Pillole dalla mia #MFW: Valeorchid FW 2018 – 19

Dalla collezione Valeorchid FW 2018 – 19 (foto della stilista stessa, modella Erica)

Parlare del lavoro di un amico che fa lo stilista è un enorme piacere nonché una grande emozione, naturalmente, ma implica anche una notevole responsabilità.
Perché c’è – anche solo per un istante – il timore che il giudizio professionale possa essere offuscato o influenzato dall’affetto.
Valentina, mia Amica (sì, con la A maiuscola) e stilista, mi libera completamente da detta paura, in quanto il suo talento è talmente limpido da non lasciare spazio a timori riguardo possibili confusioni dettate dal sentimento.

Di lei e del suo brand Valeorchid ho già parlato in un paio di post precedenti, quando qui ho presentato la sua collezione autunno / inverno 2016 – 17 e quando qui ho dato un assaggio della sua collezione nell’ambito di un reportage complessivo sulla primavera / estate 2018: stavolta, vi parlo della collezione Valeorchid FW 2018 – 19 che sono andata a visionare durante l’ultima Milano Fashion Week.

La collezione si intitola “…into the sound” e, proprio in questo titolo, è racchiuso il suo concept: raccontare l’essenza dei suoni del tempo passato fino a farli diventare capi da indossare.
Ogni suono accompagna e segue il movimento del corpo in una dolce danza d’inverno; bianco e nero percorrono le linee e le forme dei capi, realizzati in tessuti caldi e morbidi che avvolgono il corpo con rispetto.

La collezione Valeorchid FW 2018 – 19 è pensata per donne che hanno il coraggio di far risuonare in loro la vita, per donne che hanno il coraggio di far vibrare – e ascoltare – i loro sensi.
L’amore per la moda ha origini lontane per Valentina: «mia madre era una sarta e così, crescendo tra macchina da cucire, ago, filo, tessuto e, al tempo stesso, musica e arte, tutto è diventato linfa vitale», racconta a chi ha la fortuna di saperla ascoltare.

La filosofia del suo brand Valeorchid è quella di custodire il corpo rendendolo unico, proteggendolo come se fosse un gioiello contenuto all’interno di uno scrigno: in questo scrigno immaginario, spazio e tempo reali cessano di esistere per lasciare la possibilità di godere di momenti di qualità da prendere per sé, per amplificare la percezione di ognuno dei nostri sensi.
Le creazioni sono tutte collegate tra loro con un filo rosso come a raccontare una storia in musica, immagine e poesia; ogni capo è la fusione di tanti versi, ogni collezione diventa capitolo di un’unica grande storia.
Nel mondo Valeorchid è forte il rimando al nostro passato unito, talvolta, al rimando a terre lontane, dal primo Novecento fino ad arrivare al Giappone, ovvero periodi e luoghi in cui la femminilità ha sempre avuto un ruolo di primo piano nonostante condizioni sociali spesso avverse.

La donna Valeorchid è un’entità libera, indipendente e forte, che sa svelare le sue emozioni a tempo debito, sussurrando la propria femminilità.
Gli abiti, in cui sono costanti ricerca e cura del dettaglio, sono privi della costrizione delle taglie; in essi vi è, al contempo, forma e assenza di forma.
Assumono infatti forma definitiva attraverso un gioco di trasformazioni e sovrapposizioni, cambiando aspetto ogni volta anche a seconda di chi li indossa

«Vestire è un atto importante – racconta ancora Valentina – poiché è dedicare tempo a corpo e spirito per esprimere al meglio la propria personalità»: è esattamente tutto ciò che penso io, la moda che si fa linguaggio e racconta il nostro quotidiano, il nostro vissuto, la nostra storia.
Ecco perché con lei non ho timore che il mio giudizio possa essere inquinato dall’affetto: a parlare è invece la stima per la qualità e il contenuto del suo lavoro.

Il brand Valeorchid è attivo dal 2013: con la collezione “…into the sound”, Valentina giunge alla sua quinta collezione, oltre ad alcune produzioni limited edition e a collaborazioni con altri brand.
E sono orgogliosa di segnalare che le collezioni sono state apprezzate tanto da godere di una discreta distribuzione su buona parte del territorio italiano, da Udine fino a Roma, presso prestigiosi e selezionati concept store che potete trovare elencati qui.

Se volete seguire Valentina, vi segnalo che qui trovate il suo sito, qui la sua pagina Facebook e qui il suo account Instagram.
Se volete visionare tutta la collezione Valeorchid FW 2018 – 19, la trovate qui; personalmente, ho già commissionato a Valentina il soprabito a pois che, oltre ad avere una linea a uovo che mi fa impazzire, è anche reversibile per un uso ancora più libero e versatile.

Geniale la mia Vale: in un panorama di proposte troppo spesso omologate e non particolarmente innovative, lei ha invece il coraggio di proporre la sua visione – che io sposo in toto.

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Grinko FW 2018 – 19

Estratti della collezione Grinko FW 2018 – 19 dal mio account Instagram

Il nostro Paese sta vivendo un momento terribile per quanto riguarda la condizione femminile.
Gli omicidi di donne sono estremamente frequenti e spesso si consumano in ambiti familiari.
I delitti e gli episodi di violenza sembrano – se possibile – sempre più efferati, atroci, feroci, barbari, inumani.
La situazione non è migliore fuori casa: violenze sessuali, molestie sul posto di lavoro, disparità di trattamenti economici e di carriera.

Giovedì 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, pubblicando una foto nel mio account Instagram, ho scritto che, in realtà, credevo non ci fosse granché da festeggiare poiché molto, moltissimo resta ancora da fare e a ricordarcelo sono – purtroppo – grandi tragedie e perfino piccole cose quotidiane e il disastro, ahimè, si spinge ben oltre i nostri confini nazionali. Leggi tutto

E anche Monsieur Hubert de Givenchy ci lascia in un mondo ora più triste

Hubert de Givenchy e Audrey Hepburn, 1983, foto © Joe Gaffney (sito e account Instagram)

Una settimana: tanto è passato da quando, pranzando con una persona che stimo, si parlava di quanto risulti difficile per chi lavora nella moda rassegnarsi davanti al tempo che passa, mettendosi da parte e andando in pensione.

Sabato scorso, seduti al tavolino di un posticino accogliente, io e A. citavamo vari esempi, tra stilisti e giornalisti, e io gli esponevo una mia teoria: il motivo per cui in questo settore non ci si rassegna facilmente all’idea della pensione è che la moda è un lavoro fatto di una passione che spesso finisce per diventare totalizzante, sia che si crei concretamente (abiti) sia che si crei virtualmente (attraverso le parole).
E gli ho confessato come immagini già me stessa 70enne ancora intenta a girare – ahimè – per sfilate, presentazioni e press day in cerca di bellezza, creatività e genialità…

Seduti a quel tavolo, nessuno di noi due poteva immaginare come in quello stesso giorno – il 10 marzo – si stesse spegnendo uno dei più grandi couturier di tutto il Novecento, Hubert James Marcel Taffin de Givenchy, aristocratico di nascita ma soprattutto di modi, classe 1927, fondatore nel 1952 e a soli 25 anni della nota e prestigiosa casa di moda che porta il suo nome, Givenchy.
E con Hubert de Givenchy scompare purtroppo uno degli ultimi testimoni dell’epoca d’oro della Haute Couture francese; scompare un autentico gentiluomo che ha vestito donne bellissime e che sono state elegantissime anche grazie a lui.
Alto oltre due metri e slanciato, molte di quelle donne l’hanno descritto come uno degli uomini più seducenti mai incontrati.

A dare la triste notizia al mondo è stato Philippe Venet, il compagno dello stilista: il fatto che sia morto nel sonno, a 91 anni e dopo averci lasciato creazioni indimenticabili, non mi consola affatto.
Anzi, al contrario, mi addolora e mi fa sentire irrimediabilmente defraudata perché, insieme a uomini come Givenchy, scompare sempre più un mondo, scompare un modo di fare e intendere la moda, sebbene mi piace pensare (o sperare…) che quel certo concetto di eleganza che lui ha contribuito a creare sopravvivrà nel tempo.

Vi chiederete però perché io stia legando Givenchy all’aneddoto personale raccontato in principio: perché, nel 1988, il couturier aveva venduto la sua maison alla holding francese LVMH continuando a firmare le collezioni fino al 1995, anno del suo definitivo ritiro.
Lui, dunque, aveva saputo farsi da parte, senza clamore e senza chiasso, e in questa capacità – occorre ammetterlo – ha dimostrato ancora una volta un’eleganza sottile e suprema.
«Ho smesso di fare vestiti ma non di fare scoperte», aveva dichiarato, e credo non vi sia nulla da aggiungere.

Mettersi da parte non deve essere stato facile per un uomo del suo calibro, ma volete sapere una cosa?
Due anni prima, nel 1993, Hubert de Givenchy aveva vissuto un dolore davvero immenso e tangibile: il 20 gennaio di quell’anno era infatti scomparsa Audrey Hepburn, sua musa e amica per lunghissimi anni, quaranta, per l’esattezza. Leggi tutto

Pillole dalla mia #MFW: Angelo Marani FW 2018 – 19

Dalla presentazione della collezione Angelo Marani FW 2018 – 19 (photo courtesy ufficio stampa)

Ci sono parole che, pur essendo inglesi, fanno ormai parte del nostro quotidiano.
Io sostengo con forza e convinzione l’italiano, per la sua bellezza e la sua ricchezza, eppure devo ammettere che dalla parte dell’inglese c’è spesso il potere della sintesi, la straordinaria capacità di fotografare qualcosa in un solo termine con l’efficacia e la rapidità che ben si addicono ai tempi sempre più veloci che viviamo.

Prendete la parola trend: chi mai, al suo posto, userebbe l’espressione «andamento di un fenomeno entro un certo periodo di tempo»?
Nessuno – credo – anche se, a ben guardare, si potrebbe usare tendenza…

A ogni modo: io stessa, oggi, uso una frase che ho letto e che ha catturato la mia attenzione.
«Due i macrotrend emersi dalla fashion week: da un lato l’appeal inossidabile dell’heritage e dall’altro un’impetuosa, salutare corrente di rinnovamento.»
È stato Fashion Magazine a scrivere ciò al termine dell’edizione di Milano Moda Donna che ha da poco presentato le collezioni autunno / inverno 2018 – 19 e se la riporto integra e in virgolettato è perché mi trova in sintonia assoluta.

