Curiosità dal mondo: l’invasione (pacifica) degli Amigurumi

Uncinetto.
Lo so, basta leggere questa parola e tante persone pensano immediatamente a qualcosa di datato.
Ad alcuni tornano in mente le immagini della nonna impegnata a sfornare centrini di ogni tipo, colore e dimensione. Quelli che, negli anni, sono poi spesso finiti in cassetti dimenticati.
Nulla è però più lontano dallo scenario attuale: l’uncinetto vive infatti evoluzioni del tutto inaspettate.

Avete mai sentito parlare, per esempio, degli Amigurumi?
Il termine è composto dalle parole giapponesi ami, che significa lavorare a maglia o all’uncinetto, e nuigurumi, che significa peluche: è pertanto traducibile come giocattoli lavorati all’uncinetto.

Amigurumi descrive quindi l’arte giapponese di creare all’uncinetto o a maglia sia animali sia piccole creature dall’aspetto generalmente antropomorfo (ovvero con sembianze umane): fondamentalmente, le creazioni non hanno un uso pratico e vengono collezionate più che altro per ragioni estetiche.

Caratteristica comune a tutti gli Amigurumi è infatti quella di essere kawaii: è un’altra espressione giapponese e indica un concetto assimilabile all’equivalente inglese cute. Significa letteralmente carino, amabile, adorabile.
Ciò che è kawaii è piccolo, buffo, dall’aspetto innocente, con fattezze minute e deliziose ed è ricco di dettagli e particolari.

Mi sono informata in rete e ho scoperto che gli Amigurumi sono solitamente realizzati all’uncinetto con la tecnica della lavorazione in tondo: possono essere lavorati ai ferri anche in questo caso lavorando circolarmente.
Gli uncinetti e i ferri utilizzati sono leggermente più piccoli della norma poiché è necessario costruire una struttura che tenga ben stretta al suo interno l’imbottitura (simile a quella dei cuscini).
Sono inoltre in genere lavorati suddivisi in parti che successivamente vengono unite: quelli che hanno soltanto testa e busto senza altri arti possono essere trattati come un unico pezzo.

Da qualche anno, la pratica degli Amigurumi sta ormai spopolando ben oltre i confini giapponesi.

Per avere la prova è sufficiente fare un piccolo esperimento con Google: provate a digitare Amigurumi e il motore di ricerca vi proporrà circa 36 milioni di risultati.

Stessa cosa su Etsy, il marketplace nel quale persone di tutto il mondo si incontrano per vendere e comprare articoli fatti a mano e oggetti vintage: qui siamo a quota 64 mila risultati (1200 circa restringendo la ricerca ai venditori italiani).

Instagram non fa eccezione, naturalmente: basta digitare #amigurumi perché il social della comunicazione visiva proponga risultati molto interessanti.
Quanti? Oltre un milione e 700 mila.

Volete qualche esempio pratico?

Io mi sono innamorata di Mei, una ragazza giapponese che non solo realizza Amigurumi deliziosi ma li fotografa anche in modo estremamente accattivante.
Dal suo account @amigurumei si può accedere anche al sito; Mei ha inoltre scritto un libro che si chiama Hello Kitty Crochet.

Visto che io ADORO letteralmente i Minions, per illustrare questo post ho scelto una creazione di Olka, un altro splendido talento proveniente dall’Ucraina: vi segnalo il suo account che si chiama @aradiyatoys e dal quale si vede la sua grande passione per il colore e per i personaggi di fantasia come appunto i miei piccoli amici gialli.
Da Instagram accedete anche al negozio Etsy di Olka che tra l’altro vende gli schemi per realizzare i suoi Amigurumi, schemi che costano davvero pochissimo.

Volete anche qualche nome italiano?

Tornando a Etsy, provate a dare un occhio a Mary’s Amiland (da Verona, Veneto), a Brama Crochet (da Firenze, Toscana), a Amy Mamy Creations (da Castelluccio Inferiore, Basilicata) e a Creo Ergo Sum Design (da Ragusa, Sicilia).
Come vedete, è rappresentata tutta l’Italia da nord a sud: ve l’ho detto che la passione è ormai sparsa ovunque a macchia d’olio.

Su Instagram, sto tenendo d’occhio anche @ohioja alias Ylenia Tagliafraschi (da Prato, Toscana).
Ho visto alcune sue creazioni trasformate in spille e la cosa mi stuzzica non poco.

La combinazione di due cose che mi incuriosiscono e mi piacciono (Amigurumi + monili) potrebbe essere mooolto pericolosa, in effetti.

Dunque, parafrasando una frase famosa, potrei dire «posate gli uncinetti e nessuno qui si farà male!» 😀 😀 😀

Mie stupide battute a parte: spero che queste creature vi siano piaciute e vi do appuntamento al prossimo post con qualche altra curiosità dal mondo scovata per arricchire sempre più la nostra wunderkammer virtuale.

Manu

P.S.: Mi sono ricordata di una cosa. Quand’ero bambina, osservavo mia nonna intenta a lavorare non solo i centrini citati in principio, ma anche delle bamboline: testa e corpo erano fatti con fili di lana intrecciati tra loro, mentre abiti e cappelli venivano pazientemente tricottati a uncinetto. Cosa dite, posso considerare mia nonna come una pioniera degli Amigurumi? 😀

 

Curiosità dal mondo: Instagram e il caso dei coordinatissimi Bonpon511

Uno dei tanti outfit coordinati condivisi sull’account Instagram Bonpon511

Lo ammetto, in alcune cose sono un po’ maniaco-compulsiva e rasento una precisione che sfiora – appunto – il maniacale.
Faccio un esempio: i miei armadi sono rigorosamente suddivisi per tipo di indumento e colore.
In altre cose, invece, sono sciatta al limite dell’inverosimile e anche in questo caso faccio un esempio: la mia auto non è invasa da cartacce o carabattole varie sparse per l’abitacolo, ma viene lavata più o meno una volta all’anno e, in genere, è mio marito, mosso a pietà, a occuparsene.
Dunque, si potrebbe dire che sono anche un po’ bipolare, con estremi che convivono al limite del paradosso (vi prego, ditemi che non sono l’unica).

A ogni modo, tornando al mio ordine maniacale: un altro esempio è che conservo tutti gli spunti che reputo interessanti – sia nel lavoro sia nel privato – organizzandoli in raccolte ragionate di appunti.
Anni fa, dette raccolte erano cartacee, mentre oggi sono elettroniche e, naturalmente, ho diversi (ehm… parecchi) file pieni zeppi di note e idee.
E, altrettanto naturalmente, da brava maniaca dell’ordine e del controllo, capita che questo accumulo mi provochi ansia, sia perché temo di perdere qualcosa sia perché mi domando quando avrò mai tempo di dare seguito alle tonnellate di appunti che si stratificano sempre più.

Ma, in fondo, voglio pensare che non sia poi così grave avere quelle tonnellate di appunti; per una come me che fa un lavoro fondamentalmente basato sulla curiosità e sulla costante voglia di crescere, sarebbe probabilmente più grave non avere interessi e non avere desideri e spunti da seguire e inseguire.
Il vero guaio sarebbe forse arrivare al giorno in cui i file things to do oppure work in progress dovessero risultare vuoti: in fondo, è la mancanza di progetti nonché di prospettive future a farci invecchiare e a sancire l’inizio della fine. No?

Ho scelto di condividere con voi certe mie curiose abitudini e le riflessioni di cui sopra per due motivi.

Il primo è perché oggi ho deciso di trarre ispirazione da uno di quei miei famosi (o famigerati…) file sviluppando un appunto preso tempo fa.
Oggi è un ennesimo giorno difficile, 48 ore dopo l’orrenda strage di giovanissimi a Manchester, al termine del concerto di Ariana Grande: io scelgo, ancora una volta, di non fermare il mio lavoro e di fare esattamente il contrario di ciò che vorrebbe ottenere chi semina il terrore.

Scelgo di non assecondare la paura, di non fermare la libertà di pensiero e di parola; anche se a volte è davvero difficile, mi ostino invece ad assecondare la bellezza, cercando di rimanere salda negli ideali di civiltà e cultura nei quali credo da sempre.
Lo faccio in quanto sono fermamente convinta che difendere tali valori sia oggi l’unica risposta possibile dinnanzi a odio e follia (come ho letto ieri anche in un post di AnOther Magazine, una delle testate che seguo).

Eppure, anche se desidero fare tutto ciò, anche se credo fermamente che la paura vada combattuta e non assecondata né alimentata, mi riesce impossibile pensare di descrivere una borsa o un abito: ho scelto allora di parlarvi di umanità e unità, attraverso la storia originale (e spero simpatica) di due signori giapponesi.

Il secondo motivo è che penso che questi due signori giapponesi sarebbero d’accordo con ciò che ho scritto qui sopra, ovvero che è la mancanza di prospettive future a farci invecchiare.
E credo che loro non abbiano affatto alcuna intenzione di invecchiare, non nell’accezione negativa che spesso conferiamo a questo verbo, bensì credo intendano continuare ad avere il loro spazio nel mondo in un modo decisamente originale.

Tempo fa, durante le mie consuete navigazioni via Instagram e grazie alla segnalazione di una persona che conosco e stimo, sono approdata a un account che si chiama Bonpon511.

Appartiene a una coppia di signori giapponesi i quali coordinano quotidianamente il proprio abbigliamento, scrupolosamente, indossando gli stessi colori (in genere le tonalità del blu, del rosso, del grigio, del beige, del nero e del bianco), le stesse fantasie (spesso righe e quadretti) oppure le stesse linee, forme e proporzioni (tutto molto essenziale), cercando dunque di far risaltare il loro legame affettivo già al primo sguardo.

