Un pizzico di provocazione, ovvero la spinta che stimola ad abbracciare il cambiamento, l’evoluzione e le trasformazioni.
Mi piace l’idea di condividere scelte libere dai diktat, inclusi i miei: le mie non sono infatti imposizioni, mai e in nessun caso, bensì suggerimenti. Sussurrati.
Perché sta solo a chi legge la decisione finale. Mi piace? Non mi piace? Adotto? Non adotto? L’importante – secondo me – è essere curiosi.

Ho parlato in diverse occasione dei tatuaggi e di ciò che penso a tal riguardo.
Credo che essi non siano solo ornamenti, ma che costituiscano anche e soprattutto un linguaggio.
Il tatuaggio è stato adottato da molti popoli e, a seconda degli ambiti e dei periodi storici, ha rappresentato una sorta di carta d’identità del singolo individuo oppure ha incarnato una pratica volta ad accomunare le persone. Poteva essere un segno di appartenenza, ma anche un rito di passaggio, per esempio quello all’età adulta: poteva simboleggiare un legame relativo a convinzioni religiose, spirituali e magiche.
Ammetto che le motivazioni per le quali oggi ci si fa un tatuaggio sono spesso molto differenti da quelle del passato, eppure persiste il desiderio di comunicare qualcosa di sé agli altri. Anticamente, l’individuo non era in genere libero né di decidere di essere o meno marchiato né di scegliere il disegno da portare sulla pelle: oggi, si sceglie un tatuaggio come celebrazione dei propri gusti e del proprio modo di essere, come manifesto degli eventi personali della propria vita oppure come segno di legami affettivi.
Io ne ho tre: rappresentano tutti momenti o passaggi cruciali della mia vita nonché, appunto, legami affettivi importanti. Quello che porto sul braccio destro è dedicato a mia sorella e a mia nipote. E mia sorella ne ha uno identico.

E così, dopo aver parlato di tattoo su pelle umana e perfino di scarpe tatuate, oggi vi parlo della poltrona Opus Tattoo.
Garantire un pezzo unico, disegnato e realizzato per noi: è ciò che desidera fare la Sergio Villa Mobilitaly proponendo una poltrona in pelle a effetto tatuato.
L’azienda nasce dall’incontro tra l’architetto Carlo Rampazzi e la bottega artigiana di Sergio Villa situata in Brianza, uno dei centri d’eccellenza per la produzione del mobile. La loro idea è quella di creare una sorta di sartorialità dell’arredamento: sostengono infatti che, come accade nella moda, anche i mobili possiedono una valenza che va oltre le fugaci tendenze.
Carlo e Sergio vogliono fare del mobile il centro dell’attenzione, vogliono suscitare emozioni attraverso i loro progetti, attraverso oggetti senza tempo, slegati da trend effimeri e incastonati nel mondo.
Con Opus Tattoo, Sergio, artista decoratore, crea un legame tra la personalità del proprietario e l’ambiente in cui vive: la poltrona parla di chi la possiede, come un’opera d’arte che non si produce in serie e che si gode anno dopo anno.
Il materiale di rivestimento è una pelle patinata che viene decorata a mano: il tattoo e il colore della pelle sono personalizzabili.

L’arte di fare mobili è una delle capacità per le quali noi italiani siamo conosciuti in tutto il mondo: è un onore, dunque, ospitare un’idea tanto estrosa.
Una creazione che parla di personalità libera da vincoli nonché dell’ironia della provocazione, proprio come piace a me.

Manu

 

Se volete approfondire a proposito del lavoro della Sergio Villa Mobilitaly, qui trovate il sito.

Se vi ho incuriositi parlando di scarpe tatuate, qui e qui trovate i miei post.

Sarai regina e vincerai, parola di Irene Vella (e di mamma Lidia)

Potrei iniziare questo post con la frase “io ve l’avevo detto”.

E invece inizierò confessando il mio bisogno – sempre più impellente – di belle cose, belle storie, belle persone, bei sentimenti.

Ho talmente bisogno di sentire e respirare bellezza da aver deciso di far incidere su un anello le parole «La bellezza salverà il mondo» (frase del principe Myškin ne L’idiota di Fëdor Dostoevskij), poiché tali parole sono il mio motto ormai da tempo e cerco di ripetermele come un mantra al quale aggrapparmi.

Come ho scritto in altre occasioni, quando il mondo mi fa paura e quando smetto di comprenderlo, cerco rifugio nella bellezza: è l’unico modo che conosco per portare avanti i valori di cultura, civiltà, umanità, tolleranza e libertà nei quali credo da sempre.