Come avrete già notato, questa frase abbonda di termini inglesi, a partire da macrotrend.
I trend vengono spesso distinti in base alla loro longevità e diffusione: i microtrend sono influenti in una data sfera e tendono a durare alcuni anni, mentre i fenomeni più pervasivi e persistenti sono i macrotrend.
Il macrotrend è dunque un cambiamento consistente e su larga scala: gli esperti affermano che le tendenze di questo tipo dipingono gli scenari futuri con una buona certezza.
Altro termine anglosassone usato nella frase in questione è appeal ovvero richiamo, attrazione.
E, infine, ultimo termine è heritage ovvero l’eredità e il patrimonio di un marchio, la sua storia, i valori sui quali ha fondato il proprio percorso.

Dunque, Fashion Magazine sostiene che – dopo aver osservato Milano Moda Donna – è possibile affermare che i brand di moda assecondano il richiamo esercitato dal proprio patrimonio; sostiene inoltre che tale tendenza è ampiamente condivisa e che è destinata a durare, insieme alla volontà di cercare di rinnovare e rinfrescare detto capitale fatto di preziosa eredità.

Sono d’accordo, l’ho scritto qui sopra, e oggi desidero darvi una dimostrazione di tale visione o teoria, definitela come preferite, grazie alla collezione Angelo Marani FW 2018 -19.

Credo che la mia stima verso la famiglia Marani sia cosa nota, tanto che non conto più post e articoli a loro dedicati.
Da anni seguo sia Angelo Marani, grande stilista, amico delle donne e portabandiera del Made in Italy, sia la figlia Giulia che ha seguito le orme paterne con umiltà, passione e capacità.
Quando, lo scorso anno, Angelo è prematuramente scomparso, oltre a provare un grande dolore (la stima è professionale e anche personale), mi sono interrogata circa la direzione che avrebbe preso un marchio da sempre caratterizzato da una conduzione di tipo familiare.

La risposta me l’ha data Giulia proprio attraverso la collezione Angelo Marani FW 2018 – 19, una risposta forte, chiara, concreta e che parla di heritage.

È infatti in tale ottica e in tale direzione che Giulia compie una sorta di giro di giostra del brand fondato dal padre, proponendo una capsule collection con la quale fa tesoro dell’eredità e dell’insegnamento che lui ha lasciato.
Giulia (la prima a destra nella foto qui sopra) sale su questa giostra metaforica ma anche concreta (vedere l’allestimento), sale su uno di quei cavallucci che tanto affascinano grandi e piccini e si avventura all’interno degli archivi dell’azienda di famiglia, reinterpretandone e rivisitandone alcuni grandi classici come la maglieria, il jeans, il maculato.

La maglieria è fatta di filati pregiati, cento per cento cashmere e cammello garzato, con elementi di decoro pop applicati a mano, come le maxi-stelle con le frange, i cavalli con gli strass (come la più classica delle giostre) e le macro-paillette.
Un esempio su tutti è la maglia di cashmere dal taglio lineare e le maniche preziose, con la testa di leopardo intarsiato che giganteggia sul davanti, tempestato da macro paillette nere ancora una volta rigorosamente ricamate a mano e da strass che delineano il maculato.

Il jeans è una rilettura del modello proposto dal brand negli Anni Novanta: il taglio è modificato per creare un effetto contemporaneo, ma la vita rimane alta, cosa che mi piace.
Sul tessuto stretch dai toni rosso, grigio, arancione, compare la macchia della lince: per ottenere un effetto sfumato e un’impressione tridimensionale (la macchie sembrano in rilievo), la stampa è ottenuta con la tecnica tradizionale propria dei foulard.

Ma, in questa nuova collezione, il maculato non è solo stampa bensì diventa nucleo da sviluppare ed elaborare.
Le macchie evolvono in elementi geometrici astratti, estese o ripetute ritmicamente come se si muovessero sul capo, impreziosite di macro-paillette nere ricamate a mano (e scusate se lo ripeto ancora e per la terza volta ma è estremamente importante sottolinearlo).
La macchia di lince sul velluto o sul jeans, invece, si trasforma in una texture e, attraverso colori pop applicati a un bomber, infonde un’atmosfera da jungla metropolitana, elegante e ricca di fascino moderno.

Altro leitmotiv della collezione Angelo Marani FW 2018 – 19 è il velluto stampato.
Si ritrova in vari capi e diventa estremamente intrigante nei piumini proposti non in tessuto tecnico, ma appunto in un lussuoso e confortevole velluto per un’originale reinterpretazione di un grande classico.

Il fatto che Giulia abbia lavorato per anni fianco a fianco con il padre Angelo è evidente: oltre al talento, ad accomunarli è la medesima passione, la medesima attenzione, la medesima cura in ogni singolo dettaglio, il medesimo rispetto per la tradizione insieme alla voglia di guardare costantemente verso il futuro.

Mentre Giulia mi mostrava i capi, i suoi occhi brillavano esattamente come brillavano quelli di Angelo quando mi raccontava i segreti delle sue collezioni.
E quegli occhi, perfino prima ancora della voce, mi hanno raccontato storie, esperimenti nonché la conoscenza meticolosa delle macchine per maglieria che il padre Angelo ha messo insieme e fatto ristrutturare grazie a una ricerca caparbia condotta per tutta la sua vita, affinché potessero dare vita a lavorazioni che si ottengono solo con certe macchine e che caratterizzano la maglieria Marani collezione dopo collezione, anno dopo anno.

E proprio mentre Giulia parlava, un pensiero prendeva forma nella mia testa: l’eredità Marani è in ottime mani, le migliori possibili, per giunta con quel tocco di freschezza che caratterizza la giovane stilista.
Non che avessi dubbi in proposito, visto che conosco Giulia da anni, ma avere conferme evidenti e tangibili è sempre un piacere.
È cosa che dà conforto in un mondo che offre poche certezze e questo – credo – è il fascino del cosiddetto heritage.

Manu

 

Qui trovate il sito Angelo Marani, qui la pagina Facebook, qui il profilo Instagram.
I post nei quali ho avuto il piacere e l’onore di parlare del brand: qui trovate un assaggio della collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate il mio post sulla collezione primavera / estate 2017, qui quello sulla collezione primavera / estate 2016, qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015 – 16, qui quello sulla collezione primavera /estate 2015, qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014 – 15 e qui quello sulla collezione primavera / estate 2014.

Pillole dalla mia #MFW: Alberto Zambelli FW 2018 – 19

Estratto dalla collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19

A volte, vorrei proprio essere capace di portare indietro il tempo, riavvolgendolo su sé stesso esattamente come si faceva con i nastri delle musicassette che ascoltavo quand’ero ragazzina.
Mi piacerebbe riavvolgere il tempo per poter rivivere la stagione d’oro della moda e in particolare gli ultimi trent’anni del Novecento, i tempi che sono i protagonisti assoluti della grande mostra che si sta tenendo a Palazzo Reale a Milano (Italiana, l’Italia vista dalla moda 1971 – 2001 aperta fino al 6 maggio) nonché i tempi in cui grandi giornaliste vivevano a stretto contatto con i più grandi stilisti.
E quando parlo di grandi giornaliste mi riferisco a figure del calibro della rimpianta Anna Piaggi oppure alla sua amica e collega Anna Riva, donna instancabile e incredibile che ho la fortuna di incrociare di tanto in tanto in occasione di qualche conferenza stampa.

In quegli anni d’oro in cui il Made in Italy trovava la definitiva consacrazione, molti stilisti oggi universalmente celebri muovevano i primi passi e professioniste integerrime e appassionate come la Piaggi e la Riva erano chiamate a dar loro consigli, suggerimenti, conferme, in uno scambio autentico e diretto: nasceva una sorta di simbiosi creativa che ha avuto come risultato la nascita di grandi icone della moda.
Me lo concedete? Rimpiango quello scenario e quei tempi poiché viverli deve essere stato straordinariamente stimolante, per gli stilisti e per coloro che hanno avuto la fortuna di affiancarli, vedendoli crescere e contribuendo a lanciarli.
Ho bene in mente quando la signora Riva, con grande generosità, mi ha raccontato di come sia stata consigliera di alcuni grandi nomi e ricordo altrettanto bene la giornalista Giusi Ferré fare racconti simili in occasione di un seminario in Accademia del Lusso.

Credo che per chi come me ha trovato la propria dimensione non nel creare la moda bensì nel comunicarla, nulla sia più desiderabile che avere l’opportunità di vivere quello scambio diretto.
Ecco perché tornerei indietro ed ecco perché mi rattrista vedere che tra i giovanissimi che aspirano a seguire le orme dei più grandi giornalisti non esiste più (o quasi) tale ambizione: molti non fanno altro che continuare a scrivere ossessivamente ed esclusivamente degli ormai soliti noti. Dov’è il coraggio di osare nuove strade?
Poi, mi dico che – forse – devo solo avere pazienza perché, in questi anni, ho avuto la fortuna di confrontarmi con parecchi stilisti che, a mio avviso, hanno tutte le carte in regola: forse, avrò il privilegio di vedere finalmente brillare i nomi di coloro che ho seguito fin dagli esordi in ambiti ancora più elevati, nella speranza che finalmente si realizzi il tanto necessario e auspicabile cambio generazionale.

Tra questi nomi figura senza dubbio quello di Alberto Zambelli, stilista talentuoso ma anche persona con una spiccata sensibilità – umana e artistica – capace di condurlo sempre oltre, perfino oltre ogni mia più rosea aspettativa.

Ogni volta in cui penso «Alberto non potrà sorprendermi oltre», ecco che lui, invece, riesce a farlo: è esattamente ciò che è successo anche in occasione della recentissima Milano Fashion Week durante la quale sono state presentate le collezioni per il prossimo autunno / inverno.

La collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 parte da un pensiero: ogni essere umano è unico, nessuno è identico a un altro.
Individualità, personalità, unicità ci caratterizzano, tuttavia esiste qualcosa che ci fa smettere di essere tanti singoli, tante isole, esiste qualcosa che ci mette in connessione con i nostri simili per diventare collettività: questo qualcosa è l’abbraccio, un gesto semplice quanto primordiale che ricompone due singoli, che unisce ciò che è fisicamente separato.

«Siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati.»
Così declamava uno dei personaggi in un famoso film di Luciano De Crescenzo (Così parlò Bellavista) e nello stesso modo la pensa Alberto che trasferisce la gestualità dell’abbraccio negli abiti, attraverso un linguaggio fatto di rappresentazioni figurative e di materiali avvolgenti che si incontrano. Come avviene, appunto, in un abbraccio che unisce due metà.

La naturalezza dell’abbraccio viene così tradotta in capispalla sartoriali, caldi e avvolgenti; fasce che percorrono abiti e top e strutture tridimensionali simili a origami si palesano come braccia che stringono il corpo in una stretta morbida e calorosa.
Trasformando il gesto in rappresentazione grafica, Alberto ha inoltre creato stampe dal gusto rigoroso che si ritrovano su abiti, gonne e bluse nonché preziosi ricami in cristalli.
Ho apprezzato l’uso del jersey bianco, tecnico eppure al tempo stesso confortevole e femminile; mi piace anche il fatto che la quasi perfetta neutralità della collezione dal punto di vista dei colori (che sono sobri e moderati) conviva in perfetta armonia con interventi inattesi e decisi, estrosi e frizzanti.
Cito, per esempio, le fasce in visone colorato (in tinte che Alberto ama definire cielo e melone) oppure i calzettoni con la scritta hug, abbraccio.

Vi ho incuriositi? Lo spero e vi invito allora a guardare tutta la collezione Alberto Zambelli FW 2018 – 19 qui: spero che vi dia emozione, perché a me ne ha data.

Così come ho provato emozione in backstage quando, allungando le braccia verso di me e sfoderando il suo bel sorriso, Alberto mi ha detto «abbracciamoci»: la mia speranza che possa esserci una nuova stagione d’oro della moda italiana si è rinnovata, una stagione in cui chi crea e chi racconta possano lavorare insieme nell’ottica di un amore comune – quello verso il bello e il ben fatto.

Alberto è maestro in questo e io sono felice di esserne fedele testimone, collezione dopo collezione.

Manu

Qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram di Alberto Zambelli.

Se volete leggere i miei post sulle precedenti collezioni di Alberto Zambelli: qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sulla primavera / estate 2018; qui trovate un assaggio della sua collezione nel mio reportage complessivo sull’autunno / inverno 2017-18; qui trovate il post sulla collezione autunno / inverno 2016 – 17; qui quello sulla collezione primavera / estate 2016; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2015 – 16; qui quello sulla collezione primavera / estate 2015; qui quello sulla collezione autunno / inverno 2014 – 15; qui quello sulla collezione primavera / estate 2014.

Pillole di #PFW: Poiret FW 18 – 19, Le Magnifique rivive 100 anni dopo

Si chiude oggi il mese dedicato alle quattro principali Settimane della Moda (in ordine di tempo New York, Londra, Milano e Parigi) e alla presentazione delle collezioni donna per l’autunno / inverno 2018 – 19: prima che il lungo tour de force iniziasse, la mia attenzione era stata attirata da una notizia riguardate la Paris Fashion Week le cui passerelle sarebbero state calcate anche dalla maison Poiret.

Perché la notizia ha catturato la mia attenzione?

In primo luogo, perché Paul Poiret è una delle mie icone in ambito moda, uno di quei couturier che sono stati protagonisti di grandi cambiamenti e grandi innovazioni.

In secondo luogo, perché lo storico marchio nato nel 1903 era stato chiuso nel 1929 per essere poi resuscitato in tempi recenti sotto la guida della business woman Anne Chapelle, già fautrice della rinascita di brand di moda tra i quali Ann Demeulemeester e Haider Ackermann.
Nel nuovo corso intrapreso, Anne Chapelle, in qualità di CEO, ha affidato la direzione creativa e stilistica alla designer cinese Yiqing Yin, classe 1985, nata a Pechino ma di stanza a Parigi fin dalla più tenera età, vincitrice di prestigiosi premi.
Non solo: visto che in Francia la moda è presa con grande serietà e che le viene riconosciuta estrema importanza, l’appellativo Haute Couture viene giuridicamente protetto e può essere accordato esclusivamente dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode alle case che figurano in una lista stabilita ogni anno insieme al Ministero dell’Industria. Ebbene, da luglio 2011, dopo aver presentato la sua seconda collezione, Yiqing Yin è stata invitata come membro ospite; nel 2015, è diventata uno dei pochissimi membri ufficiali e permanenti e, da allora, può fregiarsi dell’appellativo di grand couturier.
Tutto ciò per dirvi che quella di Yiqing Yin è stata una scelta di grande qualità.

Alla luce di tutto ciò, curiosità, attesa e aspettativa da parte di tutti – sottoscritta inclusa – erano enormi, insieme a una certa dose di timore.
Il tentativo di rilanciare brand analoghi quanto a storia e glorioso passato (cito per esempio Vionnet) è un’operazione assai rischiosa che, spesso, non dà gli esiti sperati tuttavia, forte anche della presenza di Yiqing Yin, Anne Chapelle era molto positiva.
«Sono sicura che i social media e il digital marketing faranno risorgere Poiret», aveva dichiarato la manager alla prestigiosa testata Business of Fashion, concludendo con la frase «è come leggere un libro alle giovani generazioni». Già, un libro di storia nell’era del digitale.

Tant’è che, nelle mie lezioni in Accademia del Lusso, non manco mai di citare Paul Poiret (1879 – 1944) ai miei studenti, raccontando loro chi sia stato l’uomo al quale si deve la liberazione della donna dalla costrizione del corsetto, colui che è universalmente considerato il primo creatore di moda in senso moderno, tanto che i suoi contributi alla moda del ventesimo secolo sono stati paragonati a quelli di Picasso nell’ambito dell’arte.

Poiret fondò la propria casa di moda nel 1903: le vetrine del suo negozio, a differenza di quello che era il costume dell’alta moda dell’epoca, erano ampie e appariscenti anche perché ciò che maggiormente contraddistinse Poiret rispetto agli altri stilisti fu l’istinto per il marketing.
Non per nulla, fu il primo a pubblicare a scopo promozionale i propri bozzetti e a organizzare défilé itineranti per promuovere i propri lavori in giro per l’Europa.
Attorno al 1910, Paul Poiret decise di rivoluzionare il campo sartoriale abolendo decisamente il corsetto, proponendo una linea stile impero, con la vita alta e la gonna stretta e lunga: «ho dichiarato guerra al busto», scrisse nelle sue memorie.
La produzione della maison Poiret ben presto si allargò all’arredamento e ai complementi d’arredo; fu il primo a dedicarsi alla realizzazione di profumi, lanciando una consuetudine che sarebbe stata poi seguita dai maggiori stilisti del XX secolo (tra i quali Coco Chanel).

Oltre che per alcuni suoi abiti stravaganti (gonne asimmetriche, pantaloni alla turca e tuniche velate in stile harem nonché fantasiose creazioni per donne del calibro della marchesa Luisa Casati Stampa, come potete vedere in questo mio precedente post), il maggiore contributo al mondo della moda da parte di Poiret fu lo sviluppo di un approccio incentrato sul drappeggio che rappresentava un cambiamento radicale rispetto alle strutture in voga in quegli anni.
Le maggiori fonti di ispirazione di Poiret provenivano dalle tradizioni folcloristiche regionali e la struttura delle sue creazioni rappresentò «un momento fondamentale nella nascita del modernismo e fissò i paradigmi della moderna moda, cambiando irrevocabilmente la direzione della storia del costume», citando dal catalogo della mostra Poiret King of Fashion tenuta nel 2007 al Metropolitan Museum of Art di New York.

Negli anni della Prima Guerra Mondiale, Poiret dovette abbandonare le sue attività: nel 1919, quando poté far ritorno, la maison era sull’orlo della bancarotta.
Durante la sua assenza, nuovi stilisti come la già menzionata Coco Chanel si erano accaparrati una buona fetta della clientela grazie a creazioni dalle linee semplici e sobrie in linea con le tendenze moderniste: in breve tempo, le elaborate e sontuose creazioni di Poiret furono considerate fuori moda e lui fu costretto a ritirarsi.
Nel 1929, la maison stessa fu chiusa, mentre lui morì nel 1944, ormai dimenticato da tutti.

Così com’è accaduto a molti uomini e donne geniali, la storia di Poiret è piena di luci e ombre, grandezze e debolezze, momenti di genio assoluto alternati a cadute e contraddizioni: per questo lo amo, perché la sua è una storia estremamente ricca di umanità e perché il suo apporto alla moda è stato davvero fondamentale, tanto da essersi guadagnato il titolo di Le Magnifique.
Per questo tifavo per Yiqing Yin così come, allo stesso tempo, avevo timore che nessuno – nemmeno lei – avrebbe potuto far rivivere l’unicità di un uomo decisamente sopra le righe: forse, dovremmo adeguarci all’idea che certe avventure non possono proprio continuare oltre il proprio creatore.

Siete curiosi? Volete sapere com’è andata? Se sono stata delusa o meno?

Diciamo che la brava e intelligente stilista cinese ha fatto l’unica cosa che – secondo me – poteva fare: non ha aperto gli archivi storici della maison semplicemente reinterpretandoli, come molti si aspettavano, bensì ha pensato a ciò che un visionario come Poiret avrebbe probabilmente fatto oggi, nel 2018, più di cento anni dopo e in uno scenario molto diverso.

Lui che, a inizi Novecento, ebbe il coraggio di proporre capi e fogge considerate scandalose e irriverenti, oggi non avrebbe replicato sé stesso ma avrebbe invece trovato il modo di rompere ancora una volta gli schemi ricorrenti: nella nostra epoca, in un momento di proposte stilistiche cariche di ridondanza e di massimalismo (avete notato, per esempio, le paillette presenti su molte passerelle nonché il ritorno delle spalle esagerate e dei colori accesi se non fluo nonché le sovrapposizioni e le stratificazioni sempre più abbondanti?), tale rottura può essere rappresentata dalla pulizia.