In giapponese, bon significa marito e pon moglie: no, non conosco questa lingua meravigliosa, l’ho scoperto grazie ai servizi di traduzione web.
Sempre grazie ai servizi di traduzione, ho scoperto che la data citata nella bio – 11/5/1980 – è quella del loro matrimonio: sono dunque sposati da 37 anni.
Ecco spiegata la scelta del nome Bonpon511 (li trovate qui).

È invece dichiarata in inglese quella che è la loro volontà: couple | over60 | grayhair | fashion | coordinate.

Ovvero mostrare una coppia oltre i 60 anni, con i capelli grigi, che propone una moda coordinata: una sintesi perfetta, insomma, una sorta di stringato manifesto di intenti.

Io li trovo fantastici: adoro la loro capacità di fare richiami che si incrociano e che legano l’una all’altro e adoro la loro sobrietà in puro stile giapponese eppure al tempo stesso mediata da un tocco assolutamente personale.
E, evidentemente, non sono l’unica a pensarla così: il loro account è infatti seguito a oggi da 463mila persone e i commenti sotto ciascun post sono pieni di parole di apprezzamento e simpatia.

Tutto ciò, miei cari amici, porta a dimostrare una teoria nella quale credo profondamente: la bellezza attira l’occhio, è vero, ma è la personalità (accompagnata da un tocco di sano divertimento, guardate bene i loro volti e le loro espressioni) a colpirci e a catturare il cuore.
E a farsi poi ricordare (anche in mezzo a tonnellate di appunti).

Manu

 

P.S.: Mi piace pensare che i deliziosi Bonpon511 sarebbero piaciuti a un grande della moda, Bill Cunningham. Secondo me, si sarebbe tanto divertito a fotografarli.

 

Give me 5 for charity, Kiabi e Humana insieme per bambini e ragazzi

Ho avuto la fortuna di poter vivere un’infanzia serena con una famiglia presente e unita che mi ha dato certezze e tanto amore.
Pur essendo fortunata su quel fronte, ho comunque conosciuto il dolore attraverso alcuni incidenti gravi che hanno segnato i miei primi anni di vita, mettendomi in serio pericolo.
Proprio grazie al grande amore dei miei genitori, ho superato quegli sfortunatissimi frangenti e sono qui, oggi, a poterne parlare.

La sofferenza e il disagio di bambini e ragazzi, dunque, è un argomento che mi tocca da vicino ed è per questo che qui nel blog ho sempre volentieri dato spazio a cause in favore del benessere dei più giovani.
Non sopporto che bambini e ragazzi soffrano, né fisicamente, come è accaduto a me, né moralmente, come succede a molti, anzi, a troppi, anche perché le sofferenze morali rischiano di minare e ipotecare pesantemente il loro futuro, rendendoli degli adulti privi di quel bagaglio di certezze sulle quali io ho invece potuto contare per superare difficoltà e momenti difficili.

Credo fermamente che il benessere fisico e mentale di bambini e ragazzi sia una precisa responsabilità di tutta la società, perché una società che desideri considerarsi – ed essere – civile deve necessariamente prendersi cura dei suoi membri più fragili e indifesi.

Eppure, nonostante quello che dovrebbe essere un ideale universalmente condiviso, ancora oggi (nel 2017!) non tutti i bambini sono rispettati, curati e protetti come e quanto dovrebbero esserlo.
I maltrattamenti e gli abusi verso i bambini sono inaccettabili e mettono a rischio la società, di oggi e di domani, perché il degrado e la violenza generano spesso altro degrado e altra violenza.

Ecco perché scelgo di parlarne, ancora una volta; ecco perché ho scelto di parlarvi nello specifico di una campagna che si chiama Give me 5 for charity.

I protagonisti sono Kiabi, leader francese della moda a piccoli prezzi, e Humana People to People Italia Onlus, organizzazione che promuove la cultura della solidarietà e dello sviluppo sostenibile: anche quest’anno si rinnova la loro collaborazione in Give me 5 for charity, una campagna di raccolta abiti.

Quella del claim è una scelta accurata: il numero cinque è infatti il simbolo e il fil rouge di tutta l’operazione.

Fino al 31 maggio, nei punti vendita Kiabi, ogni 5 capi donati si riceverà un buono del valore di 5 euro spendibile sulla nuova collezione fino all’8 giugno, con una spesa minima di 45 euro, in negozio e online.

Inoltre, il nome della campagna stessa richiama il classico gesto di intesa tra due persone che, colpendosi la mano e dandosi appunto il cinque, sottolineano il fatto di avercela fatta insieme.

Ed è questo ciò che vogliono fare Kiabi e Humana: farcela tutti insieme in quanto, quest’anno, gli abiti donati dai clienti di Kiabi permetteranno di sostenere le attività di FATA Onlus (acronimo di Famiglie Temporanea Accoglienza), un’associazione che gestisce comunità di accoglienza per bambini e ragazzi che hanno vissuto gravi situazioni di abbandono e maltrattamenti, dando loro alloggio nonché supporto educativo e psicologico.

C’è poi un ulteriore motivo per sostenere Give me 5 for charity: i kit di indumenti personalizzati – che Humana distribuirà a circa 50 bambini e ragazzi di età compresa fra 1 e 20 anni – saranno confezionati anche grazie all’aiuto dei dipendenti Kiabi in occasione della Giornata di Volontariato Aziendale organizzata presso il Centro di Smistamento Humana di Pregnana Milanese. Quando si dice mostrare impegno in prima persona!

Questo progetto charity, sostenuto anche dalla Fondazione Kiabi, rientra nella strategia di sostegno delle famiglie dei Paesi in cui il brand è presente, andando così a sottolineare che si può far moda rimanendo dalla parte di chi si trova in difficoltà e confermando le idee che accompagnano Kiabi fin dalla sua nascita.

Era infatti il 1978 quando Patrick Mulliez, noto imprenditore francese, lanciò un concetto allora rivoluzionario: sviluppare una rete di grandi negozi di abbigliamento proponendo prodotti alla moda, di qualità, con prezzi accessibili e per tutta la famiglia. Nacque cosi Kiabi che l’anno prossimo compirà ben 40 anni.

Da allora, l’ambizione di Kiabi è sempre stata quella di offrire una moda colorata, generosa e accessibile, una moda che non si impone ma che si adatta e rispetta la personalità di ognuno: tutto ciò mi piace, naturalmente, e mi piace che l’azienda persegua questo ideale anche in iniziative come quella attuata con Humana.

Per chi non la conoscesse, posso raccontare che Humana People to People Italia Onlus è un’organizzazione umanitaria indipendente e laica, nata nel 1998 per contribuire allo sviluppo dei popoli svantaggiati attraverso programmi umanitari di lungo termine. È membro della Federazione Internazionale Humana People to People presente in 43 Paesi di Africa, Asia, Europa, America.

Tra i vari programmi a lunga scadenza atti a creare sviluppo sostenibile in una vasta gamma di settori (cito Educazione e Formazione, Aiuto all’Infanzia, Salute e Prevenzione, Sostegno della Comunità, Agricoltura Sostenibile, Energie Rinnovabili), Humana contribuisce alla tutela dell’ambiente anche attraverso la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati, fatto che spiega ulteriormente l’interessante sodalizio con Kiabi.

A questo punto, concludo lasciandovi alcune coordinate importanti:

  • Qui trovate la campagna Give me 5 for charity e qui potete trovare il negozio Kiabi più vicino a voi
  • Qui trovate la pagina Facebook della Fondazione Kiabi
  • Qui trovate la pagina Facebook di Humana People to People Italia Onlus
  • Qui trovate la pagina Facebook di FATA Onlus

Sono da sempre convinta che ciò che non serve più a noi possa fare la fortuna di altri e quindi ho sempre parteggiato per il riutilizzo: direi che, attraverso Give me 5 for charity, Kiabi e Humana hanno reso quanto mai concreta tale mia convinzione.

E, per giunta, ci ringraziano dandoci perfino qualcosa in cambio.

Manu

Il potere di immagine e loghi: dal caso Ikea vs Balenciaga fino a Reilly

Vi sarà forse capitato di leggere qualche articolo a proposito della vicenda che, nelle scorse settimane, ha avuto come protagonisti Ikea, noto colosso svedese dell’arredamento, e Balenciaga, storico brand di moda.

Riassumo brevemente: quest’ultimo ha lanciato una borsa, una Carry Shopper chiamata Arena (con un esoso prezzo a quattro cifre…) che assomiglia (per usare un eufemismo…) nel colore, nel design e nelle dimensioni a Frakta, la (mitica) borsa blu Ikea pensata per lo shopping e per tante altre applicazioni (e venduta a 0,60 centesimi…).

Basta mettere vicino le due borse – vedere qui sopra – per verificare quanto si assomiglino: stesso colore, anzi, addirittura stessa sfumatura di colore, stesso doppio manico, stesso formato maxi, stessa silhouette. Leggi tutto

A glittering woman… e siamo arrivati a quota quattro :-)

Talento, capacità, creatività, estro, passione: sono i termini più ricorrenti in questo blog.
Eppure, come per una sorta di beffarda legge del contrappasso, devo ammettere di non avere nessun talento né artistico né creativo.
Questa consapevolezza si trasforma in un grande rammarico, anche se non sono una persona che vive di rimpianti.
Il rimpianto è in effetti un sentimento che non mi appartiene: sono per l’azione, penso, decido e agisco, e quindi capita raramente che io mi rimproveri per non aver fatto quel che avrei dovuto fare.
Soffro invece ogni tanto di rimorsi, proprio per il fatto di essere spontanea, istintiva e talvolta impulsiva: agisco spesso di pancia e di cuore e ammetto, quindi, che ci sono cose che non rifarei. Leggi tutto

Space Girls, Space Women: lo sguardo e il contributo femminile allo Spazio

Per gentile concessione del Museo da Vinci, dalla mostra Space Girls, Space Women: l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti

L’ho scritto tante volte: non potrei vivere di sola moda perché i miei interessi sono molteplici e variegati.

