Starbucks Milano, innovazione e tradizione con focus sul Made in Italy

L’esterno di Starbucks Milano (ph. courtesy ufficio stampa)

È uno degli argomenti più gettonati di questo rientro post vacanze alquanto caldo (metaforicamente e letteralmente, visto il tempo degno del mese di luglio): Starbucks Milano è ufficialmente aperto ed è il primo punto vendita italiano della celeberrima insegna americana fondata nel 1971 da Howard Schultz il quale, negli anni, ha colonizzato il mondo (anche in questo caso quasi letteralmente…) con oltre 28.000 caffetterie in 78 paesi.

Nelle redazioni dei giornali, l’opening fa scorrere fiumi di inchiostro e fa ticchettare allegramente i tasti dei pc; attraverso i vari social, da Facebook a Twitter passando per Instagram, favorevoli e contrari battibeccano più o meno animatamente; intanto, in piazza Cordusio, davanti al palazzo che in passato ospitava le Poste, c’è coda fissa per prendere un caffè – e si parla di ore di attesa.

Io non ci sono ancora stata, poiché vi confesso che spararmi detta coda non mi attrae nemmeno un po’: sicuramente, però, ci andrò appena sarà scemata la mania dei primi giorni e ci andrò perché a me Starbucks piace.
Sono stata in tanti loro locali in vari paesi e sono felice che abbiano scelto la mia città come punto di partenza di una strategia che era destinata ad approdare anche qui da noi in Italia: era solo una questione di tempo e, tra l’altro, Starbucks Milano è ora il più grande store d’Europa (2.300 metri quadri) nonché il terzo al mondo (dopo Seattle e Shanghai) e porta per la prima volta nel vecchio continente il format della Roastery (ovvero torrefazione), la versione lusso – diciamo così – del locale con la classica insegna al neon bianca e verde alla quale, chi lo frequenta, è abituato.

Da fuori, lo storico palazzo delle Poste sembra essere sempre lo stesso: l’insegna del nuovo Starbucks è nera, discreta, direi elegante (come potete vedere dalla foto di apertura), e dà perfino poco nell’occhio se non fosse per i tavolini all’esterno che fanno invece subito comprendere la presenza di una caffetteria.
Da orgogliosa nativa e abitante del capoluogo lombardo, tutto ciò – l’attenzione verso Milano – mi fa piacere: francamente, se proprio ve lo devo dire, non comprendo le polemiche e ai brontoloni (lo scrivo con affetto e simpatia, sia chiaro) vorrei dire che… anche questo è cambiamento e crescita.

Cerchiamo di vedere il lato buono di questa novità: l’importante è non farsi tiranneggiare e conservare anche ciò che è nostro, ma la convivenza di tradizione e innovazione è possibile e a me piace.
Non per nulla, in principio, ho scelto il verbo colonizzare: so che questo è esattamente ciò che pensano molti, ci facciamo colonizzare, ma oggi desidero raccontarvi un paio di cose che spiegano il titolo che ho scelto per tale post e che avvalorano la mia tesi, ovvero come tradizione e innovazione possano convivere in buona armonia, come possano aiutarsi a vicenda e come sia possibile conservare ciò che è nostro pur accogliendo un’insegna che si trova in tutto il globo. Leggi tutto

Nasce Peste!, il Festival dedicato alla contaminazione positiva

Lo scorso 4 agosto, nel post scriptum dell’ultimo testo pubblicato prima di andare in vacanza, avevo promesso di far ripartire il blog parlando di un’iniziativa interessante dedicata alla contaminazione tra vari settori artistici e non solo.

Visto che mi piace mantenere le promesse, eccomi qui a raccontarvi quattro giorni di incontri, workshop, concerti, proiezioni, installazioni e performance nonché di un concorso per artisti emergenti.

Di cosa si tratta?
Ora vi racconto tutto per filo e per segno.

A Milano, dal 4 al 7 ottobre 2018, prende il via la prima edizione di Peste!: promosso dalla Fondazione Il Lazzaretto, questo Festival desidera proporre un’esplorazione del femminile, attraverso – come accennavo – la contaminazione tra arti visive, arti performative e pratiche psico-fisiche.

Nata nel 2014 nell’area dove un tempo aveva sede l’antico Lazzaretto meneghino, l’omonima Fondazione ha l’obiettivo di favorire processi di trasformazione collettiva e individuale.

È tristemente noto, purtroppo: il Lazzaretto di Milano, costruito tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento fuori da quella che era allora la Porta Orientale, era il ricovero per i malati durante le epidemie di peste.
Era una costruzione che occupava un’area che corrisponde grosso modo all’odierno perimetro che comprende parti di via Lazzaretto, via san Gregorio, corso Buenos Aires e viale Vittorio Veneto: era il luogo della cura e della separazione dal resto del mondo per chi – ahimè – contraeva il flagello della peste.

La peste è davvero stata un flagello terribile per l’umanità: si presentava in forme quasi sempre letali, decimando intere popolazioni.
In Europa, essa cominciò a scomparire verso la fine del 1700, ma l’ultima epidemia in Italia si verificò ancora nel 1815: per la sua virulenza, il termine peste è passato nel tempo a definire genericamente tutte le malattie epidemiche ad alto tasso di mortalità (l’AIDS, per esempio, a cui talvolta ci si riferisce come peste del XX secolo) ed è usato anche con accezione metaforica per indicare qualcosa di dannoso dal punto di vista sociale o morale, riferendosi in genere a fenomeni negativi di vasta portata (come, per esempio, la droga).