Purtroppo, nel frangente attuale, carico di troppo sangue e povero di umanità, è difficile restare saldi e continuare a credere: cerco dunque di impegnarmi ancor di più per rintracciare tracce di bellezza e così ho pensato che fosse il momento perfetto per leggere Sarai regina e vincerai, il libro più recente di Irene Vella, scrittrice e giornalista (mi permetto di aggiungere amica) che tanto stimo.

Non mi sbagliavo, ho fatto la scelta giusta: tra le sue righe, ho trovato ciò che cercavo – amore e bellezza – e non sono riuscita a staccarmene fino a quando non l’ho letto tutto.

Ora vi chiederete perché ho esordito con quella frase, “ve l’avevo detto”: perché di Irene avevo già parlato altre volte, di lei, dei suoi libri e della sua (meravigliosa) famiglia e avevo raccontato una cosa importante. Ovvero che Irene ha dato un rene a suo marito Luigi. Ma non così, come modo di dire: gliel’ha dato veramente, fisicamente, e lo racconta in Sarai regina e vincerai, appunto.

Il libro narra che, dopo il matrimonio e la nascita di Donatella, la primogenita di Irene e Luigi, la loro vita procede come una favola, almeno fino al giorno in cui Luigi, sportivo, atletico, sanissimo, ha un piccolo malessere. Decide di sottoporsi a una visita: quel giorno diventerà, purtroppo, uno spartiacque tra prima e dopo, perché la diagnosi sarà fortissima, ovvero insufficienza renale cronica. I suoi reni non funzionano più e la prospettiva è la dialisi a vita. O un trapianto.

All’improvviso, Irene scopre che le banalità che si dicono sul valore delle piccole cose o sulla fragilità della felicità sono tutte drammaticamente vere; ma, allo stesso tempo, scoprirà l’autenticità di un’altra banalità, ovvero che l’amore ci dà risorse che mai avremmo creduto o sospettato di avere.

E così, la decisione viene da sé: donerà a Luigi un suo rene. Anche se la parte più difficile è convincerlo ad accettarlo.

Armata di positività, senso dell’umorismo e molto coraggio, Irene affronta con Luigi la sua battaglia più difficile e salverà il suo regno di affetti, come una vera regina guerriera.

E, in fondo, come scrive la stessa Irene, la colpa (ma io direi il merito) è di sua madre che, quando la giornalista aveva solo dieci anni, si presentò con un quadretto tricottato e incorniciato che recitava: «Sarai regina e vincerai, tutte le cose che vorrai diventeranno realtà».

«Il problema – scrive Irene è che io ci ho creduto»: e per fortuna, torno a ripetere. Brava signora Lidia! Leggi tutto

Shannen non si è fermata a Beverly Hills 90210

Sono pronta a scommetterci: se scrivo Beverly Hills 90210, catturo immediatamente l’attenzione di moltissime persone e non solo di chi ha visto il celebre telefilm negli Anni Novanta, in occasione del primo passaggio, ma anche di chi ha imparato a conoscerlo in seguito.

Ci sono film e serie TV che, per tutta una serie di motivi, entrano nell’immaginario collettivo e vanno a occupare un posto fisso tra i cosiddetti miti pop, ovvero quei fenomeni che diventano pietre miliari della storia del nostro tempo perché rappresentano, incarnano e raccontano alcuni tra i maggiori cambiamenti della società e dei suoi costumi. Sento di poter affermare che il telefilm in questione rientra in tale casistica.

Trasmessa tra il 1990 e il 2000, Beverly Hills 90210 è stata una serie speciale perché, per la prima volta, ha portato in televisione gli adolescenti per quello che erano, affrontando temi come droga, alcool, sessualità, AIDS.

La storia inizia con i due fratelli gemelli Walsh, Brandon e Brenda, che si trasferiscono con i genitori da Minneapolis a Beverly Hills, il quartiere VIP di Los Angeles. Lì si trovano di fronte a un mondo nuovo, dalla scuola alle amicizie.

Brenda si innamora di Dylan McKay, ragazzo ricco che non riesce a stare lontano dai guai. A sua volta, la giovane dimostra di essere ribelle e combattiva e confesso che, pur con varie differenze, mi rivedevo in lei e in quella sua malcelata insofferenza verso le regole.