Sono curiosa verso la vita e occuparmi esclusivamente di moda equivarrebbe a sedermi a tavola e gustare un solo tipo di pietanza, ignorando tutti gli altri sapori: lo considererei noioso e monotono.

È vero, ho alcuni piatti preferiti e ai quali non rinuncerei mai ma, visto che sono una buongustaia, non potrei nutrirmi solo di quelli: parallelamente, nonostante io ami follemente la moda che considero una potente forma di linguaggio, non potrei mai limitarmi a essa ignorando altre modalità di comunicazione altrettanto capaci di raccontare i molteplici aspetti della storia umana, del costume e della società.

Sono dunque molto felice ogni volta in cui prestigiose istituzioni quali il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci mi invitano alle anteprime stampa, dandomi l’opportunità di incontrare e ascoltare esperti di diversi ambiti culturali: mercoledì scorso, sono stata invitata all’anteprima che ha introdotto Space Girls, Space Women – Lo Spazio visto dalle Donne, ovvero una splendida mostra che racconta lo sguardo e il contributo femminile all’esplorazione dello Spazio.

Per raccontare il ruolo delle donne nella ricerca spaziale, un gruppo di fotografe ha realizzato una serie di scatti in tutto il mondo: sono stati raccolti in una mostra voluta in Italia dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e inaugurata il 20 aprile al Museo da Vinci, qui a Milano. Seguirà una seconda inaugurazione a Roma, nel mese di maggio, proprio nella sede dell’ASI.

Prima di raccontarvi i principali fatti e dettagli della mostra, desidero però dirvi perché ho scelto di parlarne qui nel blog.

E partirò affermando di essere cresciuta con il mito della scoperta, dell’ignoto e dello Spazio.

Da ragazzina, ho divorato i libri di Jules Verne, uno dei padri della fantascienza moderna: i suoi romanzi – da Viaggio al centro della Terra a Ventimila leghe sotto i mari passando per Dalla Terra alla Luna, scritto nel 1865, più di 100 anni prima dell’allunaggio del 1969 – mi tenevano con il fiato sospeso, mi trasportavano in mondi lontani e mi facevano sognare.

In seguito, è toccato a Isaac Asimov e a diversi dei romanzi e racconti con i quali il celebre scrittore ha ipotizzato la storia futura dell’umanità.

Lo Spazio, dunque, è uno degli interessi più grandi che ho e il Museo da Vinci ha già in passato dato piena soddisfazione a questa mia sconfinata passione come quando, il 28 ottobre 2014, mi sono ritrovata ad ascoltare il grande astronauta Eugene Cernan, completamente affascinata dal suo carisma.

L’occasione di incontrarlo mi è stata data grazie alla serata di inaugurazione dell’Area Spazio, esposizione permanente del Museo.

Tale area è pensata come un viaggio interattivo tra oggetti, luoghi, personaggi, curiosità e tecnologie relative all’astronomia e all’esplorazione del cosmo: Eugene Cernan – comandante della missione Apollo 17 nel 1972 e tutt’oggi ultimo uomo ad aver lasciato la Luna – è stato l’ospite d’onore dell’inaugurazione.

Il secondo motivo per cui ho scelto di parlare di Space Girls, Space Women è altrettanto importante: sono migliaia le donne che operano nel settore spaziale, poche quelle che guidano i vertici di enti e società del settore.

La ricerca è un ambito in cui la crescita della presenza femminile ha segnato un forte incremento: eppure, se dalla prima donna nello spazio nel 1963 tanta strada è stata fatta (l’astronauta sovietica Valentina Vladimirovna Tereškova, classe 1937, oggi 80enne), è altrettanto vero che molta, ancora, ne resta da fare. Leggi tutto

Paola Brunello e Rosso Cuore fanno viaggiare Nellie Around The World

Questa è la cronaca di un incontro che ha come palcoscenico la mia amata Milano – ancora una volta.
Una Milano che in questi giorni profuma di primavera, una Milano che per un’intera settimana – la scorsa – è stata ancora più speciale grazie al Fuorisalone, il grande evento dedicato al design.

Milano è la mia città, lo sapete, ed è anche la città di Paola Brunello, la protagonista della storia di oggi.
Anche se oggi vive a Fano, Paola è milanese di nascita: ci siamo incontrate grazie al web a ennesima dimostrazione che è possibile usare la rete in modo costruttivo.
Poi, sono state proprio la nostra Milano e la Design Week a offrirci l’occasione per concretizzare i primi contatti virtuali.

Dovete sapere che, per parecchi anni (ben dodici, per l’esattezza), Paola ha girato l’Italia in lungo e in largo per il suo magnifico lavoro: è costumista e scenografa teatrale.
Poi, piano piano, ha iniziato a sentire il bisogno di fermarsi e di fare qualcosa di interamente suo: è nato così, nel 2014, il brand Rosso Cuore.
In principio, ci sono stati oggetti di design per la casa, talmente belli e curati che Paola è stata scelta e invitata da diversi saloni italiani e internazionali dei quali è stata ospite.
È stato un grande successo, da Milano a Parigi.

A questo punto, però, Paola ha sentito il bisogno di un’ulteriore evoluzione per sé e per Rosso Cuore: voleva fare qualcosa di personale, da indossare, da portare con sé fuori dalle mura di casa.
E così, ha pensato di mettere insieme alcune delle cose che ama, come le spille (un monile che ha sempre indossato e che si porta vicino al cuore) e i viaggi.
E ha pensato che il tutto potesse essere unito da una figura femminile straordinariamente forte, visto che nel frattempo si era innamorata di Nellie Bly.

Elizabeth Jane Cochran, classe 1864, nota con lo pesudonimo Nellie Bly (nome tratto da una famosa canzone popolare), è stata una giornalista statunitense, per l’esattezza una delle prime giornaliste investigative nonché un’autentica pioniera del genere di giornalismo sotto copertura.

L’indagine più famosa della Bly fu quella relativa a un ospedale psichiatrico: si lasciò ricoverare e quindi sottoporre alle stesse terribili condizioni delle pazienti e la sua inchiesta confermò la cattiva fama del sanatorio in questione, più simile a un luogo di reclusione che di cura.
L’inchiesta (conosciuta con il nome Ten Days in a Mad-House) apparve sulla stampa e destò grande scalpore, tanto che furono presi provvedimenti e vennero aumentate le sovvenzioni per migliorare lo status delle pazienti.

Tale forma di giornalismo – agire in incognito e ottenere una storia – divenne il modus operandi di Nellie Bly: testarda e audace, si occupò in seguito di temi quali lo sfruttamento delle operaie, il destino dei bambini non desiderati, le condizioni di lavoro delle domestiche, la vita in un istituto di carità.

Nellie divenne inoltre nota per il suo giro del mondo da record, completato in soli 72 giorni a cavallo tra il 1889 e il 1890, emulando Phileas Fogg, il protagonista de Il giro del mondo in ottanta giorni, celeberrimo romanzo di Jules Verne. Leggi tutto

Jovoy e #WhatMattersIsInside quando il profumo è artistico e anche partecipativo

Credo che qualsiasi lavoro svolto con onestà abbia uguale dignità; eppure, è innegabile che esistano mestieri che possiedono un fascino del tutto particolare.
Penso, per esempio al naso, ovvero la persona capace di realizzare profumi traducendo idee e ispirazioni in scie olfattive reali, concrete.
Questa professione è nata migliaia di anni fa, sembrerebbe addirittura più di 4000, quando i profumi si creavano per compiacere o rendere omaggio agli dei: per esercitare tale professione, oggi servono basi tecniche, chimiche e scientifiche, un bagaglio di conoscenze artistiche e – ovviamente – una spiccata sensibilità.
Il punto di forza di un naso è infatti la memoria olfattiva: mentre una persona è generalmente in grado di memorizzare circa un migliaio tra odori e sentori, un naso, invece, è in grado di ricordane anche tremila.
Ecco perché questa professione mi affascina: si tratta di una sorta di moderno alchimista dotato di grandi capacità, passione, cultura e preparazione.

Ed ecco perché ho deciso di sposare un’iniziativa speciale che si chiama #WhatMattersIsInside ovvero un progetto lanciato dallo storico brand parigino Jovoy specializzato in profumeria artistica. E quando scrivo storico è perché è nato, pensate un po’, nel lontano 1923.
Il loro è un progetto davvero nuovo in quanto l’obiettivo che si pone è quello di creare il primo profumo artistico partecipativo d’Italia, partendo dall’idea di dare vita, così come avveniva nel passato, a profumi che raccontino i desideri dell’individuo.
Da qui nasce #WhatMattersIsInside ovvero ciò che conta è dentro.

Come avverrà tutto ciò?
Compilando questo sondaggio per il quale basta esprimere i propri gusti: le opinioni che verranno raccolte saranno lette e interpretate da cinque nasi che realizzeranno altrettanti profumi d’autore proprio sulla base delle indicazioni di tutti coloro che parteciperanno.
C’è tempo fino al 15 aprile per compilare il sondaggio che è veloce e divertente, tanto che servono giusto un paio di minuti.

Le cinque fragranze saranno rivelate a giugno presso i rivenditori esclusivi Jovoy: per sapere quali siano, si può andare qui ovvero sul sito di Essenses, distributore esclusivo per l’Italia, e selezionare appunto i rivenditori Jovoy dove ci si potrà recare per scoprire le fragranze e poi decretare la fragranza che si preferisce.
La fragranza vincitrice sarà prodotta in edizione speciale e limitata in formato 50 ml: la sua scatola ospiterà anche i campioni degli altri quattro profumi.
Il lancio avverrà in autunno e tale edizione limitata sarà disponibile solo presso i rivenditori esclusivi Jovoy in Italia nonché in tutte le boutique Jovoy nel mondo.