Essere una peste riferito a una persona sottolinea il suo essere insopportabile per varie ragioni; riferito a un bambino, l’espressione ne sottolinea l’irrequietezza.
Un sostantivo carico di significati negativi, insomma, che la Fondazione Il Lazzaretto ha invece voluto sovvertire e cambiare, attribuendo un nuovo e più interessante significato: essere una peste, oggi, diventa aprirsi alle possibili contaminazioni del mondo, diventa camminare sui confini e forzare il limite con ironia e divertimento, diventa provare a cambiare logica e immaginazione per cercare di promuovere una riflessione sui processi di trasformazione individuale e collettiva.

Proprio pensando a tutto ciò nasce il titolo Peste! per un Festival che, per la sua prima edizione, sceglie di esplorare i temi legati al femminile quale approccio e metodo per scandagliare le complessità del presente: all’interno dei suoi nuovi spazi riqualificati, la Fondazione ospiterà quattro giorni di incontri, workshop, concerti, proiezioni, installazioni e performance incentrati sul femminile. Leggi tutto

Pensieri (in questo caso quasi ordinati) da Kokkari…

Stavolta Kokkari mi ha tirato un bel colpo basso…
Camminavo per raggiungere Calma Beach e, svoltato l’angolo in cui la vista si apre completamente, mi si è parata davanti la piccola baia in una calma assoluta.
Perfettamente immobile.
Perfettamente cristallina e trasparente.
Per un istante, il mio cuore si è fermato – lo giuro.
Ancora pochi passi e sono arrivata in spiaggia, mi sono spogliata in un attimo e sono entrata in acqua.
L’acqua era fresca e ho iniziato a nuotare pianissimo, senza quasi muovere la superficie liquida attorno. Dopo pochi lentissimi movimenti, avevo metri d’acqua sotto di me, acqua così trasparente che potevo vedere ogni dettaglio sul fondo, le pietre e la vegetazione e i pesci, a occhio nudo e senza nemmeno mettere la testa sotto la superficie.
Poi, a un certo punto, l’acqua mi ha come ipnotizzata: non galleggiavo, ero semplicemente sospesa nel vuoto. Come se non fossi più in acqua ma a mezz’aria. Non c’era più nulla, nemmeno il mio corpo e i suoi naturali confini fisici.
Avevo provato questa sensazione tanto intensa e assoluta una volta soltanto, dieci anni fa, in Polinesia. Solo lì avevo visto un’acqua così quieta e trasparente da sparire, lasciando me e i pesci in uno spazio rarefatto, fuori dal tempo e dallo spazio.
Ho immerso la testa sott’acqua per fondere in una sola cosa il mare e le lacrime che mi rigavano il volto già da un po’. Sale con sale, così che nessuno potesse vederle più, anche se le lacrime continuavano a sgorgare senza che io potessi fare nulla per fermarle.
Mi sono lasciata andare e ho allineato il corpo con la superficie: così sospesa, mi sono fatta cullare…
Te lo ridico: che colpo basso mi hai tirato, Kokkari.
Mi hai aperto il cuore in quattro quando non me lo aspettavo, quando ero senza difese. Senza aculei come il riccio di ieri a Mykali.
Ora prenditi pure quel che resta del mio cuore, tanto era comunque già tuo.

Manu

{Sono appena rientrata da Samos e ho voluto condividere con voi questi pensieri, scritti qualche giorno fa e pubblicati nel mio profilo Instagram insieme alla foto che ho scattato in tale occasione.
Non so, volevo condividere il tutto anche qui

Samos (con il piccolo paese di Kokkari) è il luogo che io chiamo la mia isola felice, metaforicamente (visto che è un modo di dire) ma anche concretamente (visto che è un’isola e che lì mi sento sempre, sempre, sempre felice).
È la quarta volta che Enrico e io ci torniamo e lo scorso anno, rientrando, avevo pubblicato due post, il primo spiegando perché trascorro le vacanze in Grecia e il secondo dando qualche dritta proprio per Samos.
Ai consigli e ai nomi già dati in tali occasioni, aggiungo la pensione di Kokkari in cui abbiamo dormito quest’anno (si chiama Blue Sky, è semplice ma pulitissima e con un prezzo davvero vantaggioso) e le meravigliose spiagge di Kedros e di Kaladakia con la sua incantevole caverna blu.
Trovate tantissime foto di questi e di tutti gli altri luoghi nel mio profilo Instagram.
Concludo con una promessa: settimana prossima, A glittering woman torna con la programmazione abituale.
Parleremo di donne, attraverso un’iniziativa che unisce vari settori e attraverso un importante progetto anti-violenza…}

A glittering woman chiude per ferie ma prima di salutarvi…

Cara web-family (posso chiamarvi così?)… ci siamo!
Anche quest’anno è arrivato il momento più atteso (non solo per me, credo), ovvero quello delle tanto sospirate, agognate e meritate ferie estive.

Qualunque cosa sceglieremo di fare – restare a casa, spostarci di pochi chilometri o dall’altra parte del mondo, andare nel posto che frequentiamo fin da quando eravamo bambini o esplorarne uno dove non siamo mai stati…
Ovunque decideremo di andare – mare o montagna, campagna o lago, città d’arte…
Qualunque sarà la compagnia della quale godremo – famiglia, amici e se vivete con cani, gatti & co. pensate a loro, mi raccomando, perché sono per la tolleranza zero verso coloro che li abbandonano, persone inqualificabili e indefinibili
Insomma, ben oltre le nostre personali scelte, ciò che vale per tutti è fare qualcosa di diverso dal solito, spezzare la routine quotidiana.

Ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di rilassare cuore, mente e fisico, di distoglierli da pensieri diventati faticosi a causa della stanchezza accumulata in un lungo anno di studio o di lavoro (e la stanchezza c’è anche se abbiamo la fortuna di fare un lavoro che amiamo) nonché di impegni personali e familiari.

Staccare consente di fare il pieno di energie da destinare alle nuove attività che intraprenderemo a partire da settembre: l’anno inizia a gennaio, formalmente e sul calendario, ma in realtà è dopo le vacanze estive che fissiamo un nuovo punto di partenza.

