Le mie scelte in pillole, Christmas edition: i foulard Adima e il ritmo interiore

Capita spesso che, qui nel blog, io racconti storie di talento al femminile: oggi vi presento Alessandra Benetatos, fondatrice di Adima Made in Presence.

Partendo dal suo amore per l’acqua, Alessandra ha creato una speciale collezione di foulard in seta.
La collezione offre un prezioso contributo all’eccellenza Made in Italy e onora le lavorazioni artigianali che ne costituiscono il cuore: lo fa attraverso quattordici originali creazioni che svelano forme e sfumature dell’acqua.
Ogni foulard è un tributo alla Natura e racconta una storia di unione tra spirito e materia attraverso il legame primordiale con il liquido vitale costantemente presente nella vita artistica, meditativa e professionale della creatrice di questi capolavori: il suo rapporto con l’acqua rivive nella trama del tessuto e viene trasmesso a chi sceglie di indossare i suoi foulard.

I foulard sono avvolgenti e sfiorano anche i due metri: sono in seta purissima, lavorati e realizzati in Italia.
Ogni creazione propone uno stato d’animo fermato nel tempo, un momento unico vissuto da Alessandra in presenza dell’acqua del mare, di un fiume o di un lago.
Tale frammento di vita viene riprodotto su seta: per questo Made in Presence, perché la presenza diventa consapevolezza e consente che bellezza e talento della Natura possano manifestarsi e che Alessandra sia lì, pronta ad accoglierli per poi poterli condividere.
«Ho scelto di rappresentare l’acqua su seta in grandi dimensioni per trasmettere la sensazione di essere avvolti da un abbraccio fluido – spiega lei – e infatti ogni foulard porta con sé una storia, un luogo in cui è simbolicamente nato.»

Un altro elemento fondamentale e irrinunciabile dello stile Adima è il tempo.
«Io mi prendo tutto il tempo necessario – spiega ancora Alessandra – e le mie saranno collezioni che seguiranno ritmi più interiori rispetto a quelli della moda tradizionale. Vado a incontrare l’acqua nel pianeta e quando sono pronta nascono i nuovi pezzi».
È una dichiarazione decisamente coraggiosa in momenti in cui il sistema moda impone agli stilisti autentici e massacranti tour de force, considerata la (assurda) e continua richiesta di nuove collezioni da dare in pasto a un mercato spesso ormai saturo.
L’intento del brand, infatti, è anche la valorizzazione del tempo necessario all’ideazione e alla lavorazione, è anche la centralità delle cosiddette trame umane, perché «ogni persona che ha lavorato al progetto ha lasciato la sua impronta».
E Alessandra precisa con orgoglio un punto importante: «abbiamo un forte intento di sostegno, non solo della maestria italiana dei nostri artigiani, ma anche delle persone che indosseranno questi foulard».

Posso dunque affermare che Adima Made in Presence realizza e offre manufatti di alta qualità che vogliono esprimere valori est-eticamente sostenibili, con un avverbio che piace molto ad Alessandra e anche a me, perché quel trattino – per niente casuale – va a legare apparenza (estetica) e contenuto (etica) in un legame che dovrebbe essere sempre inscindibile.

Ma chi è Alessandra Benetatos?
Di sé racconta di aver mosso i primi passi professionali nell’azienda di famiglia creata dal padre, uomo di grande spessore e capacità imprenditoriale, e di dover invece la sua sensibilità sia a una naturale propensione sia alla madre, donna attenta che l’ha avviata a una raffinata educazione alla bellezza.
Nell’azienda di famiglia, Alessandra si è occupata in particolare dell’area design, approfondendo gli studi in architettura a Milano e curando spesso gli eventi, aiutata dall’attrazione per le lingue straniere e per il contatto umano.
La passione per moda e design, la conoscenza dei tessuti, il desiderio di portare bellezza e ricerca spirituale nella materia (nel 2001, ha anche fondato il centro olistico Opale); tutti questi fattori hanno condotto Alessandra a creare Adima Made in Presence.

«Mi sento un connettore – racconta – amo collaborare e fare rete in ambito culturale, sociale, formativo.»
Ecco, questo è uno dei motivi per i quali ho scelto Alessandra e il suo lavoro – oltre che per qualità ed eccellenza, naturalmente.

Un altro motivo è rappresentato dal nome stesso del progetto: Adima viene dal sanscrito Ma Prem Adima e significa amore fin dalle radici.

In questa ottica, ogni foulard ha un nome evocativo: quello che vedete in alto e che ho scelto per illustrare questo post si chiama Stilla Vitale e, oltre che per i colori, mi ha attratto per il messaggio che porta con sé: «ricordo chi sono in Essenza, ricordo che posso giocare».

Ed ecco perché, in definiva, trovo che Alessandra e Adima siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno e che è capacità, creatività, qualità, forma e contenuto ovvero est-etica.

Manu

Lo showroom Adima (qui e qui due immagini) si trova in via San Maurilio 19 a Milano, tel. 02 97801193, aperto dal martedì al sabato dalle 11 alle 19.
La cornice è quella di Palazzo Greppi, nel cuore storico meneghino, nelle vie delle arti e dei mestieri: un ulteriore tributo alle eccellenze artigianali italiane.
Qui trovate il sito completo di e-commerce, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Adoro Te, Elena, e anche tanto

Siete seduti? Comodamente seduti?

Se state pensando «ma guarda questa che gran ficcanaso»… aspettate, vi spiego subito il motivo della mia domanda: mettetevi comodi (avete magari del popcorn a portata di mano?) perché sto per farvi una rivelazione che rovinerà definitivamente la mia carriera da fashion blogger, sempre ammesso che io ne abbia mai avuta una.

A ogni modo: come dovrebbe essere una che crede di fare la fashion blogger? Risposta: sempre impeccabile.
Ecco, la rivelazione è che io, in casa, sono invece inguardabile.

Sono una persona perennemente in movimento e essere in ordine è un atteggiamento che fa parte di me da sempre: eppure, a casa, mi prende invece un’indicibile pigrizia da outfit e sono capace di passare intere domeniche in pigiama, soprattutto nella stagione fredda.
Non parlo di pigiami accattivanti e anche un po’ ammiccanti: in inverno, indosso pigiami pesantissimi in felpa con sopra maglie oversize in pile e copro i miei piedini numero 35-36 con calzettoni in lana.
In effetti, mancherebbe solo il berretto in testa per fare di me una perfetta caricatura da vignetta.

Il problema è che alla sera e nei giorni di relax, appena rallento un po’ i miei ritmi da persona fin troppo attiva, soffro tremendamente il freddo (anche se di giorno vado in giro senza collant fino a novembre, come ho raccontato ultimamente).
In casa, dunque, non riesco a pensare di rinunciare a outfit comodi e pigiamoni: ammiro moltissimo le donne che riescono a stare in casa indossando leggerissime ed elegantissime sottovesti in seta riscaldate solo da piccoli e stilosi cache-cœur. Il tutto a piedi nudi, naturalmente.
Beh, io non potrei mai vestirmi come loro, purtroppo: morirei all’istante!
E, tra l’altro, d’estate la situazione non è molto più rosea…

Bene, ora che ho distrutto anche quella (minima) dignità da fashion blogger che potevo avere (e dopo aver fatto guadagnare l’aureola da santo a mio marito per il fatto di avere la moglie meno attraente di tutto il pianeta), posso spiegarvi il perché di questa rivelazione un po’ masochista.

Desidero infatti ringraziare pubblicamente una giovane designer che si chiama Elena Del Carratore: per merito suo, almeno i miei piedi si salvano dalla scarsissima attitudine della sottoscritta a essere charmante.

Elena è colei che disegna Adoro Te, una collezione che reinterpreta le slipper, un classico dell’eleganza da casa.

La casa è il nostro luogo più sacro, quello in cui viviamo momenti legati alla sfera affettiva, al relax e al tempo che dedichiamo a noi stessi: il progetto Adoro Te esprime al meglio questo concetto facendolo diventare quanto mai contemporaneo e creando un mondo avvolgente e raffinato.

Le slipper create dal brand sono raffinate pantofole che, nella forma, ricordano un mocassino: per questo inverno, vengono proposte in seta e in velluto stampati, floccati o ricamati, in nuance chic come per esempio porpora, ruggine, petrolio, testa di moro e l’attualissimo giallo senape. Leggi tutto

Maneki neko, il gatto tra leggenda, cultura popolare e dieci curiosità

Non sono mai stata una persona superstiziosa, anzi, diciamo che le superstizioni mi infastidiscono.

Mi infastidisce che si dica che il viola porti male anche se conosco e capisco l’origine di tale superstizione (ne ho parlato qui) che oggi non ha comunque più alcun motivo di esistere; mi infastidisce ancor di più che si dica che una persona o un animale (poveri gatti neri!) portino male.

Forse, disprezzo le superstizioni (e non parlatemi di malocchio) perché credo che i fautori del nostro destino siamo esclusivamente noi stessi e perché credo che se e quando esistono casi, combinazioni, fortune e sfortune, siamo noi stessi a metterli in moto con le nostre azioni.

L’unica cosa in cui un poco credo è che i sentimenti positivi generino belle energie, mentre è il contrario con quelli negativi: è per questo che sto cercando di imparare, nel tempo, a tenere lontane persone e sentimenti negativi.

Come molti, invece, ho anch’io dei piccoli gesti scaramantici un po’ infantili.

Di solito, se riesco a connettere quando suona la sveglia, metto giù il piede destro dal letto e lo faccio da quando sono ragazzina.

E quando salgo le scale di casa, mi diverto talvolta a mettere i piedi al centro delle piastrelle senza calpestare i bordi. Sì, proprio come fanno i bambini.

Ma nulla che confini con la superstizione, per carità: non credo assolutamente che succeda qualcosa se metto giù dal letto il piede sinistro per primo né se calpesto il bordo della piastrella, sono solo giochetti con me stessa, modi per spronarmi da sola ma sui quali prevalgono sempre ironia e sense of humour.

Nonostante io non sia superstiziosa, da tempo amo però collezionare piccoli oggetti – soprattutto monili – che sono comunemente considerati dei portafortuna: la spiegazione è puramente imputabile alla mia passione per gli oggetti che hanno un senso, un significato, una storia da raccontare.