Quindi niente pantaloni alla turca – ciò che tutti si sarebbero aspettati in casa Poiret – e plissettature presenti in abiti fluidi che danzano attorno alla figura.
Movimento è una delle parole chiave e gli abiti oversize offrono spazio alla libertà: la donna di Poiret mantiene il suo lato misterioso che non viene mai completamente rivelato al primo sguardo.

Definirei tutto ciò un debutto cauto e intelligente, lo sottolineo nuovamente, forse privo dei colpi di scena tanto cari a Paul Poiret eppure libero da qualsiasi spiacevole sensazione di flop.
Non è poco e, a questo punto, aspetto fiduciosa di vedere come la storia di Poiret potrà proseguire nell’epoca del digitale quando, se non dal corsetto, donne – e uomini – hanno bisogno di liberarsi ancora da molte gabbie, fisiche e mentali, liberando il corpo, risvegliando i sensi, abbandonando gli stereotipi per emancipare finalmente e veramente i propri pensieri.

Manu

Se anche voi volete seguire la maison Poiret: qui il sito e qui l’account Instagram dal quale viene anche l’immagine che ho scelto per illustrare il post. Qui, qui, qui e qui trovate alcune foto e brevissimi video dall’account Instagram di Suzy Menkes, una delle mie giornaliste preferite, sulla collezione e il backstage.

Pillole dalla mia #MFW: Mario Valentino FW 2018 – 19

Dalla presentazione della collezione Mario Valentino FW 2018 – 19 © Marco Scarpa

Qualche settimana fa, precisamente il 6 febbraio, sono stata in Triennale dove è stato presentato uno splendido volume attraverso il quale viene ricostruita l’intensa avventura di Mario Valentino, uno dei protagonisti della moda italiana tra gli Anni Cinquanta e gli Ottanta: la ricostruzione avviene grazie alla lettura del prezioso patrimonio documentario raccolto nell’archivio della sua azienda avviata sin dagli inizi del Novecento dal padre Vincenzo nel cuore di Napoli.

Dopo aver raccontato parte della storia meravigliosa di Mario Valentino in un mio precedente post, ho avuto l’opportunità di assistere a un nuovo capitolo del percorso della maison durante la Milano Fashion Week appena terminata: il 23 febbraio, è stata lanciata la nuova collezione di calzature e abiti in pelle, complice un nuovo ufficio stile che ha lavorato sempre partendo dal ricchissimo archivio, riuscendo a creare una collezione classica e al contempo innovativa. Leggi tutto

Con la sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion Industry, la moda è inclusiva

Quand’ero una ragazzina, l’aggettivo esclusivo mi affascinava.
Non mi soffermavo sul suo significato profondo, mi sembrava semplicemente che celasse un mondo misterioso al quale anch’io, piena di sogni, desideravo appartenere.
Crescendo, però, ho sviluppato una passione per il significato e l’origine delle parole e così esclusivo mi si è rivelato per ciò che è: quel fascino che avvolgeva e ammantava l’aggettivo si è piano piano dissolto, lasciando d’un tratto nudo il significato più autentico.
E non credo che tale significato risulti ai miei occhi tanto appetibile e desiderabile come allora.

Esclusivo viene spesso usato con un’accezione positiva, per sottolineare e dare enfasi, appunto, a qualcosa che si considera speciale e che si vuole far apparire come un sogno eppure, in realtà, deriva dal latino medievale exclusivus, derivato di excludĕre ovvero escludere.
Dunque esclusivo delinea un piccolo mondo, traccia un recinto ed esclude tutto il resto o tutti gli altri, in modo assoluto: ripeto, non sono più così sicura che oggi questo significato mi rappresenti, che rappresenti la mia visione, la mia voglia di comunicare, di condividere, di includere gli altri in ciò che amo.
A parte il rapporto di coppia che per me deve essere esclusivo (sono irrimediabilmente monogama e concedetemi il piccolo gioco volto a sdrammatizzare e a non rendere assoluta nemmeno me), non mi piace immaginare cose e situazioni che escludano a priori la possibilità di accesso. Leggi tutto

Le Dolci Conversazioni di Ridefinire il Gioiello partono da Bologna

Amore romantico, passionale.
Amore fraterno, filiale, materno, paterno, tra amici.
Amore per gli animali, per una nobile causa, perfino per il proprio lavoro.
L’amore ha mille forme e mille sfaccettature.
E visto che scrivo nel giorno di San Valentino, quello tradizionalmente dedicato agli innamorati, celebro proprio con questo post il mio amore per la bellezza, per il talento, per il Made in Italy: lo faccio parlandovi – ancora una volta – di un progetto che mi piace tanto e che seguo ormai da quattro anni. Un progetto che amo, insomma.

Il progetto in questione è Ridefinire il Gioiello: nato nel 2010 a cura di Sonia Patrizia Catena, negli anni è diventato un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati vengono dunque uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

Come dicevo, dal 2014, sono tra i media partner del concorso e, lo scorso giugno, ho lanciato con piacere il bando di concorso di un’edizione particolare di Ridefinire il Gioiello: con Dolci conversazioni, Sonia ha infatti chiesto agli artisti di progettare e realizzare un gioiello a tema gastronomico.
Ovvero ha chiesto di progettare pezzi unici ispirati alle atmosfere, ai sapori e ai colori della tavola; storie di cibo, allegre, ironiche e divertenti narrate attraverso materiali naturali e sostenibili.

Il progetto è stato portato avanti in collaborazione con il Gruppo Duetorrihotels, una realtà che ama investire nella cultura: gli alberghi del gruppo sono luoghi di grande storia, da sempre frequentati dagli artisti di tutte le epoche, e custodiscono al proprio interno capolavori artistici.

Dopo la selezione, il progetto è giunto alla fase espositiva e così il gioiello contemporaneo si lascia gustare (letteralmente!) dal 14 al 25 febbraio al Grand Hotel Majestic di Bologna.

Proprio nel giorno di San Valentino, le Dolci Conversazioni di Ridefinire il Gioiello presentano la loro proposta inedita e originale, dedicata al gioiello sostenibile e quindi etico.
Perché – come dice Sonia – «ciò che è bello deve essere anche buono e giusto». E io approvo perché estetica ed etica possono convivere.

Le strutture del Gruppo Duetorrihotels ospiteranno, come in un viaggio in Italia, una mostra itinerante che si sviluppa intorno all’idea dei gioielli a tema cibo uniti a dolci a tema gioiello, in un gioco di rimandi a specchio. Leggi tutto

Anna Dello Russo: cerco la leggerezza e smantello il guardaroba archivio

Magari qualcuno penserà che io sia un po’ strana, eppure devo fare una confessione: ho approfittato delle recenti vacanze di Natale per fare tre cose importanti.
La prima è stata studiare e, tra l’altro, sono riuscita a visitare un paio di splendide mostre utili per nutrire la mia fame di bellezza, come la mostra sui costumi del Teatro alla Scala che ho raccontato qui e che potete a vostra volta visitare fino al 28 gennaio.
La seconda cosa è stata preparare un po’ di lavoro per gennaio e, infine, mi sono occupata di alcune faccende in casa.

Qualcuno penserà «anziché divertirsi e riposarsi, questa matta ha sgobbato»: non posso dare torto a chi la pensa così, però fatemi dire una cosa.
Penso che il tempo sia prezioso, che dover sempre essere di corsa ci uccida e che rallentare sia un lusso: ho dunque preferito approfittare del rallentamento tipico del periodo natalizio per portarmi avanti.
È come se avessi fatto un regalo a me stessa perché, in realtà, mi sono divertita (a mio modo, lo ammetto…); non solo, aver avuto modo di programmare con maggiore calma alcune attività di studio e lavoro mi fa sentire più serena.

Senza contare che, finalmente, come accennavo, ho messo mano ad alcune attività casalinghe che procrastinavo da tempo infinito: in particolare, mi sono dedicata a una bella operazione di pulizia del mio ormai ingovernabile guardaroba archivio, argomento assai dolente (chiedete a mio marito).
Ammetto che la situazione mi era sfuggita di mano, da parecchio, tanto da non riuscire quasi più a entrare nella stanza che ospita la mia collezione di abiti e accessori: finalmente, ho trovato tempo, voglia e (tanto) coraggio per liberarmi di un bel po’ di cose che, ormai, non erano altro che zavorra.

Mia mamma lo chiama repulisti, chi usa un linguaggio più contemporaneo lo chiama decluttering: chiamatelo come preferite, io vi dico solo che, dopo averlo fatto, mi sento in effetti molto meglio, anche se serve ancora altro lavoro per arrivare al risultato che vorrei raggiungere.
Sono però felice di aver intanto ripreso in mano le redini della situazione e di aver suddiviso capi e accessori scartati in due gruppi: cose delle quali disfarmi definitivamente, cose da provare a vendere.
Come ho raccontato in altre occasioni, sono una sostenitrice della second hand economy e sono fermamente convinta che ciò che non serve più a noi possa servire ad altri: così come a me capita di comprare oggetti vintage o di seconda mano, penso che qualcuno potrebbe essere interessato a ciò che ho eliminato e che, in moltissimi casi, è in condizioni più che onorevoli, tanto da provare una fitta di dispiacere al pensiero di gettare via diverse cose.

Beh, dopo aver fatto tutto ciò (è stato un lavoraccio, ve lo assicuro…), immaginate il mio stupore nel leggere che una persona che stimo molto – Anna Dello Russo – sta facendo la stessa operazione di smantellamento archivio, naturalmente con le debite proporzioni (ovvero il suo archivio è infinitamente più sostanzioso, significativo e importante del mio).