Io sono tra coloro che considerano le ferie estive come un’esigenza quasi fisiologica.
Credo di averlo scritto un milione di volte… amo l’estate: amo i suoi profumi (da quello della salsedine fino a quello dei solari al cocco…), i suoi colori (la sinfonia di bianco e blu…), i suoi rumori (penso per esempio al frinire delle cicale…), i suoi sapori (soprattutto quelli della frutta).
Amo l’aria tiepida (anche se non apprezzo la canicola…) e le giornate lunghissime che sembrano non finire mai.
Amo i vestiti leggeri e i sandali, i cappelli e le borse di paglia.
Amo mangiare all’aperto.
Amo i ritmi che diventano più pigri.
Ho dunque bisogno di assecondare tutti questi amori per qualche settimana e allora anche A glittering woman chiude per ferie 🙂

Prima di farvi i miei auguri di buone ferie, però, mi permetto di suggerirvi qualche lettura: sempre che ne abbiate voglia, mi piace l’idea di poter in qualche modo venire con voi, di farvi compagnia nei momenti di relax, magari sotto l’ombrellone davanti al mare oppure sotto una veranda davanti a una cima.

Se le vostre uniche parole d’ordine sono estate e vacanze (e come potrei darvi torto), vi propongo tre miei post risalenti alla scorsa estate ma sempre attuali, ovvero quello sulle valigie, quello sulla prova costume (sapete già come la penso, per me è un’autentica scempiaggine e per dirla con le parole di una persona che mi piace – Cristina Fogazzi alias L’Estetista Cinica«La prova costume? Già il fatto che “costume” e “prova” convivano in una frase in cui non c’è “camerino” mi fa ridere») e infine quello sul ventaglio.
Più estivi e vacanzieri di così non si può 🙂

Sempre per restare in tema estate, vi propongo anche un post su una app particolarmente a tema, Playaya, e un post su un gioco interamente dedicato… al gelato!

Libri da mettere in valigia?
Vi suggerisco tre titoli particolarissimi: Carta preziosa di Bianca Cappello (non solo libro ma anche scrigno…), Mario Valentino di Ornella Cirillo (una storia bella e importante di un grande stilista italiano), Mirror Mirror di Cara Delevingne (quando una modella diventa scrittrice).

Se invece siete incuriositi dalle tendenze moda estive, vi ripropongo un post dedicato a quello che prende il nome di arm party (insomma, il mix & match di bracciali), tendenza ormai in voga da diverse stagioni.
Altra tendenza di cui ho parlato recentemente è quella del marsupio, non solo tendenza ma anche grande ritorno.

Se, oltre a estate e vacanze, la vostra terza parola magica è viaggi, concordo anche in questo caso 🙂 e allora condivido tre racconti di altrettanti viaggi e luoghi che mi stanno a cuore, Vietnam (dove sono stata nel 2005), Polinesia (il mio viaggio di nozze datato 2008) e infine Bretagna, regione nel nord della Francia, luogo che amo e che ho visitato varie volte (nel caso del post nel 2014).

Se in questo periodo resterete (o verrete) a Milano, la mia amata città, ho alcuni spunti per voi: che ne dite di una visita alla mostra Leonardo da Vinci Parade, alla mostra multimediale Modigliani Art Experience, alla mostra dedicata a Valentina Cortese oppure allo splendido Armani/Silos, luogo in cui la moda diventa arte?
O ancora, poco fuori Milano e precisamente a Lainate, recentemente ho scoperto – e amato – la splendida Villa Litta con l’incantevole Ninfeo e i sorprendenti giochi d’acqua.

Se anche voi siete affascinati dalle interazioni tra moda e società, vi propongo una mia disquisizione attorno al potere di immagini e loghi partendo dal caso Ikea – Balenciaga dello scorso anno.
Perché rispolvero questo argomento ora? Perché sembrerebbe che sia vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio: dopo il plagio o presunto tale della borsa Ikea, ora tocca a City Merchandise subire le attenzioni della celebre maison (come racconta Pambianco qui)…

Se siete sempre un passo avanti e pensate già alla moda per la prossima stagione, potete dare un occhio alla mia piccola sezione dedicata alle prime anticipazioni autunno – inverno 2018 / 2019.

Se siete in cerca di curiosità, vi propongo il post sugli Amigurumi (li conoscete?) oppure quello sui Bonpon511, una coppia giapponese irresistibile: cosa fanno? Vestono sempre in coordinato!

Altra curiosità: il maneki neko, storiellina divertente soprattutto se, in vacanza, pensate magari di fare incetta di amuleti (io continuerò la mia collezione di evil eye…).

Passiamo ai gioielli: se siete creativi, artisti o designer in tale campo, avete tempo fino al 14 ottobre per partecipare al nuovo bando di Ridefinire il Gioiello, progetto-concorso del quale sono orgogliosa media partner dal 2014.
In questo mio post trovate tutti i dettagli.

Se invece i gioielli li collezionate – come me! – vi ripropongo le mia due scoperte più recenti: Little Bit Bijoux di Giovanna Checchi ed Eilish di Alice Canapa.

Insomma… spero ci siano argomenti per tutti i gusti!
E scusate se mi sono un po’ fatta prendere la mano: è la passione verso tutto ciò che faccio

Come scrivevo in principio, il blog sarà chiuso per ferie per qualche settimana.

Lunedì parto per la Grecia, finalmente, e torno a Samos, uno dei miei luoghi del cuore (ne ho parlato l’anno scorso qui e qui) e, oltre alle letture che vi ho indicato, non sparisco o almeno ci provo 🙂
Sarò dunque attiva sui social, attraverso la mia pagina Facebook e l’account Twitter e soprattutto attraverso Instagram, il mio social preferito, lo ammetto.
Se vi va di interagire, io sono sempre felice di rispondervi, lo sapete già ma lo ribadisco.