Questa estate, per esempio, in Grecia, ho fatto incetta di due simboli che amo da sempre: la Mano di Fatima (nota anche come Hamsa o Khamsa o Mano di Miriam a seconda della religione musulmana, dei cristiani d’oriente o ebrea) e l’Occhio di Allah spesso semplicemente chiamato Evil Eye.

Fermo restando il mio assoluto rispetto per tutte le religioni, il mio interesse verso questi due simboli è quello di una persona curiosa (di significato, origini e storia) e, conseguentemente, il mio resta un approccio da collezionista appassionata ma non credente. Qui, qui e qui potete vedere alcuni dei miei acquisti, braccialetti e anelli.

Aggiungete a tutto ciò una mia passione (mania…) per l’occhio di per sé stesso che colleziono in ogni forma (ne avevo già parlato qui) et voilà, il gioco è fatto. In fondo, non è un caso se molte civiltà hanno attribuito all’occhio moltissimi significati.

Ultimamente, mi sono appassionata a un nuovo amuleto: il maneki neko, letteralmente gatto che chiama, noto anche come gatto che dà il benvenuto, gatto della fortuna oppure gatto del denaro. O, se preferite l’inglese, lucky cat o fortune cat.

Sicuramente l’avrete visto, è una diffusa scultura giapponese, spesso fatta di porcellana o ceramica (ma ne esistono in plastica, legno, cartapesta, argilla, giada, oro), che rappresenta un gatto con una zampa alzata: si ritiene porti fortuna e per questo motivo si trova molto spesso negli esercizi commerciali e nei ristoranti orientali.

Avete letto bene, ho scritto giapponese: nonostante sia onnipresente nelle varie attività cinesi, l’usanza nasce in realtà in Giappone. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole: Movea Design e la bellezza del cactus

Tempo fa, ho scoperto una leggenda che ha catturato la mia attenzione.

La leggenda narra di Quehualliu, un giovane e bellissimo indiano che passava il tempo a raccogliere fiori per Pasancana, l’altrettanto giovane e bella figlia del capo tribù.
Fin da piccoli, i due erano sempre stati insieme: avevano imparato a camminare, a giocare, a scovare i posti più belli della montagna e, una volta cresciuti, avevano compreso di essere innamorati l’uno dell’altra.
Il padre di Pasancana aveva però progetti differenti e voleva che la figlia sposasse un altro ragazzo della tribù, un eccellente cacciatore: quando Pasancana e Quehaualliu lo appresero iniziarono a piangere e a disperarsi.
Decisero allora di scappare insieme: camminando ai piedi delle loro amate colline, elaborarono un piano, ovvero pensarono di raggiungere qualche luogo perso proprio tra le montagne.
Così fecero.

Quando il capo tribù si accorse della sparizione della figlia, andò su tutte le furie e mise insieme un gruppo di uomini con lo scopo di andare a cercare la coppia.
Nel frattempo, i due giovani, stanchi per la strada percorsa, decisero di fermarsi a riposare: grazie alla luce della luna, si accorsero degli uomini che li stavano cercando e invocarono Pachamama, la dea della terra, affinché li aiutasse a nascondersi.
La dea terra ebbe pietà dei due innamorati e aprì un buco nella montagna per far sì che potessero nascondersi: il padre e i suoi uomini, adirati, urlarono ai due giovani che non si sarebbero potuti nascondere per sempre e rimasero lì tutta la notte, in attesa.
Ma, il giorno dopo, la dea terra trasformò i due giovani in un cactus e così, con la sua protezione, Pasancana e Quehualliu rimasero silenziosamente uniti per sempre.

Vedete, amo i cactus da quand’ero piccina.
Non so se dipenda dal sangue che mi scorre nelle vene, quello siciliano dei miei genitori: come molti sanno, la meravigliosa isola è un habitat perfetto per cactus, fichi d’India, agavi e in generale per tutte le piante succulente (quelle che chiamiamo comunemente piante grasse).
O chissà, forse dipende invece molto più prosaicamente dal fatto che tali piante, grazie alla loro attitudine a resistere alle condizioni più avverse, siano tra le poche in grado di sopravvivere al mio temuto e terribile pollice nero.

Non solo.
Chi mi conosce bene sa che sono un’inguaribile romantica: ancora oggi, alla mia tenera età, riesco a sperare che un film visto un milione di volte o un libro di cui ho consumato le pagine possano trasformarsi miracolosamente e che un finale tragico e lacrimevole possa diventare invece un happy end.

La leggenda di Pasancana e Quehualliu era dunque destinata inevitabilmente ad attrarre la mia attenzione, in un modo o nell’altro, anche perché offre una spiegazione perfetta del perché il cactus sia tanto tenace e del perché i suoi fiori meravigliosi siano avvezzi a sfidare sole e siccità pur di sbocciare: è perché simboleggiano amore e fedeltà.

Per questo motivo, ho deciso di iniziare il post di oggi narrandovi una romantica leggenda che risulta perfetta per una realtà solida che si chiama Movea Design.

Movea nasce nel 2013: i creatori del brand tutto italiano sono Cosimo e Veronica, una coppia unita nella vita e che condivide anche le passioni per arte, design e arredamento.
Il marchio Movea è un acronimo ricavato dalle ultime lettere del nome Cosimo (mo) e dalle iniziali del nome Veronica (ve): è stata poi aggiunta la a finale che simboleggia arte e arredamento.

In cosa consiste il progetto Movea?
Cosimo e Veronica realizzano artigianalmente piante e bonsai in tessuto: lo fanno con la massima cura dei dettagli e con la precisa volontà di offrire un prodotto di qualità.

Ogni pianta è disegnata, progettata e realizzata completamente a mano nel loro laboratorio di Nardò, in provincia di Lecce.
Le varianti dei vasi e dei tessuti sono molteplici: si contano colori che vanno dalle tinte più tenui a quelle più accese, con una gamma di materiali ricercati.
Sono tante anche le misure: si parte dalla riproduzione di piccoli cactus da collezione (come i miei che vedete qui sopra) fino ad arrivare a piante di medie e grandi dimensioni.

«Sono veneta di Mestre e la scelta di cactus & co. è nata quando mi sono trasferita al sud e precisamente nel Salento, una terra che pullula di piante grasse e in particolar modo di fichi d’india e agavi giganti», mi ha raccontato Veronica.
«È stato un amore a prima vista dal quale è nata la voglia di inventare un prodotto originale e che fosse funzionale come complemento d’arredo. Così, io e Cosimo abbiamo sfruttato al meglio le nostre doti artistiche e manuali per creare un nuovo progetto tutto nostro: tra l’altro, Cosimo è anche fotografo e quindi abbiamo potuto curare personalmente anche quell’aspetto.»

Ogni pianta Movea Design è un complemento d’arredo originale, adatto alla casa, all’ufficio, al negozio e a qualsiasi spazio nel quale si desideri inserire un tocco di stile e originalità.

Può essere una bella idea regalo per eventi, ricorrenze e cerimonie: mi vengono in mente i matrimoni, per esempio, proprio pensando alla leggenda indiana che rende il cactus un simbolo d’amore perfetto, tenace e duraturo.

Come appunto vedete qui sopra, io ho scelto il tris di piante grasse in miniatura, poiché un’altra mia grande debolezza riguarda tutto ciò che è miniaturizzato.
Sono rimasta colpita dall’amore con le quali le piantine sono realizzate e sono rimasta incantata davanti ai dettagli: vorrei potervi mostrare la precisione dei vasi, in ceramica e vimini intrecciato, nonché la ghiaietta che riproduce fedelmente quella che viene usata dai coltivatori di cactus.

Tra l’altro, devo dire grazie a Cosimo e Veronica per un altro motivo: le loro piantine risolvono definitivamente il mio problema di pollice nero.

Se volete dare un occhio ai lavori di Movea Design, vi lascio il loro sito (completo di e-shop), la pagina Facebook e l’account Instagram: lo faccio volentieri perché questo prodotto interamente Made in Italy merita a pieno titolo il mio sostegno.

E poi mi piace il parallelo tra la leggenda di Pasancana e Quehualliu e la storia vera di Veronica e Cosimo: così come i due innamorati indiani sono rimasti uniti grazie alla metamorfosi in cactus, anche i due bravi creativi italiani hanno unito passione, talento, capacità, creatività ed entusiasmo per dare vita a un progetto bello e concreto. Insieme.

Manu

AIRC e ADI con LOVE DESIGN a sostegno della ricerca oncologica

Io ci metto la faccia.
Sempre. Senza timori.

Metto la faccia quando parlo dei designer, degli artisti e dei creativi in cui credo così come quando parlo delle questioni sociali che mi stanno particolarmente a cuore.
Metto la faccia attraverso le parole che uso con rispetto e mai a sproposito, la metto attraverso la mia stessa immagine quando serve, la metto attraverso gesti pratici e concreti.

Mi piace pensare che il metterci la faccia rappresenti una garanzia per chi mi fa il dono di riporre fiducia in me, sia affidandomi la comunicazione dei propri prodotti sia leggendo questo spazio web, perché qui vige da sempre e per sempre una regola: entra solo ciò in cui credo davvero, entra solo ciò per cui – appunto – posso mettere la faccia. Serenamente e limpidamente.
E mi piace pensare che questo modo di pensare e agire sia diventato, nel mio piccolo, una sorta di marchio di fabbrica in grado di contraddistinguere me, la mia passione e il mio lavoro.

E stavolta metto la faccia per una questione che mi tocca molto profondamente, perché mai farò mancare il mio appoggio al progresso, allo sviluppo, alla ricerca e alla lotta contro le malattie.
Lo faccio usando tutto ciò che posso, usando le parole e la mia immagine, cercando di trasformarle in uno di quei gesti concreti che tanto mi piacciono: per questo, quando mi hanno chiesto di indossare la speciale t-shirt LOVE DESIGN ® per dare voce e sostegno a una splendida iniziativa, ho accettato immediatamente, senza la minima esitazione, con grande sincerità ed entusiasmo.

Di cosa si tratta?

Ora ve lo racconto.

Si tratta di un’iniziativa benefica ideata da AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e ADI (Associazione per il Disegno Industriale) i quali, da 14 anni, realizzano insieme LOVE DESIGN ®, ovvero un evento a sostegno della ricerca oncologica italiana: dura tre giorni e si svolge ogni due anni in collaborazione con le maggiori aziende di design.