Anna Dello Russo, classe 1962, ha una laurea in arte e letteratura nonché un master universitario in design della moda: è una vera influencer con ben trent’anni di carriera come fashion editor (molti di quegli anni trascorsi in Condé Nast) e dal 2006 è direttrice creativa di Vogue Japan. Leggi tutto

Che la terra le sia infine lieve, cara Marina Ripa di Meana

Marina Ripa di Meana mi era simpatica.
Mi era simpatica in quel modo istintivo (e a volte ingovernabile) in cui apprezzo le persone che hanno un carattere forte, deciso, indomabile.
Mi era simpatica perché la consideravo una persona fuori dagli schemi: molto spesso era sopra le righe risultando perfino eccessiva, è vero, ma era dotata di un’intelligenza vivace che mi piaceva.
Era una persona caratterizzata dai forti contrasti, esuberante quanto controversa. Il carattere a volte diventava caratteraccio, come capita a tutti coloro che vivono di estremi, ma credo non abbia mai peccato di una cosa: essere banale.
Non riuscivo a provare antipatia nei suoi confronti nemmeno quando si esibiva in quei suoi eccessi: come mi aveva fatto arrabbiare con le sue esternazioni a proposito della legge per i matrimoni delle coppie omosessuali, eppure la simpatia superava infine i contenuti delle sue tante battaglie che a volte condividevo e altre volte no.
Perché sto imparando – faticosamente – che per apprezzare una persona non è necessario approvare le sue azioni in toto: si può essere in disaccordo, parziale o perfino quasi totale, eppure stimarne e rispettarne l’audacia, la passione, la dedizione, la convinzione.
Ed ecco quindi che stimavo Marina Ripa di Meana esattamente come stimavo Cayetana de Alba, con luci e ombre (che tutti, peraltro, abbiamo), senza la necessità di approvare ogni parola e ogni gesto, con quella ammirazione che sento per le menti e le persone libere. Quelle che sono libere di essere sé stesse, un’audacia che agli occhi di molti appare talvolta come arroganza.
Provocatrice – l’hanno spesso definita; combattiva e battagliera – preferisco dire io, pur dubitando che un paio di parole possano descriverla, racchiuderla, raccontarla.
Guerriera – l’ha definita la figlia Lucrezia Lante della Rovere in un post affettuoso nel suo account Instagram, con una foto tanto bella, tenera e rappresentativa che mi sono permessa di prenderla in prestito.
In fondo, avevamo alcune cose in comune, la signora Marina Ripa di Meana e io.
Avevamo in comune l’allergia verso l’omologazione e – cosa buffa – abbiamo avuto modi comuni di manifestare tale allergia nelle piccole cose: l’amore per la moda un po’ alternativa e l’amore per cappellini, gioielli e bijou oltre misura e stravaganti.
Avevamo in comune l’anticonformismo e il desiderio di abbattere quel finto perbenismo, quel falso moralismo e quell’ipocrisia spesso imperanti – ahimè: lei è stata una donna che ha sfidato le convenzioni, che ha anticipato i tempi con scelte e comportamenti molto criticati e che oggi, invece, sono diventati normali. Si è goduta la vita e penso che abbia anche sofferto.
Ed è proprio per il suo saper essere tanto audace che non compresi le esternazioni sui matrimoni gay: forse, la spiegazione è da ricercare proprio nel fatto che fosse talmente sincera e talmente sé stessa da non temere né le critiche né le antipatie. Di sicuro, non le interessava essere politically correct e non aveva paura di essere contro.
A ogni modo ho affermato che occorre accettare una persona con luci e ombre e dunque confesso che se ero in dubbio circa il fatto di scrivere o meno questo post non è stato certo per quello o per altri episodi, bensì semplicemente perché non ero certa di riuscire a trovare la chiave giusta.
L’ho trovata invece ieri, guardando un frammento del video che Marina Ripa di Meana ha voluto lasciare come sua ultima testimonianza.
«Fatelo sapere» dice in quel video, con la voce rotta dalla fatica e dal dolore eppure con un ardore che è stato vivo fino in fondo.
E allora io accolgo il suo invito, fatelo sapere, e lo faccio con slancio, con passione, con ardore e con sincerità.
E le faccio volentieri spazio in questo mio umile luogo virtuale.
E dunque facciamolo sapere che la speranza di salvarsi dal cancro è data dalla medicina e dalle cure.
Riporto da una sua intervista al Corriere della Sera:
«Non ne ho mai fatto mistero. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Se posso essere utile con la mia testimonianza, racconto la mia storia. Mi curo da anni e non sempre è stato semplice. La chemioterapia non è stata una passeggiata, ho passato momenti difficili, ma sono terrorizzata da chi dice che la chemioterapia fa male: ciarlatani, gente senza scrupoli che propone cure alternative e peraltro a scopo di lucro, perché costano e anche tanto. La mia nuova battaglia è questa, a favore della prevenzione dei tumori, che può salvare la vita: per questo è importante “vivere bene” e fare i controlli previsti. E a favore delle terapie ufficiali, contro i “venditori di bufale”.»
E facciamolo sapere che oggi, in Italia, si può scegliere la sedazione profonda, in ospedale o a casa, così come ha scelto lei dopo 16 anni di lotta contro il tumore.
«Fate sapere ai malati terminali che c’è un’alternativa al suicidio assistito in Svizzera» dice Marina Ripa di Meana nel video del quale ho accennato e del quale vi lascio il link.
Devo avvisarvi, è un video forte dal punto di vista emotivo. Eppure, secondo me, va visto.
Perché credo nel progresso, nella scienza, nella medicina.
Perché credo nella libera informazione che dà la possibilità più grande di tutte, quella di scegliere ciò che è più giusto per noi stessi.
Ecco, Marina cara, grazie per avermi suggerito lei stessa il modo giusto per darle un ultimo saluto e ora importa solo che lei e io condividessimo ciò che più conta: l’amore per la vita e l’amore per una vita che sia degna di essere vissuta.
Fino in fondo, fino all’ultimo respiro.
Che la terra le sia davvero e infine lieve.

Manu

Prima di salutare il 2017 ed entrare nel 2018, parliamo un po’ di felicità?

Giovedì scorso, prima di dare il via ai festeggiamenti per il Natale, ho stretto un importante accordo lavorativo per l’anno a venire.
La sera stessa, ero a cena con il mio amore e lui ha proposto un brindisi per quella che in effetti è un’ottima prospettiva per il 2018.
Me l’ha dovuto far notare lui, ha dovuto sottolinearlo lui e, in quel momento, ho realizzato che io non avevo considerato tale accordo come un successo, che non mi ero fermata nemmeno un istante, che non mi ero goduta il momento, che ero andata avanti a testa bassa, come al mio solito, come un bravo soldatino.
Ci sono rimasta male.

Sedersi sugli allori è sciocco, a mio avviso, nonché pericoloso, e vantarsi è ancora più insensato, ma mi rendo conto che non accorgersi quando si incassa una vittoria è altrettanto brutto.
Significa che ci si è troppo abituati alla fatica e ai ritmi folli e che si è un po’ persa la capacità di fermarsi a gioire lungo la strada.
E io non voglio essere così.

È vero, ho sempre la tendenza a mantenere un basso profilo per quanto riguarda i miei progetti, soprattutto quelli lavorativi: lo faccio un po’ per scaramanzia e un po’ perché mi piacciono le cose concrete fatte con discrezione.
E d’accordo, in fondo va bene così, però ciò che è accaduto giovedì scorso non mi è piaciuto: non voglio perdere la capacità di essere felice.
E visto che ho appena detto che mi piacciono le cose concrete, visto che mi piace agire e che non è mia abitudine nascondere la testa sotto la sabbia, visto che preferisco cercare di affrontare i miei limiti, visto che a volte sono un po’ sciocca, è vero, ma che non sono stupida del tutto (o almeno così spero!), ho deciso che l’ultimo post del 2017 doveva essere una prima, piccola risposta a quel mio problemino, parlando di una cosa molto importante: la felicità.

Che cos’è la felicità?

È una domanda che l’essere umano si pone da secoli: dai filosofi dell’antichità fino ad arrivare ai motivatori contemporanei, questo è stato – ed è tuttora – uno dei grandi quesiti della nostra esistenza.
Non preoccupatevi, non ho alcuna intenzione di cimentarmi nel dare una risposta: al limite, potrei offrirvi la mia idea di felicità (tempo fa avevo anche partecipato al giochetto 100 happy days..), ma non è questo che mi interessa, non è la mia opinione ciò che desidero condividere.

In realtà, desidero invece mostrarvi un video con l’invito a prendervi 5 minuti di tempo, per l’esattezza 4 minuti e 16 secondi.
E vi chiedo di non fare altro mentre lo guardate, di concentrarvi e di guardare bene le immagini che si susseguono prestando attenzione ai particolari: io l’ho fatto e per una volta ho evitato la mia solita attitudine multitasking (che, per inciso, uno studio recentissimo dice essere estremamente dannosa…).

È un filmato volutamente esagerato con un finale in grado di far nascere più di una domanda.
L’autore si chiama Steve Cutts e magari vi è già capitato di vedere suoi video condivisi attraverso Facebook o gli altri social network (qui ne trovate una raccolta sul suo sito): è un illustratore e animatore britannico che, attraverso i suoi disegni, punta a evidenziare vizi e paradossi della società moderna.

Ansia da produttività, consumismo, omologazione, inseguimento di falsi miti: secondo Cutts, queste sono solo alcune delle dinamiche che, come gabbie, ci imprigionano e gravano attorno al nucleo della nostra esistenza, ovvero la felicità e la possibilità di raggiungerla diventando persone veramente realizzate.

Non è casuale che il titolo del cortometraggio che ho scelto di condividere con voi sia proprio Happiness, ovvero Felicità.
Eppure, il video non parla affatto di felicità; rappresenta invece comportamenti diventati ormai di massa e che non portano certo né allegria né benessere – ciò che invece ci illudiamo di possedere.

Tutti (o quasi) abbiamo bisogno di lavorare, in primo luogo per ragioni economiche: avere un reddito è una condizione necessaria.
C’è poi chi lavora anche perché crede in un progetto e lo persegue con passione (io, per esempio, credo di potermi posizionare in questo gruppo).
E c’è chi lo fa perché altrimenti si annoierebbe oppure perché si sentirebbe privato di un ruolo preciso, quasi di un’identità.
Non voglio esprimere giudizi a riguardo: tutte le motivazioni sono lecite se portate avanti con onestà.

C’è però una domanda che, guardandoci allo specchio, tutti noi dovremmo porci.