Ecco perché, quando ho letto della malattia che ha colpito Shannen Doherty, colei che ha dato volto, corpo e spessore a Brenda, sono rimasta molto colpita. Leggi tutto

Ceramiche Tasca, incontrare le Teste di Moro a Vittorio Veneto

Oggi desidero narrarvi una di quelle storie che iniziano con la classica formula “C’era una volta”.
Si tratta di un mito appartenente alla tradizione di una regione meravigliosa, la Sicilia.
La Sicilia ha subito molte dominazioni, dai Greci ai Romani, dai Mori ai Normanni, dagli Angioini agli Spagnoli passando per i Borboni: ognuno di questi popoli ha lasciato tracce nei costumi dell’isola.
La storia della quale desidero parlarvi è relativa al periodo della dominazione dei Mori: essi instaurarono un Emirato che durò 264 anni, dall’anno 827 con lo sbarco di Mazara del Vallo fino all’anno 1091 con la caduta di Noto.
La leggenda è ambientata a Palermo (Balarm in arabo), designata capitale in quanto residenza dell’Emiro: siamo sul finire del periodo della dominazione e ci troviamo in quello che è oggi il quartiere Kalsa (nome che deriva sempre dall’arabo, da al Khalisa che significa la pura o l’eletta).
Lì viveva una bellissima fanciulla “dalla pelle rosea paragonabile ai fiori di pesco al culmine della fioritura e un bel paio di occhi che sembravano rispecchiare il bellissimo golfo di Palermo”: la ragazza trascorreva le giornate occupandosi delle piante del suo balcone fino a quando, un giorno, si trovò a passare da quelle parti un giovane Moro che, non appena la vide, subito se ne invaghì e decise di averla a tutti i costi.
Senza timore né indugio, l’uomo entrò in casa della ragazza e le dichiarò il suo amore: lei, colpita da tanto ardore, ricambiò il sentimento.
Ma ben presto, purtroppo, la sua felicità svanì: venne infatti a conoscenza del fatto che il suo amato l’avrebbe presto lasciata per ritornare in Oriente dove l’attendeva una moglie con un paio di marmocchi (tutto il mondo è paese e certe storie si ripetono all’infinito dalla notte dei tempi).
Fu così che la fanciulla attese il calare delle tenebre: non appena il Moro cadde addormentato, lei lo uccise tagliandogli la testa.
Cosa fece della testa? Ne ricavò un vaso nel quale piantò del basilico e mise il tutto in bella mostra sul balcone: in questo modo, non potendo più andar via, l’incauto Moro rimase per sempre con lei.
Il basilico crebbe rigoglioso e destò l’invidia di tutti gli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero costruire appositamente dei vasi di terracotta a forma di Testa di Moro.
Ancora oggi, sui balconi siciliani, si possono ammirare vasi a forma di Teste di Moro (o Teste di Turco): di pregevole fattura, sono in ceramica dipinta a mano e raffigurano il volto di un uomo accompagnato da quello di una giovane donna.
Cosa insegna la storia che vi ho raccontato? Agli uomini insegna a non scherzare con i sentimenti di una donna innamorata (soprattutto se siciliana) e a non tradire (per quanto i fedifraghi appartengano in egual misura all’uno e all’altro sesso, sia ben chiaro); a noi donne insegna invece a non accontentarci degli uomini delle altre e a sceglierne uno per il quale diventare l’unico amore.
La mia famiglia ha origini siciliane (mio papà, tra l’altro, è originario proprio di Noto, città che ho citato in principio) e dunque conoscevo la storia del Moro (per sommi capi) fin da piccina: eppure, dovevo andare fino a Vittorio Veneto (bella città in provincia di Treviso e dunque dall’altra parte della nostra splendida Italia) per approfondire la leggenda e per portarmi a casa due autentiche Teste di Moro nonché degli splendidi orecchini – li vedete qui sopra – anch’essi ispirati alla leggenda.
Direte voi, giustamente: spiegaci cosa c’azzecca Vittorio Veneto con la Sicilia. E come faccio a definire autentici i miei acquisti?
Prima di tutto, mi trovavo a Vittorio Veneto per la bellissima manifestazione Tutti in Strada in via Caprera della quale ho già parlato (e della quale parlerò ancora); tra gli incontri che ho fatto lì, c’è stato anche quello con la famiglia Pulvirenti, proprietaria di un’azienda di ceramiche artistiche situata a Caltagirone.
Caltagirone è un comune del catanese: ricco di chiese, pregevoli palazzi e ville settecentesche, il suo centro storico è stato insignito nel 2002 del titolo di Patrimonio dell’Umanità da parte dell’UNESCO. La città è famosa per la produzione della ceramica, attività sviluppatasi nei secoli a partire dai tempi degli antichi Greci.
Ceramiche Artistiche Tasca è uno dei laboratori artigianali che si trovano in città e può contare sulla trentennale esperienza del Maestro d’Arte Nunzio Pulvirenti, ceramista, pittore e restauratore: quest’estate, i Pulvirenti saranno presenti con un atelier proprio a Vittorio Veneto. Una sorta di gemellaggio, insomma.
Il laboratorio Tasca gode del riconoscimento ufficiale del comune di Caltagirone ed espone in varie fiere nazionali e internazionali: offre prodotti rigorosamente fatti a mano, dai pavimenti con splendide riproduzioni di decori secolari ai tavoli in pietra lavica (basalto dell’Etna ceramizzato).
E, naturalmente, produce meravigliosi vasi in ceramica, incluse le Teste di Moro declinate anche in piccoli monili completati da pietre dure: oltre alle testine, compaiono le ruote di carretto e le pale di fico d’India, altri simboli caratteristici siciliani. In aggiunta agli orecchini, ci sono le collane, sautoir in pietra dura dove le ruote diventano il pendente.
Il bello è che il laboratorio dei Pulvirenti riesce a coniugare passione, produzione di grande valore estetico e di notevole qualità nonché prezzi assolutamente ragionevoli e onesti (anche grazie alla vendita diretta). Ecco perché mi sono innamorata delle loro creazioni fino a decidere di portarle qui nel blog oltre che a casa: penso che ci siano incontri che sembrano apparentemente determinati dal caso o dalla fortuna ma forse, in realtà, sono voluti dal destino. O – come direbbe qualcuno – è la legge dell’attrazione a favorirli?
A questo punto, se volete anche voi le Teste di Moro firmate Tasca / Pulvirenti, avete ben quattro diverse possibilità: andare a Vittorio Veneto (via Caprera); andare a Caltagirone (via Scuola Agraria 27); scrivere all’indirizzo e-mail ceramichetasca@tiscali.it; contattare il numero 366 4454506 oppure 093 35 14 56 e chiedere di Maria.
Ditele pure che vi mando io: questo invito fa un po’ stereotipo Sicilia bedda, me ne rendo conto (e io detesto gli stereotipi), ma visto che parliamo di bellezza, arte e cultura… perdonatemi, per questa volta 😆