Ma che cosa unisce il mondo del design e il mondo scientifico?

Entrambi, design e scienza, guardano verso un futuro che si baserà principalmente sulla ricerca e, proprio grazie a questa affinità, da un’idea dell’architetto Carlo Forcolini (l’allora presidente ADI), nel 2003 nacque un’alleanza sfociata nell’evento Il Design sostiene la Ricerca poi diventato LOVE DESIGN ®.

Reso possibile grazie all’impegno congiunto dei marchi leader del design italiano e grazie all’impegno di ADI che, tra l’altro, garantisce l’autorevolezza dell’iniziativa in termini di qualità dei prodotti, LOVE DESIGN ® favorisce il dialogo tra l’eccellenza della creatività italiana, la ricerca scientifica e il valore della solidarietà.

L’appuntamento per quest’anno è da venerdì 20 a domenica 22 ottobre 2017 alla Fabbrica del Vapore a Milano in via Giulio Cesare Procaccini 4: qui saranno esposti prodotti e accessori donati da aziende del calibro di Alessi, B&B Italia, Kartell, Molteni & C, Edra, Poliform e tanti altri, tutti disponibili a condizioni molto vantaggiose con lo scopo di raccogliere fondi per la ricerca sul cancro.

L’obiettivo di AIRC per questa edizione è inoltre il finanziamento di tre borse di studio triennali, ciascuna del valore di 75.000 euro, destinate a giovani ricercatori italiani: come per tutti i progetti promossi dall’Associazione, i destinatari di questi fondi verranno selezionati attraverso un processo rigoroso, meritocratico e trasparente, altro ottimo motivo per il quale do il mio appoggio con piena fiducia.

E quindi, amici miei, cosa aspettiamo?

La bellezza ci piace, l’eccellenza ci piace, il design ci piace e ci piace anche lo shopping; non ci piace il cancro e non ci piace che l’abbia vinta.

Dunque… scommetto che anche voi, come me, non esiterete. E scommetto che la vostra voglia di solidarietà è grande almeno quanto la mia.

E allora vi lascio il sito e la pagina Facebook di LOVE DESIGN ® dove potrete trovare tutte le informazioni utili e interessanti approfondimenti.

Non vi bastano sito e pagina Facebook? Ecco allora anche l’account Instagram e quello Twitter 🙂

Dal 20 al 22 ottobre ci sarà un’ottima occasione per usare la carta di credito, non solo per acquistare qualcosa di bello e utile, ma anche per compiere un atto di generosità e solidarietà che ci renderà a tutti gli effetti membri di una società che vuole guardare avanti, verso un futuro migliore e più evoluto.

Manu

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Dettagli di stile: i pantaloni, una conquista tutta al femminile

Per capire la moda bisogna conoscere la storia.

La mia vi sembra un’affermazione azzardata o esagerata?
In realtà non lo è affatto, anzi, sostengo con grande convinzione un ulteriore concetto: non solo storia e moda sono sempre andate a braccetto, ma si sono anche influenzate a vicenda.
La storia e le sue vicende hanno naturalmente influenzato il modo di vestire, ma nel contempo il modo di vestire ha accompagnato (e talvolta facilitato) tante rivoluzioni sociali.

Tutto ciò è vero specialmente se parliamo di moda femminile: l’abbigliamento è sempre stato inevitabilmente legato alla lotta per la parità dei sessi.
Facciamo due esempi pratici, quello del costume da bagno e quello dei pantaloni.

È cosa nota che, in passato, a noi donne non era consentito mostrarci neanche al mare e fu così, ahimè, quasi fino all’arrivo degli Anni Sessanta del Novecento: in un mio precedente post ho raccontato come, nonostante il bikini sia stato inventato nel 1946, fu necessario attendere quasi due decenni affinché si diffondesse.
Parlando di pantaloni, invece, mi piace sottolineare come alcune donne che vengono considerate tutt’oggi fonte di ispirazione in materia di abbigliamento ed eleganza – cito Audrey Hepburn, Grace Kelly, Jacqueline Kennedy – siano state persone che, oltre a possedere grande grazia, usavano appunto indossare i pantaloni.
Perché lo sottolineo?
Nei secoli passati, i pantaloni sono stati percepiti come dei veri e propri simboli di forza e potere, proviamo per esempio a pensare all’espressione portare i pantaloni, usata con il significato di comandare e avere autorità; pertanto, non solo alle donne non era concesso vestirsi come gli uomini, ma non potevano indossare i pantaloni proprio per quello che rappresentavano, ovvero il potere.
Poterli indossare rappresenta dunque una conquista per la quale dobbiamo dire grazie a tutte le donne che hanno infranto quello stereotipo.

Un diritto chiamato pantaloni: ecco la conquista!

Peccato, lussuria, prostituzione: queste erano solo alcune delle accuse che venivano scagliate in passato contro le donne che portavano i pantaloni, sia da parte dagli uomini sia da una certa parte del mondo religioso e persino da parte di altre donne.
Ma chi fu a indossarli per prima?
Nell’Ottocento, attiviste come Elizabeth Smith Miller, Elizabeth Cady Stanton e Amelia Jenks Bloomer (1818 – 1894) provarono a lanciare nuovi outfit: nacquero i primi pantaloni per signora che si ispiravano all’abbigliamento tipico delle donne turche. Furono chiamati Bloomers, proprio dal nome dell’attivista e scrittrice Amelia Bloomer.
Poi, il Novecento diede i natali a dive a loro modo trasgressive, come Marlene Dietrich (1901 – 1992), donne il cui mito era destinato a diventare immortale.
Superati gli scossoni degli Anni Sessanta (tra cui, come ho già raccontato, la definitiva consacrazione e diffusione del bikini), il decennio successivo vide i pantaloni diventare definitivamente un capo unisex, anche grazie a stilisti del calibro di Giorgio Armani e Yves Saint Laurent che hanno creato elegantissimi (e femminilissimi) tailleur pantalone, rendendoli capi rappresentativi del loro stile.

Et voilà, costume da bagno e pantaloni, ovvero due esempi di reciproca influenza tra storia e moda: l’introduzione e la diffusione dei pantaloni favorì tra l’altro anche un ruolo più attivo della donna nella società.

E oggi?

Gli stereotipi e i pregiudizi colpiscono ancora oggi il mondo femminile: si continua a bollare una camicetta come troppo scollata oppure un look come troppo provocante.
E così, esattamente come avveniva in passato, la moda continua ad avere un compito: rompere gli schemi e abbattere gli stereotipi, proponendo look destinati a creare nuove tendenze.
La moda resta insomma una via di fuga da un mondo che fatica ancora ad accettare la libertà della donna e resta un mezzo per manifestare la voglia di emancipazione e di comunicazione che continua a caratterizzarci.

Parliamo allora di pantaloni e tendenze: quali sono quelle per l’inverno che sta arrivando?

I pantaloni sono ancora sovrani: non c’è una sola collezione che non li contempli al proprio interno.
E non importa di quali pantaloni parliamo, va bene ogni stile perché non esistono più rigidi diktat come in passato: dai pantaloni skinny a quelli corti, da quelli oversize fino ad arrivare a quelli a campana, oggi ogni donna sa che può trovare ciò che le serve per esprimere sé stessa nel profondo.

Le tendenze 2017 portano il ritorno dei jeans a zampa, ma anche i pantaloni a sigaretta e quelli dal taglio sartoriale, prettamente maschili.
Il jeans, che è un capo evergreen, ha dominato anche quest’anno le passerelle: è sempre una soluzione ideale quando ci si trova in crisi da outfit e non può mai mancare nel nostro armadio.
Grazie ai virtual store – a me piace per esempio yoox.com – è possibile trovare modelli di jeans da donna capaci sia di soddisfare i gusti più svariati sia di valorizzare ogni tipologia di fisico: resta solo l’imbarazzo della scelta.

Per quanto invece riguarda i tessuti, si trovano accenni Anni Ottanta tra pelle nera e lustrini: lo sguardo non è però solo al passato ma anche al futuro e così saranno in gran voga le asimmetrie e i tessuti tecnici, quelli che solitamente si utilizzavano nell’abbigliamo sportivo. Un esempio? Il PVC.
Non siete pronti a una simile rivoluzione? Non temete, nel nostro armadio troveranno spazio anche i tessuti cozy, quelli accoglienti e che coccolano, come i filati di cachemire, la seta e i velluti.

Io dico che le donne che hanno lottato affinché potessimo indossare i pantaloni apprezzerebbero una simile libertà di scelta.

Manu

 

E allora buone vacanze dalla vostra glittering woman :-)

Cara web-family (posso chiamarvi così?), ci siamo: è arrivato il momento più atteso, quello delle tanto sospirate e meritate vacanze estive.

Non importa dove andremo o cosa sceglieremo di fare: che si vada al mare o in montagna, in campagna o al lago, che si resti a casa o ci si sposti a pochi chilometri o dall’altra parte del mondo, che ci si avventuri da soli o in compagnia (e se vivete con cani, gatti & co. pensate a loro, mi raccomando, perché sono per la tolleranza zero verso coloro che li abbandonano, persone inqualificabili e indefinibili), qualunque sia la vostra scelta, dicevo, ciò che conta è staccare, fare qualcosa di diverso dal solito, spezzare la routine quotidiana.

Ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di rilassare cuore, mente e fisico, di distoglierli da pensieri diventati faticosi a causa della stanchezza accumulata in un lungo anno di lavoro, studio, impegni personali e familiari.

Staccare consente di fare il pieno di energie da destinare alle nuove attività che intraprenderemo a partire da settembre: l’anno inizia a gennaio, sul calendario, ma in realtà il dopo vacanze estive resta il nostro vero punto di partenza.

Il mio augurio più affettuoso e sincero è che le vostre vacanze siano all’insegna del relax e della bellezza, senza stress, senza costrizioni, senza fretta.

Io mi permetto di suggerirvi qualche lettura: sempre che ne abbiate voglia, mi piace l’idea di poter in qualche modo venire con voi, di farvi compagnia nei momenti di relax, magari sotto l’ombrellone davanti a un mare azzurrissimo oppure sotto una veranda, al fresco, davanti a una verdissima cima.