«Sono felice? Sono una persona realizzata?»

Ci vuole coraggio a chiederselo, lo so.
E occorre prendersi del tempo, per riflettere e per darsi una risposta sincera.
Occorre fermarsi almeno un attimo, ciò che non ho saputo fare io giovedì scorso.

Però so almeno un paio di cose.
So che non è il mio lavoro a definirmi, a dire chi sono.
E so che la felicità non è una cosa o un prodotto che si possa comprare.
Spero siano buoni punti di inizio sui quali iniziare a lavorare per non ricadere negli stessi errori.

E, a questo punto, desidero fare un augurio a tutti noi e per farlo vi racconto un’ultima cosa.

Dovete sapere che, secondo il World Happiness Report 2017, la Norvegia si è aggiudicata quest’anno il titolo di Paese più felice del mondo: l’indagine, presentata in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite, indaga lo stato del benessere e della felicità in 155 Paesi in base a criteri quali libertà, generosità, onestà, salute, reddito, supporto sociale e buon governo.
Dopo la Norvegia, nelle prime dieci posizioni, si possono trovare Danimarca, Islanda, Svizzera, Finlandia, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Svezia.

(Se ve lo state chiedendo, l’Italia è al 48esimo posto…)

Avete fatto caso che, nell’ambito di questa indagine, il reddito (e dunque il lavoro) è solo uno dei tanti criteri che concorrono a determinare il grado di felicità e che altri – libertà, generosità, onestà – riguardano piuttosto la sfera dei rapporti interpersonali?

E allora il mio augurio per il 2018, a voi e a me stessa, è questo.
Circondarci di persone che vogliano sinceramente il nostro bene e che rispettino le nostre scelte.
Riuscire a ritagliarci tempo.
Avere consapevolezza di noi e di ciò che desideriamo davvero.
E lo auguro a tutti noi sperando che ciò ci metta sulla strada di benessere, realizzazione e felicità.

La vostra Manu

Chiudono Colette e MAD Zone e io sono amareggiata (ma non mi arrendo)

Ve lo dico subito: oggi sono arrabbiata. Tanto.
Ma no, aspettate, forse arrabbiata non è l’aggettivo giusto né è giusto dire che lo sono oggi o da oggi: in realtà, provo rabbia, sì, d’accordo, ma il sentimento che più si avvicina a ciò che provo è l’amarezza e la provo già da diverso tempo.
Amarezza, ovvero un miscuglio di viva delusione, doloroso rammarico e pungente tristezza mescolati a contrarietà, fastidio e a un antipatico senso di impotenza.

Tutto ciò va avanti da tempo, come vi dicevo, precisamente dallo scorso luglio, ovvero da quando ho saputo della chiusura di Colette (diventata definitiva esattamente una settimana fa, il 20 dicembre – vedere qui e qui) e della cessione degli spazi appartenenti a 10 Corso Como (qui e qui due articoli di Pambianco).
Ad acquisire gli spazi sono stati l’imprenditore Tiziano Sgarbi e la stilista Simona Barbieri, fondatori ed ex proprietari di TwinSet: la mia perplessità circa l’acquisizione è aggravata dal fatto che proprio il marchio TwinSet è stato da loro ceduto al gruppo Carlyle, grossa società internazionale di asset management.
E io mi domando: cosa faranno questi due signori, ora, con 10 Corso Como? Seguirà la stessa sorte di quel loro ex marchio, finirà in pasto a qualche abnorme gruppo finanziario dove contano solo i numeri?

Colette e 10 Corso Como: due concept store, due spazi polifunzionali, due realtà appartenenti rispettivamente non solo alla storia di città come Parigi e di Milano ma al mondo.
Due luoghi mentali prima che fisici che hanno scritto pagine importanti della moda e del costume internazionale e del modo di intenderli: l’hanno fatto per 20 anni nel caso di Colette (fondato nel 1997 da Colette Roussaux) e per 27 anni nel caso di 10 Corso Como (fondato nel 1990 da Carla Sozzani, sorella di Franca, mitica direttrice di Vogue Italia).

Poi, dopo queste notizie, a fine luglio, è arrivata anche la telefonata di Tania Mazzoleni.
Per chi legge A glittering woman (grazie sempre ), quello di Tania è un nome familiare: è la fondatrice di MAD Zone, negozio e salotto meneghino sospeso tra moda, arte e design e che io ho sostenuto con tanto entusiasmo durante tutto il suo percorso, dagli eventi che lì sono stati presentati (qui e qui due esempi) fino ad arrivare ai creativi che ho conosciuto attraverso quella che era diventata una vera e propria fucina di talenti (come per esempio Andrea de Carvalho e Buh Lab).
Quella che ho scelto per illustrare il presente post, qui in alto, è una foto che ritrae me e Tania proprio in occasione di uno degli eventi di MAD Zone della scorsa primavera.

Ecco, il 31 luglio, Tania mi ha annunciato la chiusura di quel suo spazio così vivo e così emozionante ed è stato un duro colpo al cuore visto il mio deciso e sincero sostegno, è stato uno sviluppo inatteso e doloroso che mi ha toccato proprio nel personale e nel profondo, perché gli investimenti morali sono quelli sui quali io punto con più forza.
E in MAD Zone credevo fortemente, so che aveva tutte le carte in regola per diventare sempre più un grande successo. Come Colette e come 10 Corso Como.

Per completare il quadro alquanto nefasto mancava solo un’ulteriore quanto pessima notizia ricevuta attraverso Valentina Martin, la fondatrice di Spazio Asti 17, altro indirizzo milanese particolarissimo.
Dopo le vacanze estive, in settembre, ho incontrato Valentina per caso, a una fiera di settore: con un dispiacere evidente, mi ha confessato la chiusura del suo spazio che negli anni ha ospitato artisti e designer (lì ho incontrato Eleonora Ghilardi fisicamente dopo tanti scambi virtuali) e che è stato il teatro di tanti eventi culturali ai quali ho partecipato, talvolta con un ruolo attivo (per esempio quando sono stata chiamata a presentare uno dei libri della brava Irene Vella, giornalista e amica).

Ecco, a quel punto la mia amarezza è diventata dilagante. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Il Gioco del Gelato di Alberto Marchetti

Tempo fa, avevo parlato di Alberto Marchetti e della sua passione.
Alberto fa il gelato e – come dice lui stesso – ama farlo: per credergli, è sufficiente assaggiare il suo ottimo prodotto.
Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, in occasione di un press day: veniva presentata la collezione di borse di un brand che ho seguito a lungo e Alberto era lì per coccolare il palato di giornalisti, redattori e blogger, cosa che peraltro gli riusciva benissimo.
Mi ha subito conquistata per due motivi: ho apprezzato il fatto che il proprietario di cinque gelaterie (tre a Torino, una a Milano, una ad Alassio) fosse venuto a presentarci personalmente il suo lavoro, senza intermediari, e ho trovato che il suo gelato fosse davvero gustoso e autentico.

«Scelgo dei buoni ingredienti, uso solo quello che serve, non aggiungo niente di più. Prima di scegliere latte e panna sono andato a conoscere chi alleva le mucche, mi sono fatto spiegare come vengono nutrite. Firmo il mio gelato perché credo nel mio lavoro e voglio metterci la faccia.»
Così racconta Alberto e lo sapete: amo chi mette la faccia e tutta la propria passione in un mestiere.

Quello tra Alberto Marchetti e il gelato è un amore antico: racconta di essere nato lo stesso giorno in cui il padre inaugurava la sua cremeria a Nichelino, vicino Torino. Quasi un destino, insomma.
Da piccolo, aiutava il padre in negozio: imparava e intanto mangiava il gelato di nascosto, soprattutto quello gusto fiordilatte, come confessa lui stesso con un sorriso.
Oggi vuole trasmettere l’amore che pian piano è cresciuto con lui e lo fa lavorando con dedizione, semplicità e rispetto della tradizione.
Ama il gelato fresco e cremoso, come quello della sua infanzia; usa solo materie prime che seleziona personalmente girando l’Italia, rivolgendo in particolar modo la sua attenzione ai Presidi Slow Food.
La sua è una missione decisamente riuscita: prova ne è il fatto che il suo prodotto si è posizionato nella guida Gelaterie d’Italia del prestigioso Gambero Rosso con i Tre Coni, ovvero il massimo riconoscimento.

Perché torno a parlare del nostro amico del gelato proprio ora?

Perché l’intraprendente Alberto ha avuto un’idea geniale: in collaborazione con Lo Scarabeo, ha lanciato Il Gioco del Gelato, gioco da tavolo dedicato a tutti gli amanti del settore enogastronomico.

Niente cuori, coppe, spade e bastoni ma latte, panna fresca, zucchero di barbabietola, prodotti di eccellenza e di stagione: ricettario alla mano, vince chi riesce ad accontentare meglio i clienti preparando i loro gusti preferiti.
Un gioco adatto dai 6 anni in su poiché preparare il gelato non è mai stato così divertente: con Il Gioco del Gelato tutti possono destreggiarsi tra ingredienti, sapori e ricette.
Il box è composto da 110 carte suddivise in Carte Cliente, Carte Ingrediente e Carte Ingrediente Base; non mancano i ricettari, ben sei, e un regolamento.
Il mazzo delle Carte Cliente è da mettere al centro del tavolo e tali carte vengono rivelate in corso d’opera in modo da formare il negozio: a turno, ciascun giocatore decide se preparare un gelato per servire il cliente oppure procurarsi gli ingredienti necessari.
Per preparare il gelato, il giocatore deve scartare gli ingredienti necessari verificando prima la ricetta: più gelati dai gusti preferiti dei clienti prepara il giocatore, più punti-vittoria guadagna.

Il cliente al centro, sempre: è questo lo spirito del lavoro di Alberto nonché lo spirito de Il Gioco del Gelato che consente anche di imparare a conoscere gli ingredienti e la loro stagionalità.