Manu

P.S.: Nel frattempo… qui trovate il giovane e talentuoso Dario Pulvirenti di Ceramiche Tasca intento a dare una piccola dimostrazione per la gioia di grandi e piccini. Succedeva a Vittorio Veneto lo scorso 17 luglio.

Yezael by Angelo Cruciani: Pink Power sulla SS 2016

Molte persone sostengono che il bello di avere un’idea risiede anche nella possibilità di poterla cambiare o di vederla evolvere.
Ho passato metà della mia vita – la prima, quella da adolescente impetuosa – a essere ciò che oserei definire un’integralista delle opinioni; ora, nella seconda fase – quella di donna ormai matura, almeno dal punto di vista anagrafico – sto in effetti riscoprendo la bellezza che non conoscevo fin quando sono stata solita dividere ogni cosa tra bianco e nero senza vedere le sfumature.
Per questo, oggi, quando ascolto le opinioni di qualche giovane testa impetuosa esattamente quanto lo era la mia, cerco di non prendermela per sentenze a volte taglienti se non offensive; cerco di sorridere e lo faccio con un filo di imbarazzo, rendendomi conto solo ora di quanto, probabilmente, all’epoca sono apparsa come un giovane, inesperto e cocciutissimo mulo.
Eppure, a discolpa mia e di quei giovanissimi che sono come me, posso citare una frase che mi ripeteva spesso mia mamma quando, paziente, ascoltava le mie idee intemperanti: il fuoco non scotta fino a quando sono gli altri a dirtelo. Ovvero, per capire certe cose devi provarle sulla tua pelle.

Perché questo esordio?
Perché oggi vi parlo di moda uomo e questo è un argomento sul quale il mio pensiero è costantemente in evoluzione. È un territorio sul quale mi riservo la facoltà di cambiare idea.

Mi spiego meglio.