A questo punto, non mi resta che augurarvi buone vacanze secondo quella che è sempre e costantemente la mia visione, in qualsiasi momento dell’anno.

Il mio augurio (o invito) è infatti quello di lasciare aperti il cuore e la mente: siate liberi di spirito e indipendenti nel pensiero, siate curiosi e affamati di bellezza e conoscenza.

Sinceramente,
La vostra Manu

P.S.: Ho già in mente un post per la riapertura del blog dopo il periodo di ferie… vedrete, è un’iniziativa interessante dedicata alla contaminazione tra arti visive, musica e pratiche psico-fisiche, un’esplorazione del femminile attraverso quattro giorni di incontri, workshop, concerti, proiezioni, installazioni e performance… ed è interessante sia per chi vorrà partecipare al concorso collegato in qualità di artista emergente sia per chi invece vorrà partecipare alle varie iniziative dei quattro giorni…

Si vede il marsupio? Ricordi Anni Ottanta – Novanta alla riscossa!

Io e il marsupio in un ritratto firmato da Valentina Fazio – grazie

Se, come me, avete vissuto in prima persona gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta, sicuramente ricorderete anche voi un accessorio che riporterà subito alla mente quel periodo, nel bene e nel male: il marsupio.

Già, se siano ricordi positivi o negativi, se fosse successo oppure flop, lascio che siate voi a deciderlo: io mi limito a confermarvi ciò che sicuramente avrete già notato da soli.
Ebbene sì, la moda si è innamorata del marsupio ed è grande amore tra un accessorio sicuramente controverso e i marchi dell’industria moda, da quelli più blasonati a quelli del fast fashion.

Ed era controverso soprattutto il marsupio dei già citati Anni Ottanta – Novanta: era un aggeggio un po’ ingombrante e goffo, pensato più per assolvere a una funzione pratica che non per averne una estetica e dunque veniva spesso proposto in tessuti tipo nylon non esattamente accattivanti nonché in colori spesso esageratamente vistosi… Leggi tutto

Shine bright like… Deyemond??? Allora scegliete Eilish di Alice Canapa!

Ammiro chi, oggi come oggi, ha l’ardire di lasciare il certo per l’incerto.
Ammiro chi, oggi come oggi, rinuncia a un mestiere diciamo prestigioso (tipo medico, avvocato, commercialista, ingegnere..) per inseguire i propri sogni (tipo aprire un piccolo brand artigianale).
Ammiro chi ha questo ardire o questa follia, lascio a voi decidere di quale delle due cose si tratti.

Anche per esperienza personale, vi dico che ci vuole una dose di entrambi quasi nella stessa misura: ebbene sì, ammetto che bisogna essere un po’ pazzerelli per rinunciare, oggigiorno, a un posto fisso con stipendio certo, per esempio, eppure non è detto che la sicurezza economica sia tutto o che ci garantisca felicità.
Io, nel posto fisso, stavo rischiando di impazzire e di consumarmi, giorno dopo giorno e anno dopo anno, e ho fatto una scelta folle eppure coraggiosa, composta per una metà di rinunce e per l’altra metà di riconquista della mia vita.
Tornerei indietro? No, mai. Sono più felice oggi? Sì e posso dirlo dopo aver provato entrambe le situazioni.
Ho fatto la scelta giusta? Sì, ho fatto la scelta giusta per me (non pretendo che lo sia in assoluto) e lo dimostra il fatto che, nonostante nessuno sia libero al 100% da un qualche fardello (nel mio caso l’eterna incertezza economica da lavoro autonomo), affermo con decisione e sicurezza che non tornerei indietro e che sono più felice ora (e non di poco) rispetto a quando prendevo 14 mensilità da stipendio fisso pagato con puntualità ogni 27 del mese.

Con questo, non pretendo di dare lezioni di vita a nessuno, lo voglio dire molto chiaramente: ogni caso è a sé e, se qualcuno mi chiedesse consiglio, non suggerirei mai né l’una né l’altra scelta, ma suggerirei piuttosto di essere molto onesti, sinceri e obiettivi per quanto riguarda le proprie personali esigenze e i propri personali obiettivi.
Per questo dico di aver fatto la scelta giusta ma giusta per me.

Detto tutto ciò, ammetto di avere un debole e un’attrazione verso tutti coloro che hanno avuto il coraggio e la follia necessari per fare il grande salto cambiando il corso di una vita che poteva sembrare già tracciata: mi piace raccontare le loro storie e, stavolta, desidero raccontarvi quella di Alice Canapa, la fondatrice del brand Eilish.

Ancora una volta, le nostre strade, la mia e quella di Alice, si sono incrociate grazie al web e, precisamente, grazie a Instagram: conducendo le solite ricerche di oggetti e persone che siano capaci di catturare il mio immaginario, sono capitata sul suo account e sono stata colpita da tre sue affermazioni.

La prima – «Creo gioielli per portare nel mondo un po’ di autoironia», argomentazione che mi piace moltissimo perché considero l’autoironia come un ingrediente fondamentale in ogni impresa.
La seconda – «Credo fermamente negli unicorni», dimostrazione che Alice crede – come me – che ciò che spesso viene considerato impossibile possa invece diventare possibile.
La terza – «Glitter addicted»… e vuoi dirlo, cara Alice, a una che ha chiamato il suo spazio web A glittering woman? 😀

Detto fatto, in cinque minuti, dopo aver curiosato tra le foto di Instagram, ho cliccato sul link del negozio virtuale di Eilish su Etsy, il portale dedicato ad artigianato e vintage: lì ho scoperto un bel po’ di cose.

Alice racconta di essere nata nel luglio del 1987 a Osimo, uno splendido paesino nelle campagne marchigiane, vicino ad Ancona: è un’artigiana orafa ed è la fondatrice – appunto – del brand Eilish.