E, tra tutti coloro che avranno compilato il questionario e votato, ci saranno dei fortunati che, su estrazione, potranno vincere il primo profumo creato ed eletto democraticamente.
Mi sembra un ottimo motivo per partecipare ed è anche uno dei motivi per i quali apprezzo questo progetto: mi piace perché è artistico e innovativo e perché parla un linguaggio contemporaneo e partecipativo.

#WhatMattersIsInside è stato fortemente voluto da François Hénin (colui che è alla guida di Jovoy dal 2006) in collaborazione con Luca Falchetti di Essenses.

Jovoy è una voce decisamente importante nell’ambito della profumeria artistica: le sue fragranze, conosciute a livello internazionale, sono autentici racconti che seducono per equilibrio, vivacità e originalità, come nel caso di Psychédélique, L’Art de la Guerre, La Liturgie des Heures – giusto per citare qualche nome.

La maison è stata creata da Blanche Arvoy a Parigi nel 1923, come accennavo, e la storia è curiosa e interessante già a partire dal nome.
Jovoy è infatti la contrazione di Joe, il soprannome di Blanche, e di Voy, dal nome del marito Esteban Arvoy.

Negli Anni Trenta, la boutique Jovoy di Rue de la Paix divenne il luogo nel quale i dandy parigini compravano regali per le loro amanti. I profumi erano formulati per essere estremamente opulenti: erano dotati di nomi evocativi, come L’ardente nuit, ed erano tutti contenuti in bottiglie di cristallo Baccarat o Lalique.
Con la crisi economica del 1929, Blanche Arvoy prese la decisione di creare un nuovo marchio al quale diede il nome Corday come segno di ammirazione verso Charlotte Corday, colei che uccise Jean-Paul Marat, uno dei protagonisti della Rivoluzione Francese. Tutti i profumi Jovoy rimasero sotto Corday: negli Anni Sessanta, con la morte della creatrice, purtroppo entrambi i marchi si spensero.

Ma nel 2006, arriva François Hénin che decide di dare nuova vita al marchio e sceglie di non riprodurre i primi profumi ormai troppo distanti dagli standard moderni: nel 2010, crea il suo primo negozio multibrand a Parigi e Jovoy diventa culla per selezionati marchi di nicchia.
Nel 2012, un nuovo negozio di 175 mq trasforma Jovoy nel più grande spazio di profumeria artistica indipendente di tutta la Francia: vengono lanciate sei nuove fragranze apprezzate dagli esperti di settore per la scelta delle materie prime di qualità. È l’inizio di un successo.

In un mondo ormai saturato da lanci, profumi e marchi a ciclo continuo, gli amanti delle fragranze possono rischiare di perdersi chiedendosi, giustamente, cosa sia oggi un profumo artistico.

La profumeria artistica dovrebbe essere un viaggio alla scoperta di ingredienti originali e ricercati, trasformati in fragranze affascinanti, ricche di storie e suggestioni, capaci di avvolgere i sensi con le loro note uniche create da quei nasi dei quali parlavo in principio, raffinati, colti e possibilmente anche sovversivi.

Con #WhatMattersIsInside, Jovoy spera di ritornare a ciò che è realmente un profumo artistico e sogna di farlo grazie all’aiuto degli amanti delle fragranze, ovvero ascoltando i loro pensieri.

Che ne dite, volete essere parte di tutto ciò?

Indovinate un po’? Io ho già compilato il questionario.

Manu

Ridefinire il Gioiello 2017: parole preziose ovvero il gioiello racconta

Ci siamo: parte Ridefinire il Gioiello 2017.

Dopo aver annunciato l’oggetto del bando di concorso di questa nuova edizione e dopo aver portato a termine la prima fase di selezione, siamo ora pronti a dare il via all’esposizione.

Uso (orgogliosamente) il plurale poiché, così com’è accaduto per le edizioni 2014 e 2015, anche quest’anno sono tra i media partner del concorso e attribuirò un premio a un vincitore da me scelto, premio che consisterà in un articolo di approfondimento.

Ma procediamo con ordine.

Ridefinire il Gioiello è un progetto nato nel 2010 da un’idea dalla curatrice Sonia Patrizia Catena: negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.

È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza al tema, ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva.

Gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti da un’unica tematica: quest’anno è quella di libri, racconti e poesie.

I monili sono stati chiamati a diventare parole preziose, piccoli libri d’artista indossabili. Frasi oppure versi sono diventati materia tangibile che incanta, sorprende, meraviglia e conquista.

Dal 2010 a oggi, il progetto di Sonia ha coinvolto più di duemila creativi (artisti, designer e orafi) che hanno spinto la loro ricerca oltre i confini usuali, dimostrando come il valore di un materiale – e del gioiello contemporaneo – stia nella capacità di trasfigurare un’idea rendendola indossabile.

Ridefinire il Gioiello ha ben intercettato e al contempo ha stimolato il fermento creativo del gioiello contemporaneo dando vita a un circuito in continuo movimento: la manifestazione continua a porsi l’obiettivo di valorizzare e promuovere una nuova idea di monile, dando voce a molteplici ricerche stilistiche e materiche.

Come dicevo, terminata la fase di selezione, inizia adesso quella espositiva: dal 22 al 28 marzo 2017, la sesta edizione di Ridefinire il Gioiello è ospite presso lo Spazio Seicentro di Milano in via Savona 99.

Saranno presentati 41 gioielli inediti, progettati da artisti italiani e stranieri, e mi fa piacere segnalare che l’evento ha ricevuto il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano e del Comune di Casalmaggiore. Leggi tutto

Perché la scimmia nuda di Francesco Gabbani è un po’ anche mia

Come al solito, anche quest’anno ho seguito Sanremo molto distrattamente.
Il Festival della Canzone Italiana molto spesso mi annoia, lo confesso, e soprattutto mi annoiano le infinite polemiche che lo accompagnano, dalle canzoni ai presentatori passando per gli abiti.
Prendete, per esempio, la canzone vincitrice: quante ne ho e ne abbiamo sentite a proposito del povero Francesco Gabbani?
A me, invece, la sua canzone non dispiace: aveva già catturato la mia attenzione lo scorso anno con Amen (vincendo peraltro nella sezione Nuove Proposte) e quest’anno è riuscito nuovamente a incuriosirmi con Occidentali’s Karma.
A colpirmi è la sua capacità di cimentarsi in brani che sembrano leggeri, soprattutto grazie a ritmo e musica, ma che in realtà sono fintamente leggeri e propongono un secondo piano di ascolto (e di lettura). Leggi tutto

Playhat e il bello di fare squadra con persone di buona volontà

Amo sfatare i luoghi comuni.

Per esempio, mi diverte smontare quello che vuole che le donne non sappiano fare squadra tra loro: sono donna e il gioco di squadra mi piace e mi piace in generale, senza discriminazioni di genere. Il presupposto irrinunciabile è farlo con persone di buona volontà perché, che si tratti di donne o uomini, preferisco tenere lontano chi risucchia energia e chi non crede nella reciprocità. Dico no, insomma, a rapporti a senso unico nei quali una persona dà (soltanto) e l’altra prende (soltanto).

Un altro luogo comune che mi piace sfatare, sempre parlando di gioco di squadra, è quello che vuole che il mondo blogger sia frammentato e incapace di fare fronte comune. Non è così e, per quanto mi riguarda, lo dimostro anche con una sezione di questo blog, quella in cui indico i colleghi da tenere d’occhio, donne, in moltissimi casi.

Vedete, il presente post smonta entrambi questi luoghi comuni in un colpo solo, ovvero nasce grazie a un gioco di squadra tra donne e per giunta blogger. Devo dire infatti grazie a Ida Galati per avermi fatto conoscere la storia che sto per raccontarvi: tra le tante cose che fa, Ida ha anche un ottimo blog che si chiama Le stanze della Moda e si è adoperata per far conoscere Playhat tramite una community di donne che per lavoro o divertimento vivono quotidianamente la vita dei social network.

Playhat: è questo il nome del brand protagonista della storia, un’azienda fondata nel 2008 da Matteo Marziali.

Classe 1978, marchigiano, Matteo ha vissuto la sua adolescenza in giro per il mondo, respirando creatività, innovazione e cultura cosmopolita: dopo tanti viaggi ed esperienze importanti (per esempio in Spagna dove ha vissuto per diverso tempo), è rientrato in Italia e dal 2003 vive e lavora in provincia di Macerata.

La creatività, la ricerca stilistica e la curiosità verso il mondo hanno fatto sì che Matteo sia diventato uno stilista brioso e fantasioso, attento a un concetto (moda ricercata e anche allegra, vivace e colorata) che si è concretizzato in Playhat.

Il brand è nato proprio nel cuore del distretto calzaturiero marchigiano e, grazie a questa origine, è diventato un prodotto di manifattura artigiana e locale, 100% italiano, di altissima qualità eppure allo stesso tempo internazionale, anticonformista e versatile, rivolto alle esigenze di chi ama l’estetica ma non vuole dimenticare il benessere dei propri piedi.

Ecco, finora vi ho raccontato la parte bella, la storia di un giovane uomo che ha ottime idee nonché la forza e il coraggio per realizzarle, perché l’avventura di Matteo è partita semplicemente e senza grandi supporti, in un garage, il luogo in cui ha tagliato le prime 200 paia di scarpe semplicemente con un cutter. E grazie al suo coraggio, oggi Playhat propone una collezione di sneaker fuori dal coro, con un carattere deciso e distintivo nel suo genere grazie alla cura del dettaglio, alla scelta di materiali eccellenti e alla continua ricerca di modelli originali.