Ricordo di aver scritto in un post – a proposito di Julian Zigerli e Alessandro Dell’Acqua – di non apprezzare le mezze misure applicate al guardaroba, soprattutto a quello maschile.
A me piace quel tipo di moda che continua la grande tradizione sartoriale oppure apprezzo la moda d’avanguardia e chi osa; ciò che sta in mezzo, per come la vedo io, è solo noia.
Visto che penso che la moda sia linguaggio e comunicazione, credo che stare a metà tra le due scelte crei un territorio in cui regna la confusione: detesto quando una collezione comunica un senso di pretenziosità immotivata, così come detesto se trasmette un messaggio del tipo vorrei ma non oso.
Ciò che è certo è che occorre coraggio per entrambe le opzioni: se si segue la strada tracciata dai grandi sarti, si accetta un confronto che può risultare rischioso; se si decide di rompere con la tradizione, si tenta di scrivere nuovi codici che spesso risultano di non facile comprensione, soprattutto nell’immediato. Leggi tutto

A loving tribute to the great photographer Bill Cunningham

Bill Cunningham alla sua scrivania nella redazione del New York Times

Ho saputo della morte di Bill Cunningham navigando su Instagram: era circa l’una di notte di sabato scorso, la notizia era appena trapelata e il social network si è rapidamente riempito di foto in suo ricordo.
Mi si è gelato il sangue perché quest’uomo di 87 ani era uno dei miei miti. Non solo per quanto riguarda la moda, ma molto più in generale.
Quella notte, ho spento la luce attorno alle tre: non mi davo pace e forse speravo fosse uno scherzo di pessimo gusto.
Non lo era e oggi, a distanza di una settimana, desidero rendere omaggio a questo grande uomo, un piccolo tributo un po’ più organizzato delle prime parole da me pubblicate su Instagram quella notte.

Sebbene non abbia bisogno di presentazioni – e tanto meno della mia – desidero raccontare alcune cose a proposito di Bill Cunningham.
Era nato nel 1929 ed è stato uno dei più famosi fotografi di moda americani: per 40 anni ha realizzato fotografie e ha commentato le nuove tendenze sia delle passerelle sia delle strade dalle pagine del New York Times.
Aveva iniziato la sua carriera disegnando e realizzando cappelli, una passione nutrita fin da bambino, poi iniziò a lavorare come giornalista di moda per Women’s Wear Daily (WWD) dove però litigò con il direttore John Fairchild su chi fosse il migliore stilista tra Yves Saint Laurent e André Courrèges. Fairchild propendeva per Saint Laurent e Mr. Cunningham volle mantenere la sua libertà: non accettò che gli fosse impedito di scrivere di Courrèges e dunque lasciò WWD.
In seguito, collaborò con il Chicago Tribune e con la rivista Details: nel 1966, il fotografo David Montgomery gli portò una macchina fotografica da pochi dollari dicendogli di usarla come se fosse un taccuino per appunti. Bill Cunningham lo prese in parola.
La collaborazione con il New York Times iniziò negli anni ’70 e nel 1978 ottenne una rubrica tutta sua: senza sapere chi fosse, fotografò una donna in strada. La donna aveva attirato la sua attenzione per una stola di pelliccia di nutria: era l’attrice Greta Garbo, allora 73enne, e quello scatto fu il punto di partenza della rubrica On the street.
Bill Cunningham era anche considerato un simbolo della città di New York: poteva infatti capitare di vederlo scattare foto ai passanti perché frequentava sì le sfilate e le cene di gala (alle quali si recava solo per lavorare e mai per prenderne parte, come racconta anche Jacob Bernstein in un bellissimo articolo per il New York Times) ma frequentava anche e soprattutto le strade cittadine dove fotografava chiunque indossasse qualcosa di bello.
Nel mondo della moda – un mondo bizzarro, occorre ammetterlo, e spesso con leggi tutte sue – era noto a tutti ed era molto apprezzato nonostante avesse un carattere schivo e vivesse in modo isolato, caratteristica che di solito non aiuta chi voglia lavorare in tale ambito.
Pensate che Anna Wintour, direttrice di Vogue, ha più volte detto “We all get dressed for Bill”, ovvero “Ci vestiamo pensando a Bill”. Lei, la temutissima imperatrice della moda.