Se le vostre uniche parole d’ordine sono estate e vacanze (e come potrei darvi torto), vi propongo tre miei post recentissimi, quello sulle valigie, sulla prova costume e sul ventaglio.
Più estivi e vacanzieri di così non si può 🙂

Se, oltre a estate e vacanze, la vostra terza parola magica è viaggi, anche in questo caso concordo e condivido con voi tre racconti di viaggio che mi stanno a cuore, Vietnam (dove sono stata nel 2005), Polinesia (il mio viaggio di nozze datato 2008) e infine Bretagna, regione nel nord della Francia, luogo che amo e che ho visitato varie volte (nel caso del post nel 2014).

Se siete degli amanti della moda, vi propongo la lettura dei miei racconti dedicati ad alcuni dei suoi protagonisti: si può spaziare dagli stilisti (Coco Chanel, Sonia Rykiel, Krizia, André Courrèges, Angelo Marani, Ottavio Missoni, Elio Fiorucci, Micol Fontana e Marie-Louise Carven, Oscar de la Renta, Lucio Costa) ai grandi comunicatori (Anna Piaggi, Bill Cunningham, Franca Sozzani), tutte persone piene di passione e che hanno scritto splendidi capitoli della storia della moda e del costume.

Se vi piacciono gli incontri e vogliamo restare in ambito moda e soprattutto storia della moda, vi propongo di leggere di quella volta in cui ho incontrato Manolo Blahník, ma ci sono anche gli incontri con Francesco Fracchiolla e con Curiel, una dinastia tutta al femminile.

Si potrebbe poi passare a coloro che hanno scritto la storia del bijou in Italia: in questo caso, vi propongo i miei incontri con Carlo Zini fondatore dell’omonimo brand, Maria Vittoria Albani anima di Ornella Bijoux, Lino Raggio fondatore di Sharra Pagano e infine Sodini.

Se – come me – amate l’ambito culturale della moda, vi propongo il post su un bellissimo progetto digitale che si chiama We Wear Culture.

Se – sempre come me – siete affascinati dalle interazioni tra moda e società, vi propongo alcune delle mie disquisizioni più recenti, attorno a Francesco Gabbani e alla sua scimmia nuda che ha appunto legami con la moda, attorno al triangolo anzi al quadrilatero donne-politica-potere-moda, attorno a un certo tailleur viola, attorno al potere di immagini e loghi partendo dal caso Ikea-Balenciaga.

Se – giustamente! – volete svagarvi e rilassarvi, magari con un po’ di shopping, vi propongo le mie Scelte in pillole, un ciclo di post dedicati a vari designer – in ambito accessori e gioielli – che seleziono accuratamente in occasione delle mie continue esplorazioni in rete.
Naturalmente, i loro siti sono dotati di e-shop, così da poter fare acquisti ovunque ci troviamo 😉

Se pensate già alla moda per la prossima stagione, potete dare un occhio alla mia piccola sezione dedicata alle prime anticipazioni autunno – inverno 2017 / 2018.

Se siete in cerca di curiosità, vi propongo il post sugli Amigurumi (li conoscete?) oppure quello sui Bonpon511, una coppia giapponese irresistibile: cosa fanno? Vestono sempre in coordinato!

Se vi va di conoscerci meglio, vi lascio alcuni link che mi riguardano, post nei quali mi racconto in prima persona: a proposito delle mie cicatrici, perché le ho e come le vivo, a proposito del mio lavoro nella moda nonché un occhio alla mia (sconfinata) collezione di anelli (intanto vi preannuncio che arriverà presto la seconda puntata di tale post).
Io faccio il primo passo, ma mi piacerebbe anche sapere qualcosa di voi: scrivetemi, sempre se vi va 🙂
Se invece volete vedermi (maldestramente) all’opera, vi propongo il racconto di quando ho provato a fare una cintura oppure di quando mi sono cimentata al banco da orafo.

Ah, a proposito di gioielli: se siete creativi o designer in tale campo, avete tempo fino al 31 agosto per partecipare al nuovo bando di Ridefinire il Gioiello, progetto-concorso del quale sono orgogliosa media partner dal 2014.
In questo mio post trovate tutti i dettagli.

Insomma… ce n’è per tutti i gusti!
E scusate se mi sono un po’ fatta prendere la mano: è la passione verso tutto ciò che faccio

Il blog sarà chiuso per ferie per qualche settimana (lunedì parto per la Grecia, finalmente, uno dei miei luoghi del cuore, con destinazione mare, il mio adorato mare, anche se lo scorso anno ho finalmente fatto pace con la montagna) ma, oltre alle letture che vi ho indicato, non sparisco o almeno ci provo 🙂
Sarò attiva sui social, connessione wi-fi permettendo, dalla mia pagina Facebook a Twitter passando naturalmente – e soprattutto! – da Instagram, il mio preferito, lo ammetto.
Se vi va di interagire, io sono sempre felice di rispondervi, lo sapete già ma lo ribadisco.

Ultima cosa ma non meno importante.
Avrete probabilmente notato il ritratto che apre questo post: sì, sono io ed è un lavoro della bravissima Cristina Stashkevich, illustratrice e curatrice d’arte nata a Minsk, capitale della Bielorussia, ma che vive e lavora a Milano da cinque anni.

Come spessissimo mi accade, ho incontrato Cristina grazie a Instagram e mi sono innamorata immediatamente del suo stile particolare e del suo brillante talento.
Cristina è la creatrice del progetto Stakshop, denominazione che proviene dal suo stesso cognome, naturalmente: il progetto unisce tre sue grandi passioni, ovvero illustrazione, handmade e vintage.

Quando ho visto il ritratto che ha fatto partendo da alcune mie foto (guardate qui e qui), sono rimasta a bocca aperta: sono io, al 100%, Cristina ha saputo cogliere la mia essenza e mi sento davvero rappresentata dalla sua illustrazione.
Contiene tutto il mio piccolo mondo

Da settembre, il ritratto di Cristina sarà pertanto il nuovo logo del blog nonché la mia foto profilo per i vari social.
E siccome mi piace condividere qualità e talento con voi, cara web-family, questo post diventa anche una delle Scelte in pillole che ho citato qui sopra e vi lascio dunque il sito (con l’e-shop attraverso il quale ho ordinato il mio ritratto), la pagina Facebook e l’account Instagram di Cristina.

A questo punto, non mi resta che augurarvi buone vacanze secondo quella che è sempre e costantemente la mia visione, in qualsiasi momento dell’anno. Quale?

Siate liberi e fuori dagli schemi, siate felici, siate curiosi di cose nuove e verso il mondo che ci circonda, siate affamati di bellezza in ogni sua forma.

A presto,

La vostra Manu

Le mie scelte in pillole: Pamphlet, racconti di grazia e leggerezza

Tanto amo la leggerezza quanto, in misura inversamente proporzionale, non sopporto la superficialità.
Mi piace che le cose, anche quelle piccole, siano fatte con cura, attenzione, amore. Perché le piccole cose, in realtà, sono sintomatiche del modo in cui affrontiamo le grandi.

Ecco perché, quando ho ricevuto ciò che avevo ordinato dal sito di Greta Bellini alias Pamphlet, una delle mie scoperte più recenti su Instagram, ho per prima cosa fotografato il pacchetto.
I suoi gioielli pieni di grazia, poesia e delicatezza mi hanno conquistata al primo sguardo e, quando è arrivato quel pacchetto che era stato preparato con cura e amore evidenti, ho capito di non essermi sbagliata.

Come dicevo, mi sono innamorata delle creazioni di Greta immediatamente, con moto istintivo, con il cuore e con la pancia: solo in un secondo momento, quando ad acquisti ricevuti ho avuto conferma della mia prima sensazione spontanea, ho fatto ulteriori ricerche.
E ciò che ho scoperto mi ha confermato ancora una volta che (quasi) nulla avviene per caso e che esistono delle affinità elettive attraverso le quali ci avviciniamo a qualcuno per una sorta di intuito quasi impossibile da spiegare o definire a parole, per poi accorgerci che a naso abbiamo scelto qualcuno che ci assomiglia, che ha qualcosa in comune con noi.

La formazione di Greta, mantovana, è di stampo artistico (diploma all’istituto d’arte, diploma in grafica, attestato di ceramista) eppure, per una serie di coincidenze, dopo gli studi, si trova a lavorare per diversi anni come impiegata in vari settori.
Nel 2010 però, dopo anni di insoddisfazioni, capita una cosa: Greta conosce una ragazza che vive della sua arte realizzando quadri e l’incontro con questa persona le dà lo stimolo per riprendere a creare e così, per gioco, iniziano i suoi primi esperimenti con la cartapesta, materiale che la incuriosisce.

La voglia di imparare, di dare una svolta decisiva alla sua vita e i primi riscontri positivi: tutti questi motivi spingono Greta a lasciare il lavoro per dedicarsi completamente al suo progetto per il quale sceglie il nome Pamphlet che non è affatto un caso.

Già, perché cosa significa pamphlet?
«Il pamphlet è un genere letterario situabile tra lo scritto polemico e quello satirico (…): tendenzialmente l’autore del pamphlet presenta il proprio testo come uno sfogo estemporaneo, come una reazione viscerale di fronte ad una situazione non più sostenibile.»

Et voilà: per Greta tutto nasce dall’esigenza di tornare a creare che diventa, appunto, la sua reazione viscerale davanti a una situazione lavorativa che non le piace più.
Ed ecco l’affinità forte tra me e lei: entrambe sembravamo avere due vite ormai tracciate e ben delineate, diciamo tranquille, eppure entrambe abbiamo lasciato il certo per l’incerto per seguire e inseguire una passione.
E, per giunta, ciò è avvenuto anche nello stesso periodo, lei a Mantova e io a Milano, per finire poi a incontrarci grazie a Instagram.

Ma torniamo all’approccio di Greta con la cartapesta, approccio che possiamo definire da autodidatta: eppure, sono proprio l’inesperienza e la voglia di sperimentare a dare origine alle cose che produce oggi.
Utilizza infatti la cartapesta come base per i suoi gioielli e la riveste con altra carta che poi vernicia con un particolare procedimento che la rende simile alla ceramica: nel corso degli anni, ha così sviluppato e perfezionato una tecnica del tutto personale, ottenendo bijou che sono pezzi unici, interamente fatti a mano.