Per contro, però, in questa bella storia ci sono i fantasmi dell’ormai onnipresente crisi nonché della burocrazia (purtroppo quella italiana, bisogna dirlo): Matteo non si è arreso e insieme al suo team ha studiato nuovi modi per distribuire i suoi prodotti senza passare attraverso i canali tradizionali (rappresentanti e negozi) che, oggi, rappresentano un fattore di rischio talvolta troppo alto soprattutto per piccoli brand come Playhat che sta invece lavorando a nuove formule (tra queste un proprio sito di e-commerce). Leggi tutto

Paolin SS 2017, il viaggio continua tra sogno e realtà

Era gennaio 2015, dunque esattamente due anni fa, quando ho conosciuto Francesca Paolin e ho ospitato il suo lavoro parlandone in un post per il blog.
Visto che amo continuare a seguire – e a sostenere – il percorso dei designer nei quali credo, oggi inizio questo nuovo post indossando e presentando un’altra delle sue leggiadre creazioni ottenute con la tecnica della stampa 3D. Scommetto che non è poi così difficile immaginare il nome dell’anello (… Butterfly!): direi che la forma è piuttosto suggestiva e intuitiva.
Mi fa piacere sottolineare un’altra cosa: la busta con le coloratissime sferette di polistirolo è il packaging dell’anello, a riprova del fatto che alcune persone sprizzano originalità e creatività da ogni poro, a 360 gradi e in tutto ciò che fanno.

Come ho già avuto modo di raccontare, Francesca è cresciuta tra la moda degli eccessi degli anni ’80 e il conseguente minimalismo di reazione degli anni ’90: ha coltivato la sua passione osservando la madre intenta a confezionare abiti, a lavorare a maglia, a realizzare a mano ricami raffinati così come aveva imparato dalle signore della nobiltà veneziana.
Allo stesso tempo, però, Francesca era affascinata dalla figura del padre e dai suoi abbinamenti di capi moderni e vecchi: senza dubbio, suo padre era un antesignano e aveva capito con un certo anticipo che il mix & match tra nostalgia e personalità sarebbe diventato un certo modo di essere, pensare e vivere. Oggi, quel certo modo si chiama vintage.

Grazie al suo talento, lo IED – Istituto Europeo di Design le ha offerto una borsa di studio per il diploma in Fashion and Textile Design: in seguito, ha ricevuto un’altra borsa di studio per il master in Fashion Design dalla Domus Academy.
Le sue esperienze professionali comprendono collaborazioni con designer e marchi di moda in tutto il mondo, dal Regno Unito all’Ecuador: nel 2011, ha vinto il premio Levi’s Womenswear Award al Mittelmoda, uno dei più accreditati concorsi internazionali per stilisti emergenti e studenti in fashion design.

A seguito di questo intenso vissuto tra figure per lei importanti e percorsi di studio e lavoro, Francesca ha sentito che era giunto il momento di creare il suo marchio ed è nata l’etichetta Paolin che riflette i suoi viaggi, i suoi sogni e le gioiose reminiscenze di famiglia. Leggi tutto

Angelo Marani, lo stilista imprenditore che amava la vita

Questo è il post che mai avrei voluto scrivere.
E credo che, mai come in questa occasione, sedermi davanti alla tastiera sia stato difficile, pesante, triste, doloroso: Angelo Marani, stilista e imprenditore spesso soprannominato artista oppure ingegnere della maglieria, è prematuramente scomparso alcuni giorni fa – il 4 gennaio – nella sua casa di Correggio.
La mia prima reazione è stata quella di incredulità accompagnata da un senso di smarrimento e di irrealtà: ma come, il signor Marani?
Ma no, non è possibile!
Lui, così pieno di vita e di umanità, estroverso, sempre entusiasta, simpatico, cordiale, affabile, curioso, divertito e divertente?
Lui, giovane anagraficamente e ancor di più di spirito?
Ma no, non è proprio possibile!
E invece sì, è scomparso proprio lui che, nonostante apparisse energico e vitale, combatteva in realtà da tempo con una malattia, con una brutta bestia che, ancora oggi, porta via troppe persone.
Lui che aveva scelto di non parlarne, così come ha fatto anche Franca Sozzani mancata solo pochi giorni fa.

Come scrivevo in principio, questa ennesima perdita mi lascia proprio l’amaro in bocca per tanti motivi.
Amaro perché avevo il piacere di conoscere personalmente il signor Marani e lo stimavo sinceramente, dal punto di vista professionale e anche umano. Non sto certo affermando di essere stata una sua amica, per carità, ma posso raccontare tanti episodi che lo riguardano e dei quali sono stata testimone in prima persona.
Amaro perché andare alle sue sfilate, entrare in backstage, andare ai press day nonché alle presentazioni di sua figlia Giulia alle quali lui era puntualmente e immancabilmente presente non era solo un’esperienza professionale ma anche umana.
Amaro perché Angelo Marani accoglieva e intratteneva tutti e per tutti aveva una parola e tempo per spiegare la collezione, sia che avesse davanti una giornalista famosa sia che fosse una umile blogger piena di passione – come la sottoscritta.
Amaro perché Angelo Marani era gentile, garbato, caloroso: una vera rarità, sì, e molti (nella moda e non) dovrebbero (o avrebbero dovuto) imparare da lui, uomo forse di un’altra leva. Umile e lavoratore, valori che ha trasmesso alle figlie insieme all’importanza della gavetta.
Amaro perché conosco tutta la famiglia, le figlie Giulia e Martina e la moglie Anita, perché la loro Marex è un’impresa familiare e dal volto umano, lo ripeto e lo sottolineo ancora una volta, così come succedeva una volta soprattutto qui da noi in Italia e come ora, purtroppo, non esiste invece quasi più.

Ho scritto che potrei raccontare tanti episodi che riguardano Angelo Marani.

Potrei raccontare, per esempio, di come si sincerasse che il bicchiere degli ospiti fosse pieno dell’ottimo vino che amava offrire o che avessimo provato lo squisito erbazzone, tutti prodotti che faceva arrivare orgogliosamente e appositamente dalla sua bella regione, secondo un innato e spontaneo senso dell’accoglienza e dell’ospitalità e perché a lui piaceva non solo la moda, ma anche la buona tavola, l’arte, il cinema, la musica, insomma tutto ciò che parla della bellezza della vita. E amava condividere tali passioni.
Potrei raccontare di quando si divertiva a intrattenere i presenti con aneddoti divertenti, quasi felliniani.
Potrei raccontare di quando, partendo dal turbante che indossavo, mi fece un interessante racconto della presenza di questo copricapo nella moda.
Potrei raccontare di quando mi parlò di una certa tasca in un costume, tasca che in tempi ormai lontani serviva per riporre la chiave della cabina indispensabile per accedere alla spiaggia.
Potrei raccontare di quando parlava dei vecchi e rarissimi macchinari da maglieria che salvava con passione ed entusiasmo, cercandoli in tutta Europa, e che rimetteva in funzione nonostante la difficoltà di trovare tecnici in grado di ristrutturarli. Da quelle macchine, Angelo Marani faceva uscire maglie che erano e sono – e spero saranno – miracoli di leggerezza.
Potrei raccontare di quella volta che strinse forte la figlia Giulia dichiarando tutto il suo orgoglio davanti a fotografi e giornalisti. Di come fosse deliziosamente imbarazzata lei, per quanto fosse felice e a sua volta orgogliosa, si vedeva.
Potrei raccontare degli incontri con Marta Marzotto, quando lei andava a salutarlo in backstage dopo le sfilate. Mi piacevano loro due insieme, mi sembravano animati dallo stesso gusto per la vita e dunque spesso li immortalavo, tant’è che per questo mio omaggio ho scelto una foto, quella che vedete qui sopra, da me realizzata nel backstage della sfilata del 28 settembre 2015: mi piace pensare che si ricongiungeranno, ora.
Bizzarro che siano scomparsi a pochi mesi l’uno dall’altra.

Concludo rivolgendomi a lei, signor Marani, per dirle grazie perché ogni volta in cui l’ho incontrata imparavo moltissimo, riempivo il cuore di bellezza e mi sentivo un essere umano considerato e rispettato.
Lei resterà per me un esempio di vera moda – quella che amo – e di rispetto per il lavoro: conserverò nel cuore i nostri incontri e la sua umanità.
Conserverò con cura l’esempio della sua conoscenza e preparazione mai esibite con indisponente o pedantesca ostentazione né con autocompiacimento.
Conserverò l’emozione e l’orgoglio provati quando, il 20 ottobre 2015, lei ha sfilato a Mosca, presso il Museo Storico di Stato, su invito di Marina Citstyakova, curatrice capo della prestigiosa location sulla Piazza Rossa, e quando, a coronare il tutto, è giunta la richiesta da parte dello stesso Museo di un capo da esporre nella collezione permanente. La scelta è caduta su un suo abito in cashmere color avorio con raffinate stampe della pittura impressionista en plein air impreziosite con ricami di micro-paillette, il tutto rigorosamente eseguito a Correggio, nella sua azienda. Visto che negli ultimi anni ho seguito fedelmente il suo lavoro, avevo riconosciuto con gioia il capo appartenente alla collezione autunno / inverno 2014 – 15, una di quelle che anch’io avevo più amato.
In quella occasione, ho provato tanto orgoglio proprio come se facessi parte della sua bella famiglia.

Sono felice e onorata di aver avuto l’opportunità di fare la sua conoscenza e di aver potuto godere di scampoli della sua cultura, vivacità intellettuale, piacevolezza, gioia di vivere, allegria.
Questo è il mio umile omaggio e sono vicina a Giulia, a Martina, alla signora Anita: immagino il vuoto che come padre e come marito ha lasciato nelle loro vite.
Posso solo sperare che la terra le sia davvero lieve, signor Marani.

Manu

 

Chi era Angelo Marani

Angelo Marani, stilista e imprenditore, era nato, lavorava e creava a Correggio, nel cuore dell’Emilia, terra ricca di passione ed energia. Affascinato da sempre dalla moda in quanto vicina alla sua sensibilità artistica, ancora giovanissimo, aveva fondato la Marex, azienda che raggruppa tuttora il reparto di progettazione delle collezioni oltre alle diverse unità produttive quali stamperia e tessitura. Due idee innovative pensate dallo stesso Marani hanno trasformato la Marex in una delle realtà più importanti a livello mondiale nella produzioni di maglieria: la maglia stampata con la tecnica dei foulard di seta e la maglia ultraleggera ottenuta con i telai Bentley per calze da donna. Altra intuizione sono stati i jeans elasticizzati e stampati. Le sue collezioni erano una presenza e una realtà ornai consolidata alla Milano Fashion Week; inoltre, come imprenditore, ha sempre tenuto alla tutela della sua impresa e alla difesa del lavoro dei suoi operai.