Ecco perché ho scelto questo gioco e perché l’ho inserito nella rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Penso che Alberto abbia un grande talento e che stia proprio bene in mezzo ai miei tesori: penso da sempre che ci sia tutto un mondo di cose buone e belle da scoprire, ben oltre la moda che è il mio ambito principale, dunque chiudersi in schemi rigidi sarebbe una sciocchezza, un autentico sacrilegio.
È molto più divertente concedersi la possibilità di spaziare e poter dare voce a un’iniziativa divertente e che, allo stesso tempo, è capace di diffondere la cultura del mangiare bene e in maniera consapevole.
E poi penso che non esista occasione migliore del Natale – momento dedicato a famiglia e affetti – per proporre un gioco da tavolo che spero andrà ad affiancare i grandi classici della nostra tradizione.

Manu

Il Gioco del Gelato è in vendita al costo di € 12 presso le gelaterie di Alberto Marchetti e online nel sito dedicato.
Qui trovate il  sito di Alberto Marchetti, qui la sua pagina Facebook, qui il suo account Instagram e qui quello Twitter.
Qui trovate il mio precedente post su di lui.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Bohemian Guitars, strumenti speciali

I rimpianti non mi appartengono: essendo una persona decisa e anche impulsiva, è più facile che io mi penta di qualcosa che ho fatto piuttosto che di qualcosa che non ho fatto, dunque sono più incline a qualche rimorso piuttosto che ai rimpianti.
Eppure, ho anch’io tre grandi rimpianti: non saper suonare uno strumento (e aggiungerei non saper cantare), non aver studiato danza classica e, infine, non aver imparato ad andare a cavallo (ho provato solo da adolescente, quando durante un’estate sono stata a studiare la lingua inglese a Canterbury).

Ecco perché – basandomi sul mio rimpianto numero uno – oggi desidero raccontarvi una storia di talento che parte dalla musica.

Ispirati e colpiti dall’inventiva dei musicisti di Johannesburg capaci di realizzare strumenti con materiali alternativi rispetto a quelli tradizionali, i fratelli Adam e Shaun Lee, originari del Sudafrica e fondatori di Bohemian Guitars, hanno applicato questa filosofia alle loro creazioni.

Sono nati così i loro strumenti che, in breve tempo, sono entrati nel cuore di molti musicisti di tutto il mondo grazie a una serie di chitarre, ukulele e bassi elettrici.
Il design originale e i materiali utilizzati portano a sonorità particolari: il corpo in lega metallica, precisamente in latta, consente infatti un’interazione unica con l’elettronica dello strumento e questa interazione produce una gamma molto ricca e ampia di suoni non ottenibili con strumenti di costruzione classica.
Inoltre, i loro sono strumenti leggeri, con una forma del corpo ridotta: il manico si prolunga fino alla fine del corpo stesso e un telaio interno in legno di tiglio crea bilanciamento e distribuzione del peso, rendendo così ogni strumento confortevole.
Il pannello posteriore rimovibile, particolare assolutamente unico degli strumenti Bohemian Guitars, permette un facile accesso all’interno del corpo delle chitarre.
Infine, tutti gli strumenti del brand sono self-standing grazie ai piedini in gomma che si trovano alla base del corpo.

Non solo: Bohemian Guitars si impegna a costruire strumenti musicali in modo sostenibile per l’ambiente.

I loro strumenti utilizzano meno legno rispetto a una chitarra elettrica tradizionale, con manici ottenuti da legni recuperati o provenienti da foreste sostenibili: i corpi sono realizzati in parte da materiali riciclati.
Inoltre, vengono piantati dieci alberi per ogni ordine ricevuto e ciò avviene grazie al partner Trees for the Future, un’organizzazione dedita a migliorare i mezzi di sussistenza degli agricoltori impoveriti e a rivitalizzare terre degradate.

Perché ho scelto di inserire Bohemian Guitars nella rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale?

Primo perché il brand incarna alla perfezione quel talento che sostengo tutto l’anno.

Secondo perché penso che l’ukulele, per esempio, potrebbe essere un regalo di Natale inaspettato, simpatico e – nel nostro caso – anche ecologico.

L’ukulele è nato nel 1879 grazie ad alcuni immigrati portoghesi che si erano trasferiti alle Hawaii dove oggi, ogni anno, si tiene il più importante festival dedicato a questo strumento.
Il suo nome in lingua hawaiana significa pulce saltellante e sembra sia collegato alla velocità con cui abitualmente l’ukulele viene suonato: la sua caratteristica sonora è il forte attacco seguito da uno smorzamento velocissimo che lo rende uno strumento divertente e facile da suonare.

Marilyn Monroe lo strimpellava in A qualcuno piace caldo, il celeberrimo film diretto da Billy Wilder nel 1959.
Un ukulele è stato il primo strumento acquistato da Syd Barret, fondatore dei Pink Floyd, e da Joe Strummer, uno dei fondatori del gruppo punk rock The Clash.
Rino Gaetano portò l’ukulele sul palco del Festival di Sanremo nel 1978 durante l’esecuzione della canzone Gianna e diversi artisti hanno pubblicato album di canzoni interpretate o reinterpretate con questo piccolo quanto magico strumento.

Anche il terzo motivo per cui ho scelto Bohemian Guitars è importante: questi strumenti non sono dedicati solo ai musicisti esperti, ma anche a tutti gli amanti di quel lifestyle che trae ispirazione dal mondo della musica.

Qualcuno proverà a suonarli, altri impareranno veramente, per altri ancora diventeranno un ricordo da esporre in soggiorno: gli strumenti Bohemian Guitar sono infatti anche dei bellissimi oggetti d’arredo perfino per chi, come me, si limita anche solo ad ammirarli.

Manu

Qui trovate il sito e qui la pagina Facebook di Bohemian Guitars.
I loro strumenti sono distribuiti in Italia da Backline e si possono trovare online sul loro sito e presso i rivenditori autorizzati.

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Global Stars Register, dedica una stella

Chissà, forse è capitato anche a voi, in questi giorni, di leggere una notizia: Fedez, il rapper italiano del momento, ha dedicato una stella (vera) alla sua fidanzata e promessa sposa, Chiara Ferragni.
Leggendo tale notizia, qualcuna di noi (o qualcuno di noi, non escludo i signori uomini) avrà sospirato, magari pensando al regalo ricevuto lo scorso Natale e soprattutto pensando qualcosa tipo «a me non capiterà mai nulla di simile».
Errore, miei carissimi amici: in realtà, ognuno di noi può dedicare una stella a colui o a colei che ama.
Come? Ora ve lo racconto.

Non è una novità che la volta celeste ispiri da secoli (anzi, da millenni) gli uomini – siano essi artisti, poeti, scrittori, cantanti, scienziati, astronomi, navigatori, marinai o innamorati; pare anche che la NASA, l’agenzia responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale, preveda i primi viaggi interstellari già a partire dal 2018.
La notizia che desidero condividere con voi, però, è che ora è realmente possibile dedicare una stella. E lo è per tutti.
L’idea è di una giovane società che risponde al nome di Zenais la quale, attraverso il servizio Global Stars Register, ha reso possibile il desiderio di dedicare una stella a un parente, a un amico o a una persona cara in vista di un’occasione speciale o semplicemente per consegnare un sentimento all’eternità.
«A noi piace pensare – spiega Giovanna Casale, direttore generale di Zenais – che, come suggerito dal Piccolo Principe, le stelle siano illuminate affinché ognuno, un giorno, possa trovare la sua.»

Come si fa – in maniera pratica e concreta – a dedicare una stella alla persona del cuore?
Innanzitutto occorre collegarsi al sito Global Stars Register (qui), poi scegliere la costellazione e le caratteristiche: a questo punto, si può decidere il nome da assegnare all’astro e scrivere una dedica.
Il destinatario del regalo riceverà il Certificato Ufficiale redatto da Global Stars Register nonché un opuscolo illustrativo: potrà accedere in qualsiasi momento al sito per vedere la stella che gli è stata dedicata con il messaggio personalizzato e avrà tutte le informazioni necessarie, incluse le coordinate per osservarla con il telescopio.

Gli astri disponibili provengono dal catalogo Hipparcos, il database ufficiale delle stelle esistenti creato dalla NASA e utilizzato abitualmente da astronomi e astrofisici delle varie agenzie spaziali mondiali.
Hipparcos comprende i dati astrometrici rilevati dall’omonimo satellite lanciato in orbita nell’agosto del 1989: il registro di Global Stars permette di accedere a tutte le 120.000 stelle del catalogo con precisione assoluta, rendendo l’esperienza realistica e coinvolgente.

Avrete forse notato che sto parlando dell’idea di Zenais nell’ambito della rubrica Le mie scelte in pillole e in particolare nell’ambito della Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Vi chiederete allora come stelle e talento siano collegate: ve lo spiegherò e vi darò anche tre ulteriori ragioni per le quali sto scrivendo questo post e per le quali ho deciso di dare voce all’iniziativa.

1 – Il talento è quello di Zenais stessa, una realtà giovane e innovativa, costituita da un team di professionisti che uniscono un solido background tecnico, creatività, visione strategica ed entusiasmo: tutto ciò, insomma, che mi fa pensare al talento e a un’idea geniale.
2 – Dedicare una stella a qualcuno è un regalo che dura per sempre, ben oltre qualsiasi desiderio passeggero o qualsiasi moda, senza date di validità né di scadenza. In un’epoca in cui abbiano tutto se non troppo, l’idea di regalare un sogno, qualcosa di etereo, mi sembra un pensiero diverso e speciale.
3 – Se aprite Wikipedia, troverete la definizione di stella, «uno sferoide luminoso di plasma che genera energia nel proprio nucleo attraverso processi di fusione nucleare»: definizione tecnicamente e scientificamente perfetta, certo, ma da tempo immemore, per noi uomini, le stelle non sono solo questo, non sono solo scienza. Le stelle sono state guida esatta che ha permesso di solcare i mari, ma anche ispirazione per opere d’arte; sono state testimoni davanti alle quali giurarsi amore eterno o ancora simboli di speranza ben oltre qualsiasi fede o credo. Grazie all’idea di Zenais, accorciare la distanza tra noi e questi simboli e tra noi e lo spazio, oggi, non è più solo una missione per astronauti.
4 – Se state pensando che tutto ciò abbia un prezzo… stellare, vi voglio rassicurare subito: di solito non parlo di soldi, ma in questo caso tengo a dire che l’investimento va dai 30 ai 60 euro. Non stiamo quindi parlando di costi esorbitanti e proibitivi, adatti solo alle tasche di persone particolarmente abbienti.