I pregi del materiale usato da Greta sono la leggerezza e l’estrema versatilità: dalla base, può ritagliare qualsiasi forma e per la copertura usa carta originale delle pubblicità Anni Cinquanta, vecchie poesie, francobolli oppure progetta una serie infinita di motivi, grafiche e carte colorate che disegna e stampa lei stessa e che le permettono di dare origine a diverse collezioni.

Il tema del viaggio è ricorrente e la collezione Le Voyage, ricoperta con carta proveniente da vecchi atlanti, ne è la sintesi.
Da una vacanza in Andalusia è nata la collezione Alhambra e da un’altra in Grecia è nata la collezione Meltemi (il vento secco e fresco che soffia nell’area del mar Egeo in estate), mentre da una vacanza in Marocco arriva Medina, un mix di colori e geometrie che rievocano fortemente il Mediterraneo.

Un’altra sua collezione trae invece ispirazione dall’ikebana, l’arte orientale della disposizione dei fiori recisi: i gioielli dell’omonima collezione sono realizzati in cartapesta che successivamente Greta ricopre con le pagine di un vecchio libro giapponese aggiungendo fiori stampati e ritagliati. Il tutto viene infine trattato e laccato, come sempre.

Quella di cui mi sono innamorata io e che mi vedete indossare nella foto di apertura è la Sailor Collection, ovvero barchette e pesci in cartapesta tagliati a mano – come in ogni caso – e ricoperti con carta a righe rossa e blu, con colori e grafiche ideate e stampate da Greta.
Di chiara ispirazione marinaresca (e chi mi conosce bene sa che io ho il mare dentro nonché acqua salata che mi scorre nelle vene insieme al sangue), i gioielli di questa collezione hanno un inserto tratto dal celeberrimo romanzo Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.

«Per realizzare tali creazioni – racconta Greta – ho frullato vecchi quotidiani per creare la cartapesta. Una volta asciutta, ho tagliato a mano le forme e l’ho ricoperte con una carta che ho realizzato e stampato. Nella parte laterale ho applicato un pezzetto di carta tratto dal romanzo di Hemingway, scegliendo con cura le parole. Questo conferisce unicità: i gioielli non sono replicabili perché le scritte cambiano su ogni pezzo. Infine, ho verniciato il tutto in modo da ottenere un effetto laccato lucido.»

Lo ammetto: colpita e affondata.
Così mi dichiaro davanti alle barchette di Pamphlet e ai versi di Hemingway.

Le irregolarità che i gioielli di Greta possono eventualmente presentare (io non ne ho trovati, giuro, e chi mi conosce sa quanto io sia perfezionista) sono da considerarsi la peculiarità del lavoro artigianale e la prova del fatto che nulla viene realizzato meccanicamente o mediante l’uso di stampi.
E per chi avesse dubbi o perplessità, segnalo che la cartapesta laccata resiste perfettamente alla pioggia e agli schizzi: naturalmente, i gioielli non vanno immersi in acqua perché potrebbe filtrare.

La curiosità e la voglia di sperimentare spingono Greta e il suo Pamphlet verso progetti sempre nuovi e diversi (un’altra somiglianza tra lei e me…) e dunque chissà dove altro la sua fantasia la condurrà, a quale viaggio, a quale esplorazione e, conseguentemente, a quale collezione.

(Vi spiffero che, seguendo Greta su Instagram, so che attualmente sta facendo uno splendido viaggio in Danimarca… Chissà cosa le suggeriranno quei luoghi meravigliosi…)

Sapete qual è un’altra cosa che davvero adoro?
La dichiarazione di Greta a proposito della sua svolta: «a distanza di sette anni, posso ritenermi più che soddisfatta della scelta che ho fatto».
Ne sono felice, Greta: continua a regalarci grazia, poesia e delicatezza, continua a farlo con cura, attenzione, amore.

Visto che vi ho già dato il suo account Instagram qui sopra, concludo aggiungendo il sito nel quale trovate tutte le collezioni nonché l’e-shop: vi lascio anche la sua pagina Facebook.

Io torno alle esplorazioni che tanto amo, anche grazie al mio account Instagram.
L’ho scritto spesso, Instagram è diventato per me un nuovo terreno di caccia, di un safari senza armi, senza vittime, senza trofei.
O forse l’arma è quella della curiosità e il trofeo è la gioia che provo ogni volta in cui sento di aver trovato un altro luminoso ed evidente talento, come quello di Gloria.
Il bello è che se la curiosità è un’arma e la gioia è un trofeo… nessuno dei due produce però vittime – anzi, al contrario.

E allora, in quest’ottica di continua scoperta e condivisione, vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Baulhaus e la bellezza dell’ironia intelligente

Adoro l’ironia.
Quella intelligente, però.
Quella sana.
Quella ben fatta, l’ironia che mira a costruire divertendo e non a distruggere per pura cattiveria.

Dunque, quando mi sono imbattuta nei gioielli in ceramica di Laura Bosso alias Atelier Baulhaus, ho sentito che era nato un amore a prima vista.
Prendete la collana con pendente qui sopra: è perfetta per me, grazie al suo messaggio ironico.
«Non MOLARE mai»
Già.

Baulhaus è un progetto nato nel 2015 e dà vita a gioielli irriverenti e originali, con un design che spazia da suggestioni pop al rockabilly Anni Cinquanta, creando anche un punto di incontro tra scultura e illustrazione.
Rigorosa e tradizionale qualità Made in Italy, bon-ton francese, humour inglese: sono gli ingredienti principali delle ceramiche artigianali di Laura, fatte a mano, capaci di mostrare e dimostrare come un materiale da molti ritenuto fragile e pesante possa in realtà essere estremamente versatile, divertente e divertito.

Il design irriverente ma allo stesso tempo sofisticato delle creazioni Baulhaus sfida infatti il luogo comune che vuole che la ceramica sia prettamente legata alle suppellettili per la tavola e ai complementi d’arredo, ricollocandola invece nell’universo dell’accessorio per la persona.

«I Baulhaus – racconta Laura – non sono semplici oggetti da indossare: sono dotati di una forte base concettuale e auto-ironica. Così, i possessori possono vestirsi di eleganza e originalità, divertendosi allo stesso tempo.»

La sua creatività propone un viaggio tra peperoncini, limoni, medaglioni anti-buonismo, rivisitazioni di cuori ex voto e ispirazioni provenienti dalla cultura del Novecento, come per esempio i riferimenti alla (grande) Frida Kahlo.

Io che sono allergica a cliché, pregiudizi e omologazione, penso da tanto tempo che la ceramica sia anche meglio quando è applicata al gioiello, soprattutto se con l’aggiunta di un tocco ironico, e così Atelier Baulhaus è entrato a pieno titolo nella mia collezione e tra i miei pezzi preferiti.

Sto già dunque meditando sul mio prossimo acquisto: un medaglione I’m not anti-social, I’m anti-idiots oppure le spille Les Filles ispirate alle note di Jacques Brel oppure la collana con crudité varie?
E, intanto, non mi separo più dal mio molare.

Non ci credete?
Guardate qui, qui e qui, perché l’ironia (intelligente, lo ribadisco) si abbina bene a ogni outfit, senza controindicazioni.
Come il cacio sui maccheroni, insomma 😉

E se anche voi avete voglia di un’iniezione di leggerezza (da non confondersi con la superficialità), condivido con piacere tutti i modi per contattare Laura: qui trovate il sito Baulhaus, qui la pagina Facebook, qui l’account Instagram (e attraverso entrambi noterete che per Laura l’ironia è uno stile di vita, evviva) e qui il suo negozio online su Etsy (proprio dove io ho comprato il molare).

E vi segnalo anche che, per tutto il mese di agosto, Laura ha attivato una promozione speciale proprio su Etsy: utilizzando il codice Summerblh al check out, si potrà godere dello sconto 20%.
E poi non dite che non sono un’amica, condivido con voi chicche delle quali dovrei essere gelosa: la voglia di condividere, però, prevale sempre.

E allora, in quest’ottica di condivisione, vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Serena Ciliberti e il coraggio della fantasia

Mesi fa, in occasione del quarto compleanno di A glittering woman, ho scritto che i creativi, i designer, gli stilisti, gli artisti dei quali mi occupo e dei quali racconto qui nel blog nonché attraverso i miei canali social, soprattutto attraverso Instagram, sono diventati membri di una famiglia che ho scelto e alla quale tengo molto.

Una famiglia che costruisco giorno dopo giorno, fatta di persone in gamba, volenterose, volitive, estrose, talentuose, capaci, coraggiose.
Persone delle quali sono orgogliosa, come se fossero davvero sangue del mio sangue, anche perché il talento e la passione che esso genera sono in realtà legami forti, capaci di unire le persone oltre le parentele di DNA o di legge.

Nutro immensa stima e ammirazione per chi come loro ha il coraggio della fantasia.
Perché se avere fantasia e creatività è spesso un dono innato, decidere di assecondare tali doti e di non imbrigliarle, decidere di non omologarsi è un’altra cosa: è una scelta. Precisa e molto, molto coraggiosa.
Ammiro le persone che non hanno paura di impegnarsi, di lavorare sodo, di inventare, di sperimentare, di rompere i confini imposti dall’omologazione e dalla banalità.

Ecco perché scelgo e sceglierò sempre le creazioni di Serena Ciliberti alias Sere Ku.

Ecco perché la sostengo e la sosterrò sempre e perché, dopo averle dedicato un primo post nel 2014, oggi torno a dedicarle una delle mie scelte in pillole.
Perché c’è bisogno di ironia e di auto-ironia e perché un po’ di sano divertimento non ha mai ucciso nessuno.
Anzi, al contrario, in verità ironia e divertimento allungano l’esistenza – proprio come una pillola salvavita.

Sapete cosa mi fa davvero impazzire di Serena Ciliberti? La capacità di guardare un oggetto e di vedere ben oltre il suo utilizzo normale, quotidiano e più scontato.
Con lei, qualsiasi cosa può diventare un gioiello, un ornamento per il corpo; e se quel certo oggetto – non so, per esempio una sedia – non ha le dimensioni idonee per diventare gioiello, potete giurare sul fatto che lei lo studierà e riuscirà a prepararne una versione miniaturizzata, naturalmente con proporzioni perfette.
Non solo: nel caso in cui si parli di oggetti funzionanti (cito lettori di musica digitale, matite giapponesi minuscole, biro, rossetti), Serena salvaguarda la loro funzione, ovvero inserisce l’oggetto all’interno del gioiello e lo rende anche utilizzabile.
Dunque con il lettore si può davvero ascoltare musica, con le biro si può scrivere e le matite possono essere temperate – e usate.