Se volete approfondire

Qui trovate il sito di Angelo Marani, qui la pagina Facebook, qui il profilo Instagram, qui il canale YouTube e qui quello Vimeo.

I post nei quali ho avuto il piacere e l’onore di parlare del lavoro di Angelo Marani: qui la collezione primavera / estate 2016, qui la collezione autunno / inverno 2015 – 16, qui la collezione primavera /estate 2015, qui la collezione autunno / inverno 2014 – 15 e qui la collezione primavera / estate 2014.

Gli omaggi e i ritratti più belli che ho letto: qui quello di Quotidiano.Net, qui quello del Corriere della Sera, qui quello de Il Giornale, qui quello della Gazzetta di Parma e qui, infine, quello del mio amico e collega Alessandro Masetti (con una nota iniziale un po’ amara a proposito del cosiddetto sistema moda, nota che purtroppo condivido).

 

«Io ho un’idea della moda abbastanza semplice ed elementare: per me, la moda è il senso del bello.»
Angelo Marani

 

Outings Project, dai muri dei musei alle strade del mondo

Dalla pagina Facebook di Outings Project – un recentissimo lavoro a Goa, in India

Rieccomi: torno dopo una piccola pausa (serve, ogni tanto) e inizio facendovi prima di tutto gli auguri per un 2017 scintillante, in pieno stile glittering woman.

Visto che siamo ancora in clima di festa e considerato che stiamo godendo di qualche ultimo scampolo di libertà prima di tornare agli impegni abituali, ho scelto di ripartire parlando di arte, uno dei miei argomenti preferiti.

Credo che chi legge il blog, anche solo saltuariamente, abbia intuito che amo l’arte che non resta chiusa in sé stessa: sono convinta che essa sia un’espressione che deve appartenere a tutti in un dialogo ininterrotto, in una relazione reciproca tra chi crea e chi osserva, possibilmente fino a fondersi.

In più occasioni, ho dato spazio a questo tipo di visione, parlando, per esempio, di due iniziative delle quali sono stata testimone qui a Milano, ovvero Sopra il Sotto – Tombini Art ed Esco a Isola: stavolta, il mio sguardo si allarga per raccontare un progetto che abbraccia tutto il mondo e che – così come piace a me – lega artisti e spettatori.

Mi riferisco a Outings Project, nato nel 2014 su iniziativa dell’artista francese Julien de Casabianca: non riguarda la street art (non in senso stretto) né i graffiti, ma quadri classici condivisi in giro per le città.

Julien è avvezzo a esplorare l’arte in modi che comprendono installazioni, video, fotografia, tutti legati in qualche modo alla strada: in passato, è stato anche giornalista e scrittore e oggi è invitato da moltissimi musei a fare un vero e proprio copy and paste delle loro opere, in particolare di ritratti. E talvolta si tratta di lavori di proporzioni monumentali.

Julien dona nuova vita e nuova visibilità a tali ritratti, rendendo fruibile a chiunque la loro visione: in altre parole, fa delle copie e le trasporta dalle sale silenziose dei musei alle strade, portando l’arte fuori dai luoghi istituzionali e realizzando spesso anche una rivalorizzazione di spazi urbani pressoché abbandonati.

Volti noti e meno noti, tratti da dipinti di differenti secoli e stili, vanno così a decorare le città incrociando lo sguardo dei passanti.

Questo è il primo motivo per il quale ho scelto il suo progetto, perché è esattamente ciò che mi aspetto dall’arte: il secondo motivo, però, non è meno importante in quanto, dopo essersi cimentato in prima persona, Julien ha deciso di dare vita a un progetto partecipativo.

Come funziona Outings Project?

Basta andare in un museo, scegliere il ritratto che più ci colpisce (possibilmente non troppo famoso) e fotografarlo con il nostro smartphone (rispettando le istruzioni dei custodi): bisogna poi usare una stampante per rendere tangibile l’immagine, scegliere l’angolo della città che più ci piace e attaccare l’immagine ottenuta. Avremo così portato la nostra opera preferita fuori dal museo in cui era chiusa, liberandola e rendendola visibile a un pubblico più ampio: ecco perché outings, ovvero rivelazione ma anche gita, escursione (ah, quanto amo l’efficacia, la poliedricità e le sfaccettature dell’inglese!).

Come dicevo, il progetto è partecipativo e questo significa che tutti possono aderire, in anonimato, e oggi sono spesso proprio musei e scuole a incoraggiare cittadini e turisti ad aderire all’iniziativa globale. Il progetto ha così pacificamente invaso decine di città in tutto il mondo, dalla Francia all’India, dal Giappone al Vietnam, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Colombia al Messico. Si è inoltre guadagnato uno spazio tra le pagine di moltissimi magazine (guardate qui, c’è anche il New York Times) nonché di guide prestigiose (per esempio la Lonely Planet).

Se volete seguire anche voi Outings Project guardando le gallery delle opere liberate o aderendo a vostra volta, qui trovate il sito (e qui ci sono le istruzioni su come realizzare foto, stampa e affissione in modo legale), qui trovate la pagina Facebook, qui l’account Instagram e qui Twitter. Qui, infine, trovate il sito dell’ideatore Julien de Casabianca.

Condivisione e partecipazione applicate all’arte: amo tutto ciò e vi saluto con lo stesso invito espresso attraverso i canali social del progetto, ovvero be the next!

Manu

 

 

Felice di piacervi e non, parola di Franca Sozzani

Non so mentire: provavo una simpatia alquanto tiepida nei confronti di Franca Sozzani.

A non farmi sentire a mio agio – io eternamente scomposta e con infinite imperfezioni – era in parte la sua aria eterea, il suo aspetto quasi serafico: sembrava sempre essere appena uscita da un quadro, i capelli (lunghissimi e ondulati) e lo sguardo mi ricordavano immancabilmente la perfezione della Venere di Botticelli.

Insultatemi pure, pensate pure che io sia poco delicata a scrivere tali pensieri a pochi giorni dalla sua dipartita: non posso darvi torto, eppure preferisco essere sincera.
D’altro canto, mi sembra altrettanto sconveniente l’atteggiamento di chi oggi la osanna quando alcune di quelle stesse persone si sono scatenate giusto poco tempo fa in una ridda di commenti caustici a proposito del docu-film Franca: Chaos and Creation girato dal figlio Francesco Carrozzini.
Ciò avveniva quando pochissimi sapevano della malattia che l’ha portata via il 22 dicembre: oggi quel lavoro appare come un omaggio e un saluto, eppure ricordo bene Facebook pieno di battutine sarcastiche perché purtroppo (purtroppo, sì) godo di buona memoria.

Credo che di questo stridente contrasto tra il prima e il dopo sorriderebbe lei per prima, visto che non teneva affatto né a piacere a tutti né a essere simpatica a tutti, come scrisse molto chiaramente in un post datato 22 luglio 2010 dal quale è presa la foto qui sopra e che è apparso nel suo frequentatissimo Blog del Direttore.
«Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve»: così scrisse in tale occasione e dunque sono certa che sorriderebbe anche della mia tiepida simpatia per poi infischiarsene.
Giustamente e senza perdere la sua solita classe, naturalmente.

Franca Sozzani ha fatto tanto per la moda e questo è un dato inconfutabile che va ben oltre qualsiasi simpatia, antipatia o sarcasmo.

Non si mette minimamente in discussione e non servono certo le mie parole a ricordare tutto ciò che ha fatto. Anzi, a tal proposito, vi invito a leggere l’articolo di Antonio Mancinelli per Marie Claire, decisamente quanto di meglio io abbia letto, oppure il ricordo firmato da Anna Wintour, inossidabile direttrice di Vogue USA.
Quindi, pur non avendo alcuna intenzione di esibirmi in dichiarazioni di simpatia postuma (che nel mio caso sarebbero ipocrite considerando ciò che ho confessato), scrivo queste righe di stima e commiato con slancio spontaneo e sincero, per dire grazie a Franca Sozzani per almeno quattro buoni motivi.

Il primo motivo è, signora Sozzani, proprio ciò che lei ha fatto.
Vogue ha un grande peso nella formazione di ogni appassionato e/o professionista di moda che si rispetti e lei ha dedicato a Vogue Italia – una delle edizioni più belle a livello mondiale – ben 28 dei suoi 66 anni di vita. Dal 1988 a oggi, con coraggio e passione. E con successo.
Questo è qualcosa che solo un’ingrata o una stupida o una folle potrebbe non riconoscerle. Sarebbe una pessima dimostrazione di ignoranza e arroganza.
Dunque, ecco il mio primo grazie.

Il secondo motivo è l’importanza che lei ha dato al talento, parola, idea, concetto che tanto amo a mia volta.
Lei, signora Sozzani, ha supportato molti professionisti della moda decretandone il successo; dicono che abbia allo stesso modo decretato l’insuccesso di altri e di questo qualcuno gliene fa una colpa.
Non sono d’accordo con accuse di questo tipo: dire di a tutti sarebbe insensato quanto sbagliato e dire dei no comporta un prezzo da pagare. Lei ha accettato di pagarlo e anche per questo le dico un altro grazie, perché la sincerità e la fedeltà a noi stessi e alle nostre idee è fondamentale e irrinunciabile.

Il terzo motivo è che, oltre al talento, lei credeva nell’impegno e nel duro lavoro.
Una come me che crede ciecamente che impegno, studio e lavoro siano valori assoluti non può che dirle un ennesimo grazie.