La sua passione per l’arte orafa nasce in parte grazie alla mamma che è amante dei gioielli e in parte per un grande amore di Alice stessa per tutto ciò che è a artigianato.
Accantonata la laurea in ingegneria (vedete che il mio citare gli ingeneri in principio non era poi del tutto casuale..), la nostra Alice ha capito che il suo lavoro doveva essere quello di orafa: si è rimessa a studiare e, dopo un diploma in oreficeria, ha cominciato pian piano a costruire il suo laboratorio.

Per Eilish, fa tutto da sola: disegna e crea i gioielli che sono principalmente in argento e ottone, gestisce i negozi online, spedisce, cura i social (l’account Facebook oltre al già citato Instagram) e i contatti con i clienti.
Il tutto avviene nel suo studio, «accanto al caminetto, al primo piano della mia casa».

I suoi gioielli rigorosamente artigianali parlano (molto) di lei: la sua follia (e lo dice lei!), la sua autoironia, il suo amore per il glitter e per il colore rosa…tutto si mescola aiutandola a creare accessori particolari e che non passano certo inosservati, perché i pezzi Eilish nascono con lo scopo di far sentire unica ogni donna grazie a un design moderno pensato per brillare in ogni occasione.

Negli ultimi anni, Alice ha anche cominciato a tenere dei workshop attraverso i quali insegna tecniche base di oreficeria: la sua idea è far capire che ogni persona è in grado di creare qualcosa con le proprie mani, anche chi si definisce negato (devo andare a trovarla…).
Dato il successo di questi workshop, all’inizio del 2014 e sempre a Osimo, è stata tra le fondatrici dell’associazione culturale Il Canapaio, un luogo in cui vengono organizzati laboratori in cui i creativi, locali e non, insegnano la loro arte.
Insomma, Il Canapaio (vi lascio anche l’account Instagram) è uno splendido esempio di vero spirito di condivisione, proprio come piace a me.

Forse, qualche lettore particolarmente attento (grazie ) ricorderà quando ho raccontato della mia malattia (ehm…) mania per gli occhi: infatti, tra le creazioni di Alice, ho scelto e acquistato (per ora…) un pezzo della linea Deyemond, ironico gioco di parole tra diamond e eye.
Nella foto in apertura, vedete pertanto la sottoscritta che indossa la collana con occhio in argento 925 disegnato da Alice: la nappina si può scegliere in cinque diverse varianti colore, mentre l’occhio è disponibile anche nella versione ottone placcato oro giallo.

Se vi piace la collana, la trovate qui e potrete apprezzare anche il motto scelto da Alice per questa sua linea, giocando un po’ con il ritornello di un celebre brano della cantante Rihanna: Shine bright like a diamond è diventato Shine bright like Deyemond.

Lo confesso: adoro Alice nonché la bravura e l’ironia che ha riversato in Eilish.

Meno male che non ha fatto l’ingegnere anche se, magari, sarebbe stata bravissima anche a fare quello.

Manu

Elogio del micro: Giovanna Checchi e i suoi Little Bit Bijoux

Come si evince facilmente dalle foto che condivido attraverso il mio account Instagram e come ammetto molto apertamente, ho una gran passione per gli anelli dalle dimensioni importanti, come li definisco io, o vistosi, come li definiscono (peraltro giustamente) altre persone.
Li amo talmente tanto da averne ricavato anche due post pubblicati nel blog (qui e qui) e, sebbene la mia ormai vastissima collezione (portata avanti con entusiasmo da quando avevo 15 anni) sia estremamente eterogenea quanto a forme, materiali e dimensioni, in effetti a prevalere sono proprio quelli che molti chiamano statement ring oppure cocktail ring – anche se le due tipologie non sono esattamente la stessa cosa.

Statement significa dichiarazione oppure affermazione e, abbinato all’ambito gioiello, va a indicare quei pezzi che, in effetti, sono una sorta di affermazione di importanza o affermazione di visibilità: statement ring indica dunque tutti quei pezzi che si fanno notare e che attraggono lo sguardo, non necessariamente o non esclusivamente per un valore economico, tanto da essere diventato anche un hashtag molto utilizzato proprio in Instagram.

Il discorso è un po’ diverso – e secondo me più affascinante – per quanto riguarda i cocktail ring e soprattutto le loro origini.
Anch’essi grandi, sfacciati ed eccentrici, in origine i cocktail ring erano permessi solo dopo l’ora del tè, da portare rigorosamente alla mano destra.
Cocktail ring, letteralmente anello da cocktail, è la definizione che ha sempre accompagnato il monile dall’epoca del proibizionismo americano, ovvero quel periodo fra il 1919 e il 1933 in cui negli Stati Uniti venne sancito il bando sulla fabbricazione, la vendita, l’importazione e il trasporto di alcool: furono anni in cui divenne estremamente seducente e affascinante l’idea di indossare tali anelli esagerati per partecipare a feste clandestine.
In queste occasioni, in ambienti estremamente selezionati, si poteva esporre tutto ciò che era considerato illegale: per quanto riguarda l’anello, più era prezioso e originale maggiore era il fascino di chi lo sfoggiava, in modo direttamente proporzionale.
I tempi cambiarono, il proibizionismo finì, ma il cocktail ring mantenne il suo fascino e continuò a essere presente nelle feste dell’alta società degli Anni Cinquanta – Sessanta.
Oggi non ci sono più veti assoluti, il galateo non è più vincolante come un tempo e prevale l’espressione della nostra singola personalità: capita che tutti gli anelli grandi vengano definiti cocktail ring in nome di queste intriganti origini e delle dimensioni importanti, ma in realtà, dal punto di vista tecnico, non è proprio così.
Inizialmente, per essere definito da cocktail, un anello doveva infatti essere non solo oltremodo grande ma anche essere dotato di una pietra preziosa incastonata a griffe, quel tipo di montatura che prevede che la gemma venga inserita all’interno di una corona costituita da un numero variabile (in genere da tre a sei) di punte equidistanti che formano una base a forma di cestino: inoltre, andava portato assolutamente a destra, ripeto, all’anulare o al dito medio.
Pian piano, sebbene la rigidità dell’etichetta sia andata scemando, è rimasto proibito portarlo all’anulare sinistro, dito dedicato esclusivamente agli anelli del cuore, ovvero la fede e l’anello di fidanzamento.
Attualmente non è necessario che il cocktail ring sia costoso: rimarrebbe invece valido, per godere dell’appellativo, che conservasse le caratteristiche della grande pietra (che siano gemme oppure pietre semi-preziose oppure cristalli) e della montatura a griffe.
Dunque, sarebbe forse meglio definire i grandi anelli moderni semplicemente come statement ring.