Sul New York Times, Bill Cunningham aveva due rubriche, quella che ho già citato, ovvero On the Street, e Evening Hours.
La prima raccoglieva fotografie scattate per le strade di New York e assemblate in modo tale da mostrare le ultime tendenze da lui individuate; l’altra rubrica era invece dedicata alla vita mondana newyorkese. Leggi tutto

Brexit, i miei pensieri tra sogni europeisti e british icon

Brexit… Leave or Remain? That is the question! (credit NextQuotidiano)

Non sono un’esperta né di politica né di economia: cerco di seguire entrambe perché mi interessano, ma la verità è che le notizie connesse spesso mi lasciano perplessa o disorientata.
Sulle questioni sociali sono molto decisa: se si tratta di condannare tragedie come gli omicidi di genere o di schierarmi per garantire uguaglianza di diritti a tutti, sono determinata e inflessibile, mentre su tante questioni politiche ed economiche sono dubbiosa e mi è più difficile farmi un’opinione definitiva e prendere una posizione assoluta.

Tutti sanno che il 23 giugno il Regno Unito ha votato sulla Brexit, ovvero l’uscita dall’Unione Europea.
Tutti sanno anche quale sia stato l’esito del referendum: il Leave ha prevalso con il 51,9% dei voti. I britannici che hanno votato Leave sono stati 17.410.742; il fronte Remain ha ottenuto 16.141.241 voti.
La Scozia, l’Irlanda del Nord e Londra hanno votato largamente per il Remain; il Leave ha prevalso nel resto d’Inghilterra e in Galles. Insomma, altro che… regno unito!

In parole povere, sarà Brexit, ovvero il Regno Unito lascerà l’UE.
E, intanto, gli effetti – tutti negativi, al momento – si fanno sentire.
La sterlina è andata a picco, Borse e mercati finanziari sono andati in rosso in tutto il mondo. Da giovedì scorso, regna una sensazione di incertezza per il futuro, soprattutto in campo economico.
David Cameron, il primo ministro britannico, si è dimesso.
L’Europa sta rispondendo a muso duro: Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, seguita a ribadire la volontà di iniziare immediatamente i negoziati con Londra (che temporeggia) in vista della Brexit.
Pare che Scozia e Irlanda del Nord siano decise a non seguire la maggioranza inglese nel divorzio da Bruxelles e si parla di referendum (in Scozia) per sancire il divorzio.
Intanto, i pentiti del Leave aumentano e qualcuno chiede che il referendum venga ripetuto.
È un bel disastro, insomma, un autentico terremoto che scuote non solo il Regno Unito e non solo l’Europa.

Ecco, questa è una di quelle questioni politiche ed economiche molto ingarbugliate e nella quale ci sono infinite variabili: lascio le analisi profonde a chi se ne intende, tuttavia vorrei esprimere tre pensieri abbastanza precisi, soprattutto dal punto di vista sociale e culturale. Leggi tutto

Tutti in strada in via Caprera e… non dimenticate il cappello!

Più passano gli anni e più mi convinco che essere nata in Italia sia una fortuna.

Mentalmente e moralmente, sono una cittadina del mondo: mi sento a casa in molti luoghi e amo immensamente viaggiare e scoprire, tuttavia credo che proprio questo amore nonché la capacità di cogliere e apprezzare il bello siano cresciuti in me grazie al fatto di essere nata nel Bel Paese. Credo che avere natali italiani sia un valore aggiunto che si porta con sé per tutta la vita e del quale occorre essere grati.

È vero, il nostro Paese ha infiniti problemi, ma è anche ricco di una storia e di una cultura che, se solo sapessimo valorizzarle nel modo giusto, potrebbero essere la chiave per risolvere qualsiasi questione. Lo Stivale è pieno, da Nord a Sud e viceversa, di centinaia di luoghi dove si celebra e si onora la nostra preziosa eredità culturale attraverso eventi e iniziative che uniscono antico e nuovo.

Oggi desidero parlarvi di un luogo che ha trovato proprio nella divulgazione di cultura, arte e bellezza la strada per prolungare un passato glorioso: si tratta di una città che si trova in provincia di Treviso e il cui nome è Vittorio Veneto.

Vittorio Veneto è il luogo in cui si è svolto un episodio storico decisamente importante per tutta la nazione e non solo: vi si combatté infatti l’omonima battaglia durante la Prima Guerra Mondiale, tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918. La vittoria dell’esercito italiano su quello austro-ungarico ebbe come conseguenza la resa austriaca e la fine della guerra.

Da allora sono passati quasi 100 anni e ora Vittorio Veneto si fa conoscere per altre cose, per esempio per una bella manifestazione che si chiama Tutti in strada in via Caprera.