Quello tra me e Serena Ciliberti è un rapporto fatto di stima reciproca (mi permetto di affermarlo e ne sono orgogliosa), un rapporto nato a inizio 2013 e che si rinnova e cresce anno dopo anno.

Ho un’ampia collezione dei suoi pezzi e potete averne prova guardando proprio il mio profilo Instagram citato in principio.
Indosso spesso le sue creazioni e possiedo uno dei suoi anelli con le matitine giapponesi, una paure collana e anello con uova in padella (qui e qui la indosso), diversi gioielli con le scarpine di Barbie (qui, qui, qui e qui in indossato), collane con strumenti musicali in miniatura (qui e qui e che indosso qui, qui e qui), una collana con volti in porcellana (che indosso qui e qui), orecchini con mini seggioline (li vedete anche nella foto qui sopra) oppure una collana con mini divani (e qui e qui la indosso), una collana con miniature di profumi (un pezzo unico, prodotto in pochissimi esemplari tutti diversi tra loro) e un’altra con i rossetti (che indosso qui e qui), un anello e degli orecchini con miniature dei vecchi telefoni con cornetta (qui e qui), una collana con ditali da cucito

Potrei continuare ancora a lungo, perché nei miei cassetti ho tanti altri pezzi, per esempio un paio di collane fatte con cucchiaini oppure un anello fatto con il metro da sarta.

A questo punto, se anche voi volete trarre beneficio dalla sana ironia di Serena Ciliberti, vi lascio i suoi dettagli: qui trovate il suo sito (che include lo shop online), qui la sua pagina Facebook e qui l’account Instagram.

E a me non resta che darvi appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

 

 

Le mie scelte in pillole: Officine Gualandi e le dipendenze positive

Ci sono cose che creano dipendenza, a volte in negativo e altre – per fortuna! – in positivo.
Officine Gualandi, il marchio 100% Made in Italy del quale vi parlo oggi, rientra decisamente e ampiamente nel secondo caso, quello delle dipendenze positive.

Dopo aver acquistato da loro un primo anello-bottone in ceramica smaltata (lo vedete qui e qui), ho capito che non sarebbe rimasto… solo a lungo: infatti, appena ho visto un secondo anello a righe (quello della foto qui sopra e che potete vedere anche qui e qui), non ho potuto resistere!
Colori vivaci e brillanti, forme accattivanti, prodotti ben fatti: questi sono alcuni degli elementi del lavoro di Officine Gualandi, elementi che vanno a creare un capitale di positività enorme la quale, a sua volta, dà luogo a dipendenza.
Anche perché, ora che sono al secondo acquisto, so di poter contare sulla qualità del loro lavoro così come sulla loro professionalità e gentilezza.

Renato Di Tommaso (disegnatore, scultore, designer), Simone Vetromile (graphic designer e social media manager) e Tania Vetromile (storica dell’arte con esperienza in comunicazione e organizzazione di eventi) vivono a Roma e insieme hanno creato Officine Gualandi, progetto che mette insieme le loro passioni, gli interessi, le abilità e le esperienze eterogenee.

Nato nel 2012, il loro laboratorio creativo progetta e realizza complementi di arredo e accessori di design che comprendono anche bijou.
Il trio dedica una speciale attenzione ad alcune lavorazioni artigianali e ad alcuni materiali: in particolare, la ceramica è protagonista di creazioni non solo 100% Made in Italy, come scrivevo in principio, ma anche 100% frutto dell’ingegno e delle scelte Made in Officine Gualandi.

«Serialità e unicità del manufatto, per noi, non sono estremi che si escludono, ma strategie produttive che si intersecano, in una continua vocazione alla ricerca e alla sperimentazione»: così raccontano e trovo che il loro punto di vista sia molto interessante.
È vero, non è detto che serialità e unicità siano estremi che si escludono, non se a fare da trait d’union sono qualità e cura.

«Il lavoro procede accorciando le distanze fra i diversi ambiti di produzione e relazione – continuano – e manteniamo vicine le idee alle mani e alle macchine. Crediamo nella nuova fioritura artigianale, in cui la manualità non è altro rispetto alla preparazione e formazione intellettuale.»
Bravi ragazzi, questa è musica per le mie orecchie!

Insomma, cari amici che mi fate il dono di leggere ciò che scrivo, la conclusione è che Officine Gualandi è consigliatissimo e rientra a pieno titolo tra le scelte in pillole che vi sto più o meno scherzosamente somministrando in questa calda estate.
Se anche voi – come me – credete che la bellezza sia una delle poche dipendenze che valga la pena di coltivare, allora avete trovato l’azienda e i prodotti giusti!

Come sempre, però, mi piace che siate voi che state leggendo a verificare in prima persona e ad avere l’ultima parola: io mi limito a condividere e a suggerire ciò che amo e per questo vi lascio volentieri tutti gli estremi di Officine Gualandi, perché possiate farvi la vostra opinione.

Qui trovate il loro sito (nel quale peraltro trova posto anche un interessante blog); qui trovate la pagina Facebook, qui l’account Instagram, qui quello Twitter.
E se anche voi amate lo shopping via web, vi lascio anche il link del negozio virtuale Officine Gualandi nel marketplace Etsy, proprio dove ho comprato i miei due anelli.

A me non resta che darvi appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Le mie scelte in pillole: Demanumea e l’Art-à-porter anche nelle tracolle

Affermo da sempre e con vigore che sono i dettagli a creare e a costruire un insieme vincente.
Perché esordisco così? Regalatemi cinque minuti del vostro tempo e ve lo racconto.

Da tempo e con grande convinzione, ho sposato il progetto Demanumea, un team capitanato dalla brava Silvia Scaramucci e composto da giovani talenti tra i quali designer, artisti, scultori, pittori, ricamatori, orafi, tutti pieni di passione e grinta.
Demanumea ha scelto di unire borse (uno dei grandi amori di noi donne) e arte, proponendo creazioni fatte con le mani e con il cuore. Tant’è che il nome Demanumea deriva dal latino e significa dalle mie mani.

Amo questo loro progetto ambizioso (ambizioso nel senso buono e che avevo raccontato qui) e vedere come e quanto cresca sempre più è cosa che mi riempie di orgoglio.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: vedere che le persone nelle quali ho creduto e che i progetti sui quali ho puntato riescono a riscuotere il meritato successo è per me motivo di gioia. E di orgoglio, appunto. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole: Buh Lab e la curiosità di Francesca

Qualcuno dice che sono buona in quanto parlo bene dei brand dei quali mi occupo.
In realtà non è così, non è affatto questione di una mia presunta bontà: semplicemente, seleziono alla fonte e scarto già a priori tutto ciò che non soddisfa i miei criteri.
Perché dovrei parlare di prodotti che non mi piacciono oppure che non riesco a comprendere e ad apprezzare?
Le mie sono opinioni e non sentenze, dunque sono certa che ciò che non piace a me troverà altri estimatori capaci di argomentare circa la validità di quei progetti.
Ho rispetto della fatica altrui, io: mai direi cose terribili come certe frasi che leggo in giro, perché so bene che creazione e creatività prevedono (quasi) sempre sacrificio.
Le rarissime volte in cui ho fatto critica negativa nei confronti di qualche brand miravo ad arrivare all’elaborazione di una teoria più ampia, usando però sempre termini rispettosi, costruttivi e non distruttivi (spero!).

Dedico molto tempo a ciò che viene chiamato scouting, ovvero alla ricerca del talento.
Faccio ricerche continue, in molti modi e usando vari mezzi (tecnologici e non) nonché vari canali; poi contatto il marchio che ha catturato il mio interesse, a volte presentandomi come redattrice o come blogger, altre volte agendo in incognito come semplice cliente.
Ed ecco perché vi dico che non sono affatto buona: sono peggio di San Tommaso, l’apostolo più dubbioso. Ho bisogno di toccare con mano, di saggiare.
Dopodiché, se sono soddisfatta, mi piace condividere le scoperte con voi che mi fate il dono di leggere questo spazio o di seguire i miei account social, soprattutto Instagram.

Oggi desidero condividere con voi proprio una di tali scoperte.
L’ho fatta recentemente grazie a MAD Zone, concept store meneghino che apprezzo fortemente e del quale ho scritto altre volte, un’autentica fucina di talenti tra arte, moda e design, una wunderkammer magistralmente condotta e armonizzata (fatto molto importante!) dalla brava Tania Mazzoleni.
E la scoperta fatta grazie a MAD Zone porta il nome Buh Lab.

Buh Lab è frutto dell’insaziabile curiosità artistica ed estetica di Francesca, palermitana di origine e cittadina del mondo per vocazione.

I suoi lavori – come per esempio il pendente che ho scelto e che è ritratto qui sopra tra le mie mani – riescono a raccontare la vita e i sogni da più angolazioni: idee, ricordi ed esperienze vengono cristallizzati in piccole opere da indossare che mutano di fronte allo sguardo dello spettatore, assumendo significati sempre diversi eppure riuscendo a mantenere inalterato il loro intento artistico e il loro spirito pop-irriverente.
Grazie alla duttilità del materiale utilizzato, una speciale plastica termoretraibile, ogni opera si trasforma in tela sulla quale vivono e convivono disegni, piccole geometrie e racconti anche un po’ surreali che parlano di natura e di vita quotidiana.

Dopo aver compiuto il suo primo viaggio con la fantasia, Francesca ha scoperto che restare immobile non poteva essere contemplato nella sua esistenza e ha iniziato un continuo pellegrinaggio, a volte virtuale con la mente e altre volte reale con il fisico.
Oggi si muove tra Spagna, Romania, Svezia e Italia, nazioni molto diverse fra loro sia per clima culturale sia per spunti estetici: questi Paesi si tramutano in luoghi dai quali assorbire ogni stimolo possibile proveniente da arte, cultura, musica.
Per Francesca ogni sfumatura del mondo è infatti fonte di ispirazione continua, un’ispirazione che si riversa nella sua arte e nelle sue creazioni.