Chiudo qui la divagazione storico-sociale che spero abbia affascinato e incuriosito anche voi, miei cari amici che leggete, e torno a noi …
Scherzando (ma non troppo) affermo spesso che, prima o poi e appena metto da parte un gruzzoletto, consulterò uno psicologo allo scopo di dare un perché alla mia mania per gli anelli enormi… poi, invece, spendo (quasi) tutto quanto in bijou (enormi!) e allora volete sapere una cosa? Mi sono fatta una diagnosi da sola…
Perché mi piacciono gli anelli esagerati?
Ma perché sono esagerata in tutto ciò che mi riguarda: sono fedele a persone, cause e ideali fino allo spasmo, amo con ogni centimetro e ogni grammo della mia persona, sono logorroica, gesticolo troppo, faccio un sacco di smorfie con il viso, sono una collezionista seriale e, quando faccio shopping, a volte compro non una ma due cose… volete mettere il gusto di avere una maglia che mi piace in due colori?
Insomma, sono un vero disastro…
(Ditemi però che non sono l’unica, vi prego, ad avere la mania del doppio colore…)

Non solo, oltre a essere (un tantino) esagerata in ogni mia manifestazione, ho un altro significativo difetto: non ho mezze misure.
Passo da un estremo all’altro e dunque passo dalla passione per i bijou fuori misura alla passione per quelli piccoli, leggeri, delicati, poetici, ovvero quelli che riescono, in pochi centimetri e in maniera inversamente proporzionale alle loro dimensioni micro, a contenere e sussurrare milioni di suggestioni.

E così, stavolta, un’amante del macro si innamora del micro e ne fa un sincero elogio per un motivo ben preciso: Giovanna Checchi, l’anima di Little Bit Bijoux, il marchio che vi presento, è capace di miniaturizzare mondi interi – soprattutto fiori e origami – racchiudendoli in piccole sfere, semisfere, boccette da portare al dito, al collo, al lobo.

Classe 1981, stilista freelance di abbigliamento per bambini, Giovanna vive a Milano con il suo compagno e i loro bimbi.
Si definisce curiosa e sognatrice, appassionata di viaggi, disegno, musica e DIY (l’acronimo di do it yourself, equivalente dell’italiano fai da te).
Creatività e fantasia sono eterne costanti della sua vita.

Quello da stilista di abbigliamento bimbo è un lavoro che Giovanna ama, ma desiderio e bisogno di creare direttamente con le mani l’hanno portata a dar vita a Little Bit Bijoux.
Nel suo negozio su Etsy, il grande portale particolarmente dedicato al fai da te, si possono trovare i suoi bijou interamente fatti a mano, realizzati con passione, amore e cura per il dettaglio (letteralmente!): l’intento è offrire un prodotto bello, originale e ben rifinito, pezzi unici come unica è l’ispirazione da cui nascono e unica è la personalità di ogni donna che sceglierà di indossarli.

I fiori utilizzati sono tutti veri, pressati, essiccati e trattati in modo tale che rimangano invariati nel tempo.
Alcuni sono raccolti e lavorati direttamente da Giovanna, altri vengono da lei acquistati da fornitori di sua fiducia, esperti e competenti.
Anche i piccolissimi origami – soprattutto gru e barchette – racchiusi sotto le campane di vetro sono opera delle sue pazienti manine e sono realizzati con carte di riso esclusivamente di origine giapponese.
Non solo: Little Bit Bijoux nasce per soddisfare sogni e desideri, quindi le richieste dei clienti sono ben accette e Giovanna fa fronte anche a ordini personalizzati.

Chi mi conosce sa che, monili a parte, il mare è forse la mia più grande passione: nonostante sia nata in una grande città, mi trasferirei volentieri in un posto di mare e dico di avere l’acqua salata nelle vene insieme al sangue.
Amo il mare in ogni stagione e a qualsiasi latitudine: amo tutto ciò che me lo ricorda, la sabbia, le conchiglie, le barche – e non solo quelle vere.
Quand’ero bambina mi hanno insegnato a fare le barchette di carta e ne ero tremendamente affascinata: credo di averne fatte a centinaia, forse a migliaia, di ogni dimensione e colore.
Quando ho visto quelle in miniatura di Little Bit Bijoux… non ho potuto resistere.
Ho contattato Giovanna e le ho chiesto, oltre al pendente, se fosse possibile avere un anello poiché adoro combinare questi due monili: lei ha accettato e ha creato un anello che ha fatto decisamente capitolare una fan sfegatata degli statement ring.