Avrete già immaginato che via Caprera è una strada della città: come racconta un signore di nome Gino, memoria storica del quartiere, una volta ogni edificio della via ospitava un’attività economica. Alla mattina, artigiani e commercianti scendevano le scale di casa e aprivano bottega: si contavano otto sarti, tre calzolai, uno zoccolaio, molti falegnami e poi venditori di vino, osterie e tutte le attività che potevano servire alla vita di una comunità.

La via fungeva da crocevia tra le borgate e ancora oggi è sede di una vivace comunità che sta riscoprendo il piacere di vivere la strada: tra le varie iniziative esistenti ne figura una che mette al centro arte, storie, mestieri di una volta, giochi, intrattenimento per grandi e piccini. Dal 2013, ogni estate per un weekend, via Caprera diventa un grande laboratorio di idee e fantasia, dove le osterie offrono il miglior ristoro per accompagnare i visitatori alla riscoperta di un antico quartiere: ecco spiegata in poche parole la manifestazione.

E così, Tutti in strada in via Caprera ha favorito nuove amicizie, ha consolidato le antiche, ha dato nuovi stimoli a osti, commercianti e artigiani che hanno scelto questa via per la loro attività: non solo, la manifestazione propone bellezza attraverso il concorso Abiti_Amo e promuove socializzazione e solidarietà grazie a Porta L’Arte, iniziativa che culmina in un’asta benefica. Leggi tutto

Con un macigno sul cuore, pensando a Sara Di Pietrantonio

Il mio è uno spazio potenzialmente stupido, lo so.
A glittering woman parla spesso di moda e so perfettamente che per molti si tratta di un argomento altamente superficiale e frivolo.
In realtà, questo piccolo spazio vorrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere leggero che è cosa ben diversa dalla superficialità o dalla stupidità; vorrebbe, semplicemente, parlare di tutto ciò – e non solo la moda – che rende più bella e più lieve la vita.
Sapete, invece, quando mi sento stupida sul serio e nel modo peggiore?
Mi sento stupida ogni volta in cui ho la dimostrazione che ogni tentativo di sottolineare il bello della vita rischia di essere del tutto inutile.
Mi sento stupida, impotente e illusa ogni volta in cui una ragazza come Sara Di Pietrantonio, 22 anni, viene barbaramente uccisa. Leggi tutto

Alberto Marchetti, passione e talento da servire… in coppetta

Quando penso alla mia infanzia, mi sento una persona molto fortunata: è piena di momenti che oggi sono ricordi meravigliosi.
Mi basta pensare a certi episodi e a certe consuetudini perché mi torni il sorriso perfino nei giorni più neri; è l’amore che ho ricevuto in quegli anni a scaldare ancora il mio cuore e ad avere fatto di me un’adulta serena.
Alcuni dei ricordi più belli sono quelli legati all’estate che per me e mia sorella era sinonimo di vacanze al mare con mamma e papà: aspettavamo tutto l’anno di poter tornare a Martinsicuro, una piccola località vicino a Teramo, in Abruzzo.
Non vedevamo l’ora di rivedere quella lunghissima spiaggia di sabbia sottile baciata da un mare tranquillo e di trascorrere ore a giocare sotto il sole con mamma che insisteva affinché mettessimo il cappellino e la protezione solare.
Non vedevamo l’ora di mangiare i pomodori buonissimi (mai più ritrovati così) dell’orto di una contadina dalla quale facevamo la spesa e di fare la rituale passeggiata dopo cena, anche perché significava gustarci un ottimo gelato.
Ricordo benissimo le gelaterie di Martinsicuro: non ricordo il nome, ma ne ricordo una con vasche colme di creme artigianali davanti alle quali mia sorella e io cambiavamo idea almeno quattro o cinque volte a testa prima di scegliere definitivamente il nostro cono o la nostra coppetta.
Credo che sia per questi bei ricordi che, ancora oggi, per me il gelato appartiene alla categoria comfort food, quei cibi in grado di deliziare il palato e di ristorare lo spirito.
Se chiudo gli occhi, se mi concentro e se schiaccio la lingua contro il palato, posso ancora sentire il sapore della stracciatella o del caffè (che trasgressione quando mia mamma ci permetteva di prendere quel gusto!): questi ricordi, però, fanno anche sì che io sia esigente.
Ecco perché Alberto Marchetti mi è andato subito a genio: Alberto fa il gelato e – come dice lui stesso – ama farlo. E si sente.
Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, in occasione di un recente press day: veniva presentata la nuova collezione Braintropy, brand di borse che seguo con affetto, e Alberto era lì per far felici giornalisti, redattori e blogger.
Mi ha subito conquistata per due motivi: sono stata colpita dal fatto che il proprietario di cinque gelaterie fosse venuto a presentarci personalmente il suo prodotto e ho trovato il suo gelato davvero ottimo. Buono, genuino, saporito, autentico. Leggi tutto