Volete conoscerla meglio? Qui trovate la pagina Facebook di Buh Lab e qui trovate l’account Instagram.

E intanto io vi do appuntamento alla mia prossima scelta in pillola 🙂

Manu

Ridefinire il Gioiello dà l’avvio a dolci conversazioni

Continuo a dare il mio sostegno al talento, alla bellezza e alla cultura attraverso il nuovo capitolo di uno dei miei progetti preferiti: Ridefinire il Gioiello.
Sono passate solo due settimane dal mio post più recente su tale argomento ed eccomi qui a parlarvi di una nuova iniziativa voluta da Sonia Catena, la vera anima del progetto.

Faccio un breve riassunto.
Ridefinire il Gioiello è nato nel 2010 e negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione materica sul gioiello contemporaneo e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema (sempre diverso) nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

Dal 2014, sono tra i media partner del concorso e, a ogni edizione, attribuisco un premio a un vincitore da me scelto, ovvero un articolo di approfondimento: un paio di settimane fa, ho appunto raccontato il mondo di Alba Folcio, la vincitrice da me scelta per l’edizione 2016-2017, edizione che ha avuto un tema particolarmente stimolante, ovvero i libri, i racconti e la poesia.

Sonia è già prontissima a lanciare un nuovo tema e per l’edizione Dolci conversazioni chiede agli artisti di progettare e realizzare un gioiello a tema food.

Ovvero chiede di progettare pezzi unici ispirati alle atmosfere, ai sapori e ai colori della tavola; storie di cibo, allegre, ironiche e divertenti narrate attraverso materiali sostenibili e sperimentali.

Il progetto è condotto in collaborazione con il Gruppo Duetorrihotels, una realtà che ama investire nei giovani e nella cultura: gli hotel del gruppo sono luoghi di grande storia, da sempre frequentati dagli artisti di tutte le epoche, e custodiscono al proprio interno capolavori artistici.

I gioielli saranno dunque esposti nei quattro Luxury Hotel del gruppo (Bernini Palace | Grand Hotel Majestic | Due Torri Hotel | Hotel Bristol ), in varie tappe da ottobre 2017 a febbraio 2018, e dialogheranno con altrettanti pasticcieri, uno per ogni città, ovvero nell’ordine Firenze, Bologna, Verona e Genova.

I maestri pasticcieri realizzeranno dolci ispirati ai gioielli fra soffici spume, deliziose panne montate, mousse tentatrici e fragranti paste frolle. La progettualità dei designer si fonderà con l’estro dell’alta pasticceria, creando dolci conversazioni condotte grazie a linguaggi diversi eppure ugualmente artistici e creativi.

Inutile dire che – considerato il mio amore per la buona tavola – la nuova idea di Sonia mi piace moltissimo: ecco perché sono felice di darne diffusione.

Non mi resta altro che precisare che le iscrizioni al concorso sono aperte fino al 31 agosto 2017: qui potete scaricare il bando completo di Dolci conversazioni.

E io concludo affermando che, secondo me, è un bando goloso, da leccarsi le dita, dunque partecipate numerosi!

Manu

 

Qui trovate il sito del progetto Ridefinire il Gioiello, qui la pagina Facebook e qui Twitter

Io & Ridefinire il Gioiello:
Edizione 2016/2017 – qui trovate il mio articolo su Alba Folcio, la mia premiata; qui quello sulla partenza del progetto con le tappe principali e qui quello sulla pubblicazione del bando di concorso.
Edizione 2015 – qui trovate il mio articolo su Loana Palmas, la mia prima premiata; qui quello su Alessandra Pasini, la mia seconda premiata; qui quello su Chiara Lucato, la mia terza premiata; qui trovate il mio articolo sulla serata di inaugurazione e qui quello sulla pubblicazione del bando di concorso. Qui, infine, trovate il mio articolo su un ulteriore incontro tenuto sempre nell’ambito delle tappe dell’edizione 2015.
Edizione 2014 – qui trovate il mio articolo sulla manifestazione 2014; qui quello su Alessandra Vitali, la designer che ho scelto di premiare.

Louis Vuitton, delocalizzazione, Made in Italy, H&M: perché tutto insieme?

Eccezionalmente, oggi pubblico un secondo post nella stessa giornata perché mi preme condividere con voi alcune riflessioni alquanto calde e attuali.

In questi giorni, circola infatti la notizia di un’inchiesta fatta da The Guardian: secondo l’autorevole quotidiano britannico, la maison Louis Vuitton (gruppo LVMH, ovvero una delle grandi holding del lusso) fabbricherebbe le proprie scarpe in Romania, per la precisione in Transilvania.
Sempre a quanto risulta secondo l’inchiesta, le scarpe verrebbero poi spedite da noi, qui in Italia, dove verrebbero semplicemente incollate le suole.
Altro che Made in France o Made in Italy, insomma, come invece viene stampigliato su quelle stesse suole.

Non voglio scendere nel merito specifico di questo episodio, perché il discorso è lungo e articolato.
Prima di tutto, occorrerebbe parlare bene di cosa oggi possa legalmente fregiarsi dell’appellativo Made in Italy (e sto meditando di scrivere un post dedicato).
E secondo, se vogliamo parlare di etica e soprattutto di etica del lavoro, bisogna dire che sembrerebbe che quelle fabbriche in Romania siano un ambiente pulito nel quale lo staff lavora da seduto, ha il fine settimana libero, è pagato per gli straordinari e non usa prodotti tossici. Insomma, parrebbe che di qualcosa equiparabile al cosiddetto caporalato qui non vi sia traccia (almeno quello…).

(A proposito: un paio di cosette circa delocalizzazione, reshoring, Made in Italy, etica e via discorrendo le avevo già scritte tempo fa, nel 2014, ora che ci penso – precisamente qui)

L’osservazione che desidero fare è dunque piuttosto un’altra: bisogna tenere gli occhi ben aperti e non dobbiamo fidarci di tutto ciò che ci viene detto.
Oggi, il fast fashion viene spesso additato come l’essenza del male in ambito moda o peggio come l’unico male, ma non è così, non del tutto, non al 100%.
Così come non è vero che le maison di alto di gamma siano sempre virtuose, non è altrettanto vero che quelle di fast fashion facciano tutto quanto male.

Vi faccio un esempio pratico anche in questo caso.
Recentemente, ho fatto degli acquisti attraverso il sito H&M e quello che vedete qui sopra è il sacchetto che mi è arrivato insieme ai capi.
Perché – nonostante le responsabilità che si imputano al fast fashion e che certo non intendo negare – occorre anche dire che H&M, per esempio, è da anni in prima linea nella lotta per la sostenibilità.
Ha un sito dedicato nel quale dettaglia tutte le attività che svolge.
E, fin dal 2013, ha creato il più grande sistema globale di raccolta di abbigliamento usato del settore retail.
Tutti i negozi della catena, in ogni paese del mondo, dispongono di contenitori di raccolta dei capi: i clienti possono depositare capi usati di qualsiasi marca che saranno riutilizzati o riciclati, ricevendo un buono in cambio.
Già a febbraio 2014, H&M ha presentato i primi prodotti contenenti materiali ottenuti con l’iniziativa, ovvero capi in denim con una percentuale di cotone riciclato.

Non voglio fare un’arringa a favore del colosso del fast fashion, non mi interessa, credetemi; desidero solo – e lo ripeto! – dire a noi tutti di tenere gli occhi aperti e di guardare oltre.
Non dobbiamo subire i luoghi comuni, né nel bene e nel male, e non beviamoci bugie e/o false promesse, qualsiasi etichetta esse portino – letteralmente!

E per il momento mi fermo qui.

Se poi volete saperne di più sul caso Louis Vuitton, vi invito a leggere l’articolo di The Guardian.
E ce n’è anche per il gruppo diretto concorrente di LVMH, ovvero Kering: leggete cosa scrive Pambianco a proposito di un’altra querelle che riguarda degli occhiali…

La butto lì: sarà forse che quello di giocare un po’ con appellativi, definizioni e cavilli sia un vizio piuttosto diffuso?
Sarà forse che – come sostengo io – il male non stia oggi solo nel fast fashion ma in chiunque si comporti con poca trasparenza?

Manu

 

Christiaan van Heijst, il mondo è un po’ più bello da un aereo

Il mio amore per gli aerei è nato già nella più tenera infanzia.
Mia mamma racconta infatti un episodio che risale al mio primo viaggio con questo mezzo: avevo circa due anni e, mentre lei era bloccata al suo posto a causa della nausea, io passeggiavo tranquilla e come se nulla fosse lungo il corridoio, intrattenendo le hostess e i passeggeri, tutti divertiti da un soldino di cacio sorridente e chiacchierino, per nulla intimorito dalla situazione nuova.
Da allora, il mio rapporto con gli aerei è sempre stato appassionato: tanto detesto viaggiare in macchina (e peraltro soffro il mal d’auto) quanto adoro prendere l’aereo. Scherzando, dico sempre che lo prenderei per andare perfino da Milano a Casalpusterlengo.
E infatti i viaggi in aereo non sono certo mancati nella mia esistenza: da quelli su e giù per l’Europa fino ai voli intercontinentali tra i quali l’Australia, la Cina, il Brasile, il Vietnam, la Polinesia.

Volare non mi spaventa, anzi, mi affascina e la vita di bordo non mi mette ansia, anzi, mi diverte passare tempi anche lunghi a zonzo per il cielo.
Non ho però mai pensato di fare un lavoro connesso a tale passione (chissà come mai) e comunque, se ci avessi pensato, mi sarebbe piaciuto fare il pilota e non la hostess.

Ecco perché oggi vi racconto la storia di Christiaan van Heijst, un pilota di aerei olandese.

La sua passione è stata molto precoce: a 14 anni si dedicava già ai voli in aliante mentre a 18 anni ha preso la sua prima licenza da pilota di voli privati, perfino prima della patente automobilistica.
Ha partecipato come pilota acrobatico al Campionato Nazionale Olandese portando a casa un primo posto nella classe principianti nel 2003, all’età di 20 anni.
Oggi è 33enne e pilota Boeing 747-8 per Cargolux, una compagnia aerea cargo lussemburghese.

Ma qual è il motivo esatto per cui vi parlo di lui?

Il punto è che, tra un decollo e un atterraggio, Christiaan van Heijst non perde occasione per fotografare il mondo dalla sua cabina.