Il quarto motivo è proprio quel suo coraggio di non voler piacere a tutti.
Viviamo in un’epoca in cui molti (troppi) vogliono piacere a più persone possibili raccogliendo qualunque consenso; vivo in un ambiente – lo stesso, quello della moda – in cui tutto ciò è ancor più enfatizzato e nel quale molti (troppi) giocano ancor di più a fare i piacioni (ma sì, uso questa espressione). In una simile epoca e in un simile ambiente, il suo atteggiamento assumeva ancora più importanza. Era quasi rivoluzionario.
E allora le dico l’ultimo grazie, signora Sozzani, a titolo estremamente personale, perché l’esempio di una persona così importante come lei dà forza a me – nel mio piccolo e con le dovute proporzioni – per continuare a pensare che non sbaglio nel portare avanti a mia volta lo stesso atteggiamento.

Ho iniziato il post scrivendo di non nutrire simpatia particolare per lei: arrivata a questo punto, mi rendo conto che provavo e provo per lei un grande rispetto.
Chino la testa davanti al fatto che se ne sia andata con discrezione e in silenzio, senza rendere pubblico il male che la stava consumando.
E sono sinceramente colpita dai ricordi di molte persone che l’hanno conosciuta e che testimoniano come lei non facesse mai mancare qualche parola gentile alle sfilate o come non mancasse di spronare a coltivare il talento e a inseguire i sogni, in qualunque campo essi fossero: sono racconti che la dipingono come persona di buona carica umana, in barba all’impressione di distacco che suggeriva invece a me.

Chissà, se avessi avuto l’opportunità di intrattenermi con lei, forse avrei superato l’imbarazzo che la sua figura mi incuteva: mi rimarrà il rammarico che tale opportunità non ci sia stata.

E allora, con grande sincerità, le auguro buon viaggio, cara Franca.

Manu

I wish you a Real Glittering Christmas ♥

«Ci tengo a farle sapere che lei è di grande ispirazione per tutte noi, come donna, come insegnante e come guida. E mi ritengo personalmente molto fortunata, per cui le auguro un felicissimo inizio anno… Se lo merita davvero.»
«Non perdiamoci dopo il corso! Felice di averla incontrata, mi arricchisce sempre più! Le voglio bene.»

Sono gli emozionanti messaggi di auguri di due delle mie studentesse.
Direi che, per quest’anno, ho dei preziosissimi regali di Natale: sono tanto speciali che, forse, potrebbero bastare anche per l’anno successivo e per quello dopo ancora 🙂

Così, il mio tradizionale post di Natale parte proprio da qui, stavolta.

Sapete, ascolto queste giovani donne, le mie studentesse, con grande attenzione e con sincero interesse: hanno tante idee, spesso già chiare e ben delineate.
Emerge con forza tutta la loro voglia di vita nonché una sana curiosità verso il mondo: accolgo e conservo le loro parole e mi rendo conto che arricchiscono anche me.
Guardo i loro bei sorrisi, osservo i volti aperti e fiduciosi, gli occhi luminosi e puliti, pieni di speranze e di sogni per il futuro e mi chiedo se faccio abbastanza per loro.
Io che condivido con queste ragazze tutta la mia sincera passione e il mio sconfinato entusiasmo, che cerco di trasmettere loro quello che so del mestiere che amo, che cerco di raccontare loro la bellezza di raggiungere i propri obiettivi e i propri sogni in modo pulito e onesto.

Ma è sufficiente tutto ciò?
È abbastanza oppure potrei fare di più?
In realtà, ciò che vorrei è poterle proteggerle dalle brutture del mondo, vorrei poter conservare e moltiplicare all’infinito quei loro sorrisi, vorrei poter dire loro che andrà tutto bene.
Vorrei poterle rassicurare prospettando un futuro sereno e luminoso.

Vorrei poter dire loro che le giraffe non si estingueranno, che i ghiacci non continueranno a sciogliersi, che non moriranno più bambini ad Aleppo, che non ci saranno più stragi di persone innocenti a Nizza, a Berlino e in troppi altri luoghi in tutto il mondo.
Vorrei poter fare tutto ciò, ma so che non è possibile perché mai nessuna generazione è stata in grado di mettere davvero al sicuro la successiva. È la storia degli esseri umani, da sempre.
E questo non mi piace, non mi rassegno.

Eppure, ho ancora fiducia.
Eppure, penso ancora che se sapessimo credere nella bellezza autentica essa potrebbe salvarci.
Eppure, continuo a credere fermamente che cultura, civiltà, umanità, tolleranza, libertà possano illuminare il buio dell’ignoranza, dell’odio, del sonno della ragione, della bieca disumanità.
Eppure, penso ancora che far vivere questi valori sia la risposta migliore nei confronti di chi vorrebbe invece portare oscurità e disperazione.

Sono grata alle mie ragazze perché attraverso i loro occhi puliti posso sperare che le mie non siano solo illusioni.
E sono loro grata per avermi fatto capire quale sia il senso più vero dell’insegnamento, uno dei mestieri più emozionanti che esistano, una delle responsabilità più grandi ma allo stesso tempo più belle perché comporta dare e avere, in un ciclo continuo e reciproco.

Mi hanno sempre detto che ogni donna nasce per essere madre e per portare avanti la vita: per quanto mi riguarda, pensavo in un certo senso di essere sbagliata, in quanto credevo di non aver alcun istinto materno, di esserne completamente sprovvista.
Mi sbagliavo e, oggi, so che possono esistere tanti modi di tenere a battesimo la vita, di proteggerla, di far sì che prosegua. Credo di aver trovato il mio.

E questo, dunque, è il mio Natale Felice.
E desidero augurarne uno altrettanto felice a tutti, A Real Glittering Christmas.

Il mio augurio per ciascuno di voi è quello di riuscire a trovare una personale strada verso la felicità.
Con coraggio e senza demordere davanti alle sconfitte e alle brutture.

Manu

La foto in alto è stata scattata il 10 novembre 2016 in occasione del press day
dell’ufficio stampa AnnaBi – Laura Magni al quale ho portato la mia classe.
Con noi nella foto ci sono anche Roberta e Antonio Murr, amici
e grandi professionisti (qui li ho intervistati per SoMagazine)

Ridefinire il Gioiello 2016 fa incontrare monili e libri

Leggere è un piacere che mi ha accompagnata costantemente, in ogni età e in ogni fase della mia esistenza.
In particolare, non posso né potrei pensare di rinunciare ai libri. Li considero cari, preziosissimi, insostituibili amici.
Devo anche confessare di amare la carta, infinitamente, amo il suo profumo e il rumore che produce: non potrei soppiantarla sebbene tablet e lettori vari mi affascinino e sebbene anch’io oggi ne faccia uso, come tutti.
Quando mi chiedono di elencare i miei libri preferiti, sono in difficoltà come un bambino al quale si chieda di scegliere tra mamma e babbo o come un genitore al quale si chieda di scegliere uno tra i propri figli: ogni libro che ho letto è stato unico e speciale, ognuno mi ha lasciato qualcosa. Molti sono legati a momenti particolari.
Ricordo, per esempio, con estremo affetto quelle che furono le mie prime letture di fanciulla: Cuore di Edmondo de Amicis, Piccole donne di Louisa May Alcott, i romanzi di Jules Verne che mi fecero innamorare della fantascienza.
Ricordo la sfida che mi pose la mia insegnante di letteratura in prima superiore: vedendo quanto fossi vorace e curiosa, mi consigliò Cent’anni di solitudine, il capolavoro del Premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez. Mi innamorai perdutamente di lui e da allora ho letto buona parte delle sue opere.

Non mi dilungo oltre su autori e titoli e aggiungo solo che, quand’ero in prima media, i miei genitori decisero di farmi l’abbonamento in biblioteca: costavo più in libri che non in qualsiasi altra cosa e il problema è che ogni nuovo volume mi bastava per pochi giorni soltanto.
Non vi dico l’emozione che provai quando un paio di anni dopo, non più paga della sola struttura di zona, conquistai la tessera della Sormani, la meravigliosa biblioteca centrale di Milano: ogni volta in cui entravo in quel luogo, avevo l’impressione di mettere piede in un sacro tempio, in un edificio di culto. In biblioteche e librerie non si celebra in fondo il culto di curiosità e conoscenza?

Immaginate, dunque, la mia gioia quando ho appreso che Ridefinire il Gioiello, concorso che seguo con grande entusiasmo, ha deciso di dedicare la nuova edizione proprio ai libri, fatto che permette di mettere insieme due mie enormi passioni, la lettura – appunto – e il gioiello nella sua interpretazione contemporanea.

Ridefinire il Gioiello è un progetto che ha l’obiettivo di diffondere e valorizzare una nuova estetica del gioiello tramite la ricerca di materiali innovativi e sperimentali: l’ideatrice è Sonia Patrizia Catena, laureata in moda con specializzazione in arte contemporanea.
Sonia ama creare interconnessioni fra queste discipline e organizza eventi culturali che mettono al centro i rapporti che ne nascono: la tesi in semiotica (la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi abbiano un senso) le ha insegnato a guardare il mondo con un’altra prospettiva e proprio da lì, nel 2010, è nato il suo progetto.

Ridefinire il Gioiello 2016 chiede agli artisti di pensare e progettare un gioiello inteso come una storia, un racconto, la frase di un libro che li abbia colpiti, proprio come riassunto anche nella grafica qui sopra.

«Vi sono libri che rimangono nel cuore, altri che si adattano come una pelle alla nostra storia, ai nostri pensieri e alle nostre emozioni. Frasi, citazioni o paragrafi che ricordiamo o riscriviamo nelle pagine del nostro taccuino per non scordarle, per rileggerle, per averle con noi come indizi da seguire nei momenti di difficoltà. La scelta dei libri ci rappresenta, parla di noi e dei nostri gusti.»
Così recita il bando di concorso che formula un invito ben preciso.
Invita infatti a creare «gioielli che rappresentino immaginari, poesia, storie, racconti, favole, fiabe. Un gioiello ricco di contenuti e significati anche senza le parole. Un gioiello che si “legga” con la grammatica del visivo, del materiale, dei segni, delle tracce e impronte, mappe di luoghi interiori».