Gucci e i funeral shop di Hong Kong, ovvero cose bizzarre dal mondo

Un funeral shop espone alcune repliche in carta delle borse Gucci (photo AFP)

Quando ho letto la notizia, ho pensato in prima istanza a uno scherzo – lo confesso. D’altro canto, eravamo in periodo di pesce d’aprile.

Poi, ho riflettuto con maggiore attenzione e ho capito che, in realtà, c’erano tutti gli estremi perché fosse una notizia seria. Molto seria e ricca di sfaccettature e implicazioni.

Di cosa sto parlando?

Dovete sapere che a Hong Kong esistono dei negozi che si chiamano funeral shop: sono parenti delle nostre pompe funebri, ma sono specializzati soprattutto in oggetti di carta – riproduzioni di automobili, case, abiti, accessori, strumenti tecnologici, denaro – appositamente fatti per essere bruciati o seppelliti con il corpo di coloro che lasciano questa vita e che, secondo la credenza, potranno così portarli nell’aldilà.

Non mi offendo se, a questo punto, qualcuno sta toccando ferro, è anche questa un’usanza: i cinesi credono che a ogni estinto corrispondano gli oggetti che ha amato in vita e che sia importante che li porti con sé; noi crediamo che parlare di certe cose porti sfortuna e che toccare ferro ci protegga. Usanze, tradizioni, credenze, superstizioni: a ciascuno la sua, a ciascuno la libertà di decidere quanto siano vere e di crederci o meno.

Non per nulla esiste il detto “Paese che vai usanza che trovi” e, in fondo, a me sembra che questa tradizione cinese non differisca da quelle portate avanti fin dall’antichità da molte popolazioni in tutto il mondo: il culto dei morti è sempre esistito e il primo esempio illustre che mi viene in mente è quello di Tutankhamon. Nella tomba del sovrano egizio sono stati infatti trovati cofanetti e casse contenenti stoffe, cosmetici, oggetti d’uso quotidiano nonché gioielli e molto altro ancora, tanto da costituire un inestimabile tesoro.

Nella Hong Kong dei giorni nostri, la domanda di riproduzioni in carta raggiunge il suo apice durante il Qingming Festival, conosciuto anche come Tomb-Sweeping Day, ovvero il momento in cui si rende omaggio agli antenati visitando le loro tombe. Il rituale inizia con le operazioni di pulizia (ovvero sweeping) per poi proseguire con offerte di cibo, incenso e – appunto – repliche in carta: per Cina, Taiwan e Hong Kong è una festività nazionale che dura tre giorni a partire dal 2 aprile.

Con il passare del tempo, le repliche in carta sono diventate sempre più elaborate, raffinate e sofisticate e oggigiorno riguardano spesso riproduzioni assai credibili di accessori elettronici quali smartphone e tablet.

Ma volete sapere quali sono gli accessori più in voga ai funerali di Hong Kong? Quelli griffati Gucci, tanto che la maison della doppia G ha deciso di inviare una lettera di avvertimento ad alcuni negozi di Hong Kong che vendono le versioni cartacee dei suoi prodotti (borse e calzature) come offerte ai morti. Leggi tutto

Abbinare scarpe e borsa? Sorpassato. Provate Your Opticar Illusion!

Uno dei tanti dilemmi femminili è l’abbinamento tra scarpe e borsa.

Fino a non molto tempo fa, la regola che andava per la maggiore era quella che voleva che questi due accessori fossero perfettamente coordinati e integrati, ovvero che fossero dello stesso colore e dello stesso materiale, pelle o tessuto. Addirittura, qualora ci fosse la cintura, doveva anch’essa seguire gli stessi criteri.

Per fortuna, non esistono più regole così ferree nella moda e oggi si dà precedenza alla personalità: certo, continua a esistere – o dovrebbe continuare a esistere – una cosa che si chiama buongusto e che è la regola base per creare uno stile personale degno di nota. Un tocco di stravaganza è sempre il benvenuto e aggiunge sale, ma ricordiamo che equilibrio e misura non passano mai di moda né sono soggetti a trend. Leggi tutto

error: Sii glittering... non copiare :-)