Quello dei piloti di aerei è senza alcun dubbio un punto di vista privilegiato: nuvole, fenomeni atmosferici, montagne, mari e città creano panorami inediti per chi invece vive letteralmente con i piedi per terra, spettacoli dei quali solo chi si trova all’interno di una cabina di pilotaggio può godere.
E così, dalla sua poltrona circondata di tasti luminosi e strumenti incomprensibili ai più, Christiaan non si limita a far decollare, pilotare e fare atterrare i Boeing 747: tra una pausa e l’altra, approfitta per scattare fotografie. Precisamente, splendide fotografie.
Le luci e gli interruttori che riempiono la plancia di comando nonché i panorami mozzafiato (soprattutto quelli notturni) fuori dai finestrini sono soggetti affascinanti e Van Heijst ha deciso così di condividere con il mondo intero il suo punto di vista privilegiato.

«Sin da quando ero molto giovane provavo una grande gioia nel catturare la bellezza della luce naturale in tutte le sue forme», racconta sul suo sito.
«Più tardi, ho unito questo interesse con il volo ed è emersa una nuova passione. Potendo guardare il mondo intero attraverso il mio lavoro, mi sento privilegiato per essere in grado di catturare molte parti del pianeta attraverso la mia macchina fotografica e immortalare la bellezza dei luoghi che visito».

Le sue foto sono diventate virali grazie al web e non solo: le sue immagini sono state pubblicate da riviste e media del calibro di National Geographic e BBC.
E nel 2016, Christiaan van Heijst ha pubblicato il suo primo photobook intitolato Cargopilot che attualmente è alla seconda ristampa.

Giusto per darvi un assaggio delle sue foto meravigliose, ho selezionato per voi l’immagine qui sopra presa dal suo sito e in particolare dal suo blog: è recentissima e, come scrive lo stesso Christiaan, è stata scattata «da qualche parte sopra l’Atlantico tra il Sud America e l’Africa». Ritrae il fenomeno che prende il nome di fuoco di Sant’Elmo, ovvero una scarica elettro-luminescente provocata dalla ionizzazione dell’aria durante un temporale.

Oltre che sul sito, potete trovare le foto di Christiaan van Heijst sul suo account Instagram e su Twitter.

Io lo seguirò sognando il mio prossimo volo: quest’estate tocca alla Grecia, ma per l’autunno ho in previsione nuove avventure aeree.
Certo, non avrò la stessa visuale di un pilota né possiedo il talento fotografico di Christiaan, ma il mondo dall’alto è sempre uno spettacolo impareggiabile e speciale perché, da lassù, resta solo la bellezza e spariscono tutte le cose brutte.

Manu

 

We Wear Culture, dal little black dress di Coco allo street style di Tokyo

We Wear Culture: la cover della sezione dedicata al virtual tour del Metropolitan Museum of Art

Tra i tanti vantaggi del web, uno dei miei preferiti è senza dubbio quello di aver ridotto i limiti fisici e geografici.

Per esempio, possiamo stare comodamente seduti alla nostra scrivania e contemporaneamente fare ricerche grazie a luoghi virtuali, biblioteche e librerie, archivi e musei. Oppure, possiamo rilassarci sul divano mentre chiacchieriamo in live chat con persone che si trovano dall’altra parte del mondo. O ancora, possiamo fare acquisti in pochi click.

Certo, a volte tutto ciò non basta: io, in questo periodo, mi struggo per il fatto di non poter essere a New York fisicamente, precisamente al Metropolitan Museum of Art dove si sta svolgendo la mostra Rei Kawakubo / Comme des Garçons: Art of the In-Between.

Non so cosa darei per visitare l’esposizione dedicata a una delle più importanti stiliste del Novecento, colei che nel 1969 ha fondato il brand Comme des Garçons e che insieme a Yohji Yamamoto e Issey Miyake forma l’eccezionale triade giapponese che, alla fine degli Anni Settanta, ha portato un grandissimo rinnovamento nella moda.

Qui, però, torna in ballo Internet e la sua capacità di essere un mezzo che ci dà infinite possibilità che sta a noi saper sfruttare al meglio: non posso teletrasportarmi a New York, è vero, ma grazie al web posso consultare il sito del Metropolitan, godere di filmati e gallery, leggere articoli, consultare reportage.

Ed è proprio in nome di tutto ciò che, oggi, sono molto felice di parlarvi di un progetto che si chiama We Wear Culture.

We Wear Culture ovvero Indossiamo la Cultura, in quanto ben tremila anni di storia del costume e della moda confluiscono in una sorta di sfilata (o vetrina, chiamatela come preferite) che debutta online in questi giorni.

Disponibile attraverso la piattaforma Google Arts & Culture, il progetto consente di esplorare stili e look di epoche diverse nonché le storie che sono alla base degli abiti che indossiamo oggigiorno: inoltre, pezzi iconici che hanno cambiato il modo di vestire di intere generazioni vengono letteralmente fatti vivere grazie alla realtà virtuale.

L’iniziativa è frutto di una collaborazione con oltre 180 istituzioni culturali di fama mondiale: tra i nomi italiani, figura il Museo del Tessuto di Prato e una selezione di tessuti proveniente proprio dalle collezioni antiche di tale Museo è ora disponibile online. Leggi tutto

Pillole di mondo: a Vicolungo The Style Outlets leggere è di moda (evviva!)

Le piccole casette per il book sharing a Vicolungo The Style Outlets

Leggere è un piacere che ha caratterizzato costantemente tutta la mia vita, in ogni età e in ogni fase.
Non posso né potrei mai pensare di rinunciare al piacere di leggere riviste, giornali e libri: è come se fossero cari, preziosissimi, insostituibili amici. Compagni di vita, appunto.
Devo anche confessare di amare la carta, infinitamente, amo il suo profumo e il suo fruscìo: non potrei soppiantarla a favore di tablet e lettori vari che mi affascinano, è vero, e dei quali oggi faccio uso come tutti, anche se sporadicamente e per specifiche esigenze.

Quando mi chiedono di elencare i libri che preferisco, sono in difficoltà: ogni libro che ho letto è stato unico e speciale.
Ricordo con estremo affetto quelle che furono le mie prime letture di fanciulla: Cuore di Edmondo de Amicis, Piccole donne di Louisa May Alcott, i romanzi di Jules Verne che mi fecero innamorare della fantascienza.
Ricordo con altrettanto affetto la sfida che mi pose la mia insegnante di letteratura in prima superiore: vedendo quanto fossi vorace e curiosa quanto a letture, mi propose Cent’anni di solitudine, il capolavoro del Premio Nobel colombiano Gabriel García Márquez. Mi innamorai perdutamente di lui e da allora ho letto moltissime sue opere, buona parte delle quali proprio durante gli anni delle scuole superiori.

Non mi dilungo oltre su autori e titoli e aggiungo soltanto che, quand’ero in prima media, i miei genitori decisero di farmi l’abbonamento in biblioteca: costavo più in libri che non in qualsiasi altra cosa (inclusi abiti e cibo, altri due ambiti per me di forte attrazione) e il problema è che ogni nuovo volume mi bastava per pochi giorni soltanto.
Non so dare voce all’emozione che provai quando un paio di anni dopo, non più paga della sola struttura di zona, conquistai la tessera della Sormani, la meravigliosa biblioteca centrale di Milano.
Ogni volta in cui entravo in quel luogo, avevo l’impressione di mettere piede in un tempio sacro, in un edificio di culto: in fondo, in biblioteche e librerie non si celebra un culto, quello della curiosità e della conoscenza?

Ecco, ora c’è un altro luogo nel quale celebrare l’amore per i libri ed è un luogo al quale molti non avrebbero forse pensato: un outlet.

A lanciare tale scommessa è il gruppo The Style Outlets che ha deciso di introdurre la pratica del book sharing nella propria struttura di Vicolungo, in provincia di Novara.

La pratica del book sharing, letteralmente condivisione di libri, incontra la mia più grande approvazione in quanto è un ottimo modo per far circolare liberamente e disinteressatamente la cultura: ognuno può recarsi in angoli appositamente creati a tale scopo – in genere cabine o casette – per donare o prelevare un libro senza alcun vincolo, nemmeno quello di restituire il volume.

Dopo aver sperimentato con ottimi riscontri il bike sharing per i più piccoli, il gruppo The Style Outlets punta ancora una volta al coinvolgimento e all’intrattenimento delle persone andando oltre lo shopping e allestendo un servizio per la raccolta e la distribuzione gratuita di libri: per scoprire (o riscoprire) il piacere della lettura basta portare con sé un libro, depositarlo in una delle piccole casette installate accanto all’Info Point e sceglierne un altro.

L’outlet di Vicolungo (a settembre sarà la volta di quello di Castel Guelfo, in provincia di Bologna) presenta inoltre un calendario di interviste e reading session con autori e personaggi accomunati dal talento letterario nonché da pubblicazioni di successo.

A inaugurare l’iniziativa sabato 27 maggio è stata Sofia Viscardi intervistata da Luca Bianchini e Franco Bolelli: 18enne, autrice del successo editoriale Succede, Sofia ha parlato di amori, amicizia e relazioni.

Domani, sabato 3 giugno 2017, a partire dalle 17, toccherà a Cristina Chiperi: giovanissima eppure già fenomeno editoriale, Cristina è l’autrice della trilogia My dilemma is you.

Sabato 17 giugno 2017, sempre dalle 17, sarà invece la volta di Benedetta Parodi che leggerà alcuni brani tratti dai suoi libri Le fate a metà, ciclo di tre romanzi per bambini… di tutte le età.

Ho raccontato tante volte che le suddivisioni rigide come compartimenti a tenuta stagna non mi piacciono: mi piacciono invece le commistioni e le contaminazioni e credo fermamente che la cultura abbia molte forme e che dovrebbe essere accessibile a tutti.

Conseguentemente, il mix tra shopping e libri mi piace molto e apprezzo che il gruppo The Style Outlets pensi che lo shopping possa essere affiancato da forme gratuite di intrattenimento diversificato.

Ecco perché ho voluto sostenere questa iniziativa parlandovene e, visto che Vicolungo è un outlet che ho visitato più volte, la prossima volta avrò un ulteriore buon motivo per tornarci.

Manu

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