E a questo punto vi dico l’ultimissima cosa, una mia personale opinione.

In questo momento, il sito Global Stars Register dà la possibilità di usare una delle dediche scritte proprio da Fedez: per carità, il suo mestiere è scrivere e cantare e dunque è una collaborazione che ha senso, ma il mio consiglio è quello di scrivere una dedica tutta vostra.

Magari non sarà tecnicamente perfetta come un cantante o un autore saprebbero fare, ma sarà vostra, unica e intima.
E visto che la dedica accompagnerà un regalo duraturo (vedere punto 2 qui sopra)… beh, penso che usare il proprio cuore, la propria testa e le proprie parole sia importante, no?

Non me ne volere, Fedez, la tua dedica a Chiara è bellissima («L’amore è un’equazione imperfetta in cui 1+0 dà zero e 1+1 dà tutto»), ma visto che sei un ragazzo intelligente credo che, dentro di te, non mi darai torto 😉

Manu

Oltre al sito che vi ho già indicato qui sopra, vi lascio il link di un video che illustra la procedura in dettaglio nonché la pagina Facebook e l’account Instagram di Global Stars Register.

Le nostre mani? Prendiamocene cura perché parlano di noi

Qui nel blog, ho dedicato un paio di post a una minima parte della mia enorme collezione di anelli.
L’anello è un monile che mi affascina infinitamente e trovo che, tra tutti gli oggetti che hanno funzione ornamentale, sia forse uno tra i più ricchi di significati.

I gioielli in generale e gli anelli in particolare sono frammenti della nostra vita, del nostro cuore, di momenti speciali e significativi: a volte parlano di chi ce li ha donati e allora diventano simboli di legami e ricordi.
Gli anelli mi accompagnano pertanto quotidianamente, proprio perché li considero una parte integrante di me; sono importanti anche perché faccio un ampio uso del linguaggio del corpo, adopero la mimica facciale (anche troppo) e gesticolo (parecchio).

Le mie mani sono sempre in vista, dunque, in quanto sono uno dei mezzi attraversi i quali mi esprimo e comunico: soprattutto sorriso, occhi e mani competono con le parole che pronuncio e che scrivo.
E mi sono accorta che le mani sono conseguentemente spesso le protagoniste degli scatti che condivido, soprattutto attraverso Instagram: qui trovate uno degli esempi più recenti.

Sono sempre stata convinta del fatto che le mani parlino fortemente di noi, della nostra età, della cura che riserviamo a noi stessi e al nostro corpol’involucro che ci accompagna per tutta la vita e del quale dobbiamo pertanto avere rispetto.
Assieme al viso, esse rappresentano il nostro biglietto da visita ed è importante tenerle sempre in ordine: soprattutto d’inverno, però, sono una delle zone più fragili e tendono, con il freddo, ad arrossarsi, seccarsi e screpolarsi.
Ma non sono soltanto le basse temperature a mettere in pericolo la salute delle nostre mani: anche il sole, l’acqua, i detersivi e le sostanze chimiche con cui entriamo in contatto possono danneggiare la pelle e le unghie.

È dunque una buona abitudine riservare anche alle mani una beauty routine protettiva e nutriente, così da renderle più resistenti alle aggressioni esterne.
Come fare?
Ho pensato a piccoli consigli, semplici ma non banali. Leggi tutto

Le mie scelte in pillole, Christmas edition: Mirror Mirror di Cara Delevingne

Un paio di anni fa, come hanno fatto molti magazine e blog, ho dato anch’io una notizia bomba a proposito di Cara Delevingne, celebre top model britannica.
A 23 anni appena compiuti, Cara ha infatti deciso di dire addio a moda e passerelle (soprattutto alle passerelle), dichiarando di non riuscire più a sopportare lo stress di quel mondo in cui stava conducendo una brillante carriera.

In tale occasione, avevo confessato tutto il mio dispiacere per la decisione in quanto ho sempre avuto un debole per lei.
Penso infatti che Cara sia (o sia stata) una delle poche giovani top model in grado di far rivivere i fasti degli Anni Ottanta, quando le modelle erano le protagoniste quasi assolute: non possiede solo fisico e portamento, ma anche carisma e carattere.
E non ha mai avuto paura di giocare con la sua immagine: fa le smorfie, scherza, è autoironica.
Lei – con le sopracciglia marcate e il comportamento da monella – ha portato disinvoltura in un ambiente che, troppo spesso, ha i nervi a fior di pelle; eppure, la frenesia della moda ha infine stancato e allontanato anche lei (e io mi ero in particolare concentrata proprio su questo aspetto e sulle sue implicazioni).

Dovete sapere che ho avuto il piacere di incontrare Cara a Milano in settembre 2012 in occasione della Settimana della Moda, dopo una sfilata.
Difficilmente chiedo alle persone famose di poter essere fotografata con loro, è una cosa che mi infastidisce e mi imbarazza: lei, però, era divertita dal farsi fotografare con tutti e si prestava volentieri, smorfie incluse, così mi sono lanciata anch’io e la foto è nel post che ho citato in principio.

Considerata la mia grande simpatia nei confronti di Cara Delevingne, sono stata felice quando ho ricevuto un comunicato stampa dalla casa editrice De Agostini (DeA) con l’annuncio dell’uscita di Mirror Mirror, il suo romanzo di esordio.

Ebbene sì, l’ex top model ha scritto un libro che, qui in Italia, è uscito lo scorso 10 ottobre.
Mirror Mirror è un romanzo che esplora i temi dell’amore, dell’amicizia e dell’identità, ma soprattutto dell’insolubile conflitto tra quello che si è e quello che si finge di essere.
È una storia, dunque, che vuole essere provocatoria – soprattutto oggigiorno, soprattutto nell’epoca dei social network e di una vita virtuale che sempre più affianca quella reale.

Cara narra la storia di Red, Leo, Naomi e Rose, quattro ragazzi diversi ma uniti da un’unica passione: la musica.
Ed è la musica a renderli non solo una band, i Mirror Mirror, ma anche una famiglia.
I quattro sembrano inseparabili, almeno fino al giorno in cui Naomi scompare nel nulla: la polizia la ritrova in condizioni disperate sulle rive del Tamigi e da quel momento niente è più come prima.

D’un tratto, un pezzo delle vite di Red, Leo e Rose sembra irrimediabilmente perso perché Naomi era la più solare di tutti e l’amica migliore del mondo.
Ma, in verità, la ragazza nascondeva un segreto in fondo al cuore, un segreto tanto inconfessabile che nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo; mentre Rose si abbandona agli eccessi e Leo si chiude in sé stesso, Red non accetta invece il destino dell’amica. Ha bisogno di sapere, di capire.
Che cosa ha ridotto Naomi in quello stato? Può davvero trattarsi di un tentato suicidio, così come crede la polizia?

Per scoprire la verità, Red dovrà trovare la forza di guardarsi allo specchio, dovrà conoscersi e imparare ad amarsi per quello che è.
Perché, a volte, bisogna accettare che niente è ciò che sembra e che la realtà può essere capovolta: in fondo, accadeva anche ad Alice di fare una scoperta del tutto simile in Attraverso lo specchio, il romanzo scritto da Lewis Carroll nel 1871 come seguito del suo primo successo Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Classe 1992, nata a Londra, Cara Delevingne ha raggiunto il successo mondiale nel 2009 ed è stata nominata Modella dell’Anno ai British Fashion Awards nel 2012 e nel 2014.
Da subito, Cara ha dato dimostrazione di essere dotata di una personalità poliedrica, affrontando con disinvoltura la musica (in un ulteriore post qui nel blog ho raccontato di una sua collaborazione con la cantante Rita Ora) fino ad arrivare al cinema (la sua carriera da attrice è iniziata nel 2012 con il ruolo della Contessina Sorokina nell’adattamento cinematografico di Anna Karenina diretto da Joe Wright).
Dopo la prima pellicola, ha preso parte a diversi film tra i quali Città di Carta, Suicide Squad, Valerian e la città dei mille pianeti.

Confermando di essere una persona intelligente e oculata, per il suo primo romanzo Cara ha pensato bene di rivolgersi a chi vive la scrittura come un mestiere a tempo pieno: Mirror Mirror è infatti il risultato di un lavoro a quattro mani con l’autrice di bestseller Rowan Coleman.

Ed ecco perché ho deciso di parlare del libro ora: trovo che Cara e Mirror Mirror siano perfettamente in sintonia con la rubrica Le mie scelte in pillole e con la Christmas Edition, il ciclo speciale con il quale desidero suggerire di mettere talento sotto i nostri alberi di Natale, quel talento che sostengo tutto l’anno.
Primo perché ho sempre affermato che Cara ha talento (l’ho apprezzata, l’apprezzo e la seguo per questo) e perché l’ha dimostrato in ogni avventura che ha intrapreso; secondo perché mi piace chi decide di evolversi e di cambiare pelle (imparo dai miei errori e non rifarò due volte quello che feci anni fa con Giorgio Faletti) ma che lo fa avendo il buon senso di farsi guidare e accompagnare da qualcuno più esperto.
Anche questo è talento, il talento dell’umiltà e dell’intelligenza.

Manu

Se l’idea vi piace e se volete acquistare Mirror Mirror di Cara Delevingne, qui lo trovate sul sito DeA da dove viene anche l’immagine qui in alto (fotografia di Cara Delevingne © Anthony Harvey / Getty Images) e lo trovate sia in versione cartacea sia come ebook. Vi faccio anche un regalo: qui trovate un’anticipazione del libro 🙂
Se volete seguire Cara attraverso i social: qui trovate la sua fanpage in Facebook, qui l’account Twitter e qui quello Instagram.

Mi piace raccontarvi qualcosa anche di Rowan Coleman.
La scrittrice vive con la sua numerosa famiglia e i due cani in una casa (piuttosto affollata!) nella contea di Hertfordshire, nel Regno Unito: divide il suo tempo tra la famiglia e l’attività di autrice di narrativa per adulti e per ragazzi.
Qui trovate il suo sito e qui il suo account Twitter.

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