Vi lascio con piacere il link di Little Bit Bijoux su Etsy (il negozio, tra l’altro, è aperto dal 2014) nonché il link del relativo account Facebook e il link di quello Instagram che è il luogo virtuale in cui prediligo fare ricerche e che – come in tanti altri casi – mi ha fatto trovare Giovanna: poi, siccome lei è di Milano come me, sono andata a trovarla di persona e lì, trovando una persona appassionata, entusiasta e capace, è scattata la seconda scintilla che ha fatto sì che io abbia deciso di scrivere di lei.
Se volete i miei stessi monili, quelli che vi mostro nella foto che apre il post, qui trovate la collana con la sabbia e la barchetta e qui l’anello.

Ah, a proposito di acquisti doppi…
Ma se, visto che amo gli origami, dopo la barchetta, io acquistassi anche la collana con la gru?
(Non c’è nulla da fare, sono proprio incorreggibile…)

Manu

Antica Sartoria, il sogno di Giacomo Cinque da Positano al mondo

Undici anni fa, in agosto 2007, trascorsi un periodo di vacanza nei pressi di Salerno.
Mi portarono a visitare le perle della splendida Costiera Amalfitana, da Atrani a Cetara, da Maiori a Ravello, da Praiano a Vietri, da Amalfi a Positano: proprio a Positano, ebbi occasione di conoscere il marchio Antica Sartoria innamorandomene perdutamente.
Raramente avevo visto in vita mia un luogo così colorato, fantasioso e allegro, in Italia e all’estero, e naturalmente feci degli acquisti.

Nonostante l’Antica Sartoria di Positano avesse lasciato in me una profonda impressione, nel tempo non ho più avuto occasione di visitare alcun punto vendita, almeno non fino a quest’anno quando mi sono trovata per qualche giorno a Sestri Levante (alloggiando per la seconda volta al b&b La Terrazza sui Fieschi): lungo la via dello shopping della bella cittadina ligure, ho visto alcune vetrine coloratissime e ho subito capito che si trattava di uno dei negozi del marchio che mi aveva rubato il cuore tanti anni prima.

Inutile dirvelo: sono entrata e, tra una chiacchiera e l’altra con il simpaticissimo personale che lavora in negozio, ho fatto acquisti tra cui la gonna e la borsa (adagiata sulla panchina) che potete vedere nella foto qui sopra che risale allo scorso 3 giugno a Verbania sul Lago Maggiore.
In verità, sono tornata anche il giorno dopo, ripensando ad altri articoli che avevo lasciato in negozio: il bottino finale, oltre a gonna e borsa, è stato di due collane (qui e qui), un paio di orecchini e una candida camicia in lino per mio marito (e della quale ci siamo innamorati entrambi).

L’entusiasmo riscosso dalla gonna attraverso il mio account Instagram (qui, qui, qui e qui) è stato davvero tanto e caloroso, dandomi conferma di quanto lo stile di Antica Sartoria piaccia a moltissime persone in modo assolutamente trasversale: piace perché è uno stile libero, caratterizzante ma anche da caratterizzare e vivere a modo proprio, un po’ hippie un po’ bohémien un po’ gipsy, sicuramente libero da frontiere e barriere di qualsiasi tipo, culturali oppure etniche.
Io lo identifico con i colori del nostro splendido sud ma, allo stesso tempo, mi ricorda quelli dell’America Latina e dell’Africa.

Tutto ciò mi ha fatto venire il desiderio di indagare meglio sul brand e su Giacomo Cinque, il fondatore, condividendo la storia con voi, amici che state leggendo, una storia che affonda le proprie origini negli Anni Sessanta quando, oltre al movimento hippie (o hippy), Positano sperimentava e lanciava l’interessante fenomeno dell’omonima Moda Positano.

In quegli anni, quando si partiva per una gita al mare, frequentemente non ci si sentiva a proprio agio a causa dell’abbigliamento da città, naturalmente formale ma inadatto alla Costiera: come per incanto, il clima in questa baia dorata è infatti sempre mite e quindi chi arrivava andava subito alla ricerca di parei, bermuda, pantaloncini, costumi e tutto quanto poteva essere utilizzato in spiaggia o in barca.
E così, i primi negozi di ceramiche e souvenir nati proprio in Costiera venivano assaliti da richieste del genere: essendo per tradizione e origini storiche degli ottimi commercianti, gli abitanti inventarono la cosiddetta Moda Positano improvvisandosi sarti e tagliuzzando foulard, asciugamani di lino e cotone, qualche volta saccheggiando i corredi delle spose e trasformando lenzuola finissime ricamate a mano e vecchi centrini da tavolo fatti a tombolo o a uncinetto in particolarissimi ed estrosissimi abiti da sera.
Questa moda sicuramente stravagante venne apprezzata fin dai primi momenti proprio perché diversa e impensabile dai celebrati e blasonati sarti e stilisti di Milano, Torino, Firenze, Roma.
In seguito, aiutati dalla naturale bellezza del luogo e avendo un carnet di ospiti stravaganti e facoltosi che (forse avendo già tutto) nutrivano grande voglia di diversità, i pezzari (così furono definiti) andarono a rifornirsi nei mercatini dell’usato poiché i corredi familiari erano finiti.
E furono proprio gli improvvisati sarti commercianti che, aiutati da imprenditori del calibro di Benetton e Fiorucci, inventarono il tinto in capo: la tintura in capo è una tecnica che consiste nel tingere un capo di abbigliamento già confezionato e questo richiamò l’attenzione di molti stilisti che producevano capi in bianco che venivano poi tinti successivamente a seconda delle esigenze proprio a Positano.
Negli anni, iniziarono a fiorire tante piccole botteghe e a questo punto posso introdurre Giacomo Cinque.