Oltre a condividere il bando, mi fa piacere sottolineare una bellissima novità di questa sesta edizione, ovvero l’entrata del Museo del Bijou di Casalmaggiore fra gli spazi ospitanti: nel mese di giugno 2017, il Museo aprirà le porte a Ridefinire il Gioiello andando ad accogliere una delle mostre collettive previste.
Il motivo per cui sottolineo tale nuova partnership è doppio: da una parte, c’è l’indiscusso prestigio del Museo, istituito nel 1986 e specializzato nella conservazione e valorizzazione di oggetti d’ornamento e accessori prodotti dalle diverse fabbriche di Casalmaggiore tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento; dall’altra, c’è il mio amore per questo luogo che ho avuto il piacere di visitare e del quale ho parlato più volte anche qui nel blog.

Sono infine lieta di annunciare che, ancora una volta, offrirò il mio sostegno concreto a Sonia e al suo progetto: così com’è accaduto per le edizioni 2014 e 2015, anche quest’anno sono partner del concorso e attribuirò dunque un premio a un vincitore da me scelto, premio che consisterà in un articolo di approfondimento.

Non vedo l’ora di visionare i gioielli e ringrazio Sonia per la fiducia che mi accorda: sono orgogliosissima di poter essere partner di un progetto meraviglioso, condotto con professionalità e cuore, di un concorso che tanto riesce a fare allo scopo di dare voce e spazio al gioiello contemporaneo, per giunta con un approccio estremamente originale.

E per chi volesse partecipare, segnalo che le iscrizioni a Ridefinire il Gioiello 2016 sono aperte fino al 10 gennaio 2017.

Manu

 

Per prendere visione del bando completo di Ridefinire il Gioiello 2016 con condizioni e regole cliccate qui e potrete scaricare il documento in formato pdf
Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui Twitter

Io & Ridefinire il Gioiello:
Edizione 2015 – qui trovate il mio articolo su Loana Palmas, la mia prima premiata; qui quello su Alessandra Pasini, la mia seconda premiata; qui quello su Chiara Lucato, la mia terza premiata; qui trovate il mio articolo sulla serata di inaugurazione e qui quello sul bando di concorso. Qui, infine, trovate il mio articolo su un ulteriore incontro tenuto sempre nell’ambito delle tappe dell’edizione.
Edizione 2014 – qui trovate il mio articolo sulla manifestazione 2014; qui quello su Alessandra Vitali, la designer che ho scelto di premiare.

Hillary Clinton e i significati di un tailleur dai dettagli viola

Hillary Clinton e il marito Bill in occasione del Concession Speech del 9 novembre 2016 a New York (Photo Getty Images through Vogue)

Lo ammetto: dopo l’esito delle elezioni negli Stati Uniti, sono rimasta sotto shock per qualche giorno, al punto tale da non riuscire a scrivere nemmeno due righe sui social, Facebook, Twitter oppure Instagram.
In particolare, sono scioccata dalla schiacciante vittoria di Donald Trump, ammetto anche questo; sono però ugualmente basita davanti a certi commenti e ad alcune reazioni sia pro sia contro il nuovo presidente.
Si sente e si legge di tutto: c’è perfino chi sostiene che non si possa parlare di una vera vittoria di Trump, quanto piuttosto di una sconfitta – pesantissima – della Clinton poiché il voto non sarebbe una scelta da leggere in positivo, bensì un rifiuto deciso e categorico diretto alla esponente del partito democratico. Mi spaventa il fatto che ciò possa essere la verità, mi sembra terribile votare non a favore di qualcuno in cui crediamo, ma contro un altro candidato.
Si parla anche di un ulteriore messaggio, ovvero della saturazione della gente rispetto alla politica, ai suoi giochi e ai suoi protagonisti più consumati, come Hillary, appunto: qualcuno si spinge fino ad affermare che tutto ciò influenzerà anche il referendum italiano del prossimo 4 dicembre.
Vedete, non so se invidiare chi nutre tutte queste certezze: io ho piuttosto una montagna di dubbi e interrogativi e nutrivo molte speranze sul fatto che, finalmente, un Paese come gli Stati Uniti fosse pronto a dare fiducia a una donna. Ora, morta la speranza, mi pongo un ennesimo quesito: gli americani hanno ragione? Hillary Clinton è una donna tanto pessima da non poterle dare fiducia e lo è al punto tale da preferirle un uomo considerato mediocre e non all’altezza da molti, perfino all’interno dello stesso partito repubblicano del quale fa parte?
In fondo, desiderio di una donna presidente a parte, ho nutrito io stessa diversi dubbi sulla candidatura e su certi atteggiamenti di Hillary (in parte ne avevo parlato anche qui nel blog a proposito di donne e politica): forse, la Clinton non era davvero la candidata giusta affinché il sogno, mio e di molti altri, si avverasse.
Oggi come oggi, dubbi personali a parte, faccio comunque fatica a comprendere fino in fondo la scelta degli americani, un popolo che stimo per molti motivi; eppure, pur non comprendendo e non riuscendo a condividere la loro scelta finale, non mi piace nemmeno chi dà loro degli idioti oppure degli ignoranti o ancora degli ottusi senza analizzare le ragioni profonde di questo voto.
No, non ci sto e non accetto tali generalizzazioni, così come non le accetto mai e in nessun caso.
Siccome mi piace colmare la mie lacune ascoltando gli altri, in tutti questi giorni sono stata zitta e mi sono posta in ascolto proprio per cercare di capire le ragioni dei cittadini degli Stati Uniti: per esempio, ho ascoltato spiegazioni a mio avviso interessanti grazie a Kay Rush, giornalista nonché conduttrice radiofonica e televisiva che stimo.
Kay è statunitense (è nata a Milwaukee nello Stato del Wisconsin) anche se è naturalizzata italiana: può ben dire di conoscere la mentalità americana ed è dunque in grado di tastare il polso dei suoi connazionali.
Ai microfoni di Radio Monte Carlo, Kay ha offerto punti di vista ai quali non avevo pensato o che non avevo considerato, proprio perché, non essendo americana e non vivendo negli Stati Uniti, sicuramente non posso conoscere a fondo l’animo di quel Paese (e mi permetto di dire che di questo dovremmo tenere conto tutti prima di esprimere giudizi basati su conoscenze sommarie e non dirette).
Il primo motivo per cui Hillary non è stata apprezzata da molti è il comportamento che tenne quando suo marito Bill, allora Presidente degli Stati Uniti, fu coinvolto nello scandalo con Monica Lewinsky: gli americani, ha spiegato Kay, amano le donne forti, orgogliose e indipendenti, quindi non hanno apprezzato che la Clinton sia rimasta sposata per ragioni giudicate di mero interesse politico. Inoltre, i cittadini statunitensi amano che alla Casa Bianca ci sia una vera coppia e una vera famiglia, condizioni non più riconosciute ai Clinton. Infine, un ulteriore motivo è una certa altezzosità della quale si accusa Hillary che si è un po’ messa su un piedistallo: prova ne è, secondo la giornalista, il fatto che la Clinton non si sia recata in diversi Stati durante la campagna, facendo sospettare di essere arrogante al punto tale da dare per scontata la vittoria in alcuni luoghi. L’ha fatto perfino in Illinois, il suo Stato di nascita, dove era (forse) ciecamente convinta di poter vincere proprio per un motivo di origini.
Ma gli americani non sono sciocchi (come afferma sbagliando qualcuno) e Hillary, insomma, pagherebbe oggi lo scotto del suo atteggiamento, le accuse di chi la taccia di essere una guerrafondaia (vedere il suo ruolo di Segretario di Stato in un periodo in cui il Paese è stato protagonista di molti interventi bellici) e le sue scelte all’epoca del Sexgate.
Anche il ritardo con il quale la Clinton ha fatto la telefonata di resa (quella con cui ogni candidato statunitense sconfitto ammette tale condizione) non è stato visto di buon occhio in un Paese in cui prendere atto della chiusura dei giochi è un gesto importante che apre la nuova fase che subentra a campagna elettorale e votazioni finite.
Anche in questo caso, si sono sprecate illazioni di ogni tipo, genere e grado, mentre già si iniziano a fare confronti (spesso impietosi e imbarazzanti) tra la First Lady uscente Michelle Obama e Melania Trump, la nuova padrona di casa alla White House.
Sinceramente, a me tutto ciò un po’ infastidisce, quasi quanto i risultati delle elezioni stesse ed esattamente come e quanto sono stata infastidita dalle polemiche (a mio avviso di bassissimo livello) che sono seguite all’ultima cena data da Barack Obama e che ha visto la partecipazione di Matteo Renzi, il nostro Presidente del Consiglio.
Per giorni, non si è parlato di altro che dei vestiti di Agnese Landini Renzi e di Michelle Obama, del loro peso, della loro taglia e della loro forma fisica, della loro bruttezza e / o bellezza (delle signore e dei vestiti), dei brand scelti e via discorrendo.
Voi direte: sarai contenta, ti occupi di moda. Eh no, cari amici, non mi piace che gli abiti vengano usati per discorsi banali, triti e superficiali né mi piace che vengano usati per giudicare le persone.
Visto che penso che sia un linguaggio, mi piace che la moda sia tirata in ballo per fare analisi stimolanti e interessanti in grado di aggiungere nuovi piani di lettura e inediti spunti di riflessione: la critica fine a sé stessa e che sfiora il pettegolezzo mi annoia e mi nausea, invece, e chi mi legge d’abitudine lo sa. Leggi tutto

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