Nato a Positano, Cinque vive la sua infanzia nel momento clou, ovvero i fantastici Anni Settanta, e assorbe come una spugna tutta l’energia positiva e colorata di quell’epoca: giorno dopo giorno, cresce la sua passione per l’abbigliamento e lui passa con curiosità da un laboratorio all’altro nel momento dei pezzari e delle loro pezze.
Frequenta l’accademia di moda e, tra lezioni di storia dell’arte e del costume e lezioni di stilismo e modellismo, decide che tessuti, colori e filati sarebbero stati il suo mondo.
Giacomo Cinque riversa così tutto l’amore per i ricami e l’arte proprio nell’abbigliamento, iniziando a realizzare (come fa ancora oggi) capi stravaganti e qualche volta irripetibili.
Decide di vestire le vacanziere in giro per tutto il mondo, le immagina come allegre sirene in grado di ammaliare i più restii Ulisse tra tessuti colorati, pizzi bianchi e talismani portafortuna.
Nel frattempo, siamo arrivati ai primi Anni Ottanta e le sue creazioni diventano un fenomeno moda ambito da tutte le aziende locali e dai compratori che arrivano da tutto il mondo, tanto da essere corteggiato come una star.

Tenacia, gusto, tecnica, passione, intuito, umiltà e amore per il proprio lavoro sono gli ingredienti che decretano il suo successo e, dopo aver lavorato per quasi tutte le aziende positanesi come stilista, Giacomo Cinque decide di produrre una propria linea, spostando la produzione da Positano all’India, creando insieme al socio Riccardo Ruggiti il marchio Antica Sartoria con cui oggi vende il suo prodotto in tutti i negozi (qui trovate l’elenco) posizionati vicini ai mari del mondo o dove, per la bellezza dei luoghi e per cultura (Roma, per esempio), si fanno le vacanze o regna lo spirito festaiolo.
Sì, perché Giacomo Cinque ama definirsi come il sarto per le feste: «chiamatelo – si dice sul sitoe ve ne organizzerà una».

Perché ho deciso di parlarvi di Giacomo Cinque e della sua Antica Sartoria?

Il primo motivo ve l’ho detto: amo le sue creazioni e so di non essere l’unica.

Il secondo motivo è lo spirito imprenditoriale ed etico: vista l’esigenza – e la mancanza – di sarte e corredi, Cinque si è aperto alla continua scoperta di nuovi posti dove produrre con il nostro gusto e la nostra cultura, tenendo i prezzi accessibili a un turista attento ai dettagli.
Quindi Antica Sartoria produce oggi in tutto il mondo e vende in tutto il mondo, ma con il cuore e lo spirito positanesi e italiani. Ecco perché parlo di imprenditorialità ma anche di etica.

Antica Sartoria non è una moda di passaggio e supera i trend – e qui abbiamo il terzo motivo del mio apprezzamento: è un sodalizio magico tra la creatività del fondatore e l’abilità di artigiani (soprattutto indiani) produttori da secoli di cotoni e sete, artisti nel colore e coadiuvati da abili ricamatrici.

E a dimostrare che questa formula funziona c’è anche il numero di fan su Facebook, oltre 23mila, e su Instagram, quasi 52mila, merito – a mio avviso – di una filosofia che definirei ancora una volta hippie e bohémienne, in contrasto con un’epoca un po’ tesa e spesso difficile quale è la nostra e in cui ai figli dei fiori si sono (purtroppo) sostituiti hater, troll e leoni da tastiera…

E detta filosofia piacevolmente libera e leggera in senso buono è perfettamente riassunta dallo slogan «moda mare per amare».

Ecco, magari proviamo (almeno ogni tanto) a tornare a mettere fiori nei nostri cannoni.

Manu

Quando Rolling Stone ci invita a fare la nostra scelta…

Quella che vedete qui sopra è la copertina di luglio 2018 di Rolling Stone Italia, in edicola da oggi.
E io vorrei dire qualcosa in merito, soprattutto a chi sostiene che tale copertina sia esagerata, fuori luogo, populista, demagogica, sinistroide. Che si tratti di sciacallaggio, come ho letto da qualche parte.
Quel qualcosa che desidero dire non sono parole mie: le prendo in prestito dal tedesco Martin Niemöller (1892 – 1984), teologo, pastore protestante e oppositore del nazismo.
Le parole – che mi fanno pensare ogni volta in cui le rileggo – sono queste. Leggi tutto

La sharing economy arriva in spiaggia con la piattaforma Playaya

Mi sono sempre sentita cittadina del mondo poiché sono curiosa verso luoghi, culture e persone e perché trovo motivi per stare bene ovunque.

Tuttavia, mi sento profondamente italiana e sono molto orgogliosa di essere nata qui: amo profondamente il nostro Paese e credo che esservi cresciuta sia un plus che mi permette di apprezzare bellezza e cultura fin dall’infanzia.
Sono una strenua sostenitrice di tutto ciò che è Made in Italy e lo dimostro anche attraverso questo blog nel quale le creazioni nostrane e il genio di tanti nostri connazionali è raccontato, messo in evidenza, sviscerato.

Proprio perché amo e rispetto profondamente il nostro meraviglioso Paese, sono altrettanto obiettiva nel coglierne e ammetterne i difetti: penso che essere lucidi per quanto riguarda le criticità non sia affatto essere disfattisti bensì, al contrario, sia condizione necessaria per poi agire e risolvere.

La scorsa estate sono stata in Grecia, un altro Paese che amo moltissimo e che ho visitato tante volte (forse anche perché in tante cose assomiglia all’Italia…): tornando da quel viaggio, ho scritto un post in cui ho fatto un confronto mettendo in evidenza una delle criticità delle vacanze nel Bel paese, ovvero la rigidità del sistema spiagge e i prezzi proibitivi del noleggio sdraio-lettini-ombrelloni durante la stagione estiva.

Capite bene che, quando un paio di settimane fa, mi è stato sottoposta Playaya, la prima piattaforma che mira a snellire il sistema di gestione degli ombrelloni sulle spiagge italiane a opera di due intelligentissimi ragazzi italiani… beh, non potevo non accettare di parlarne, per dimostrare una volta di più quanto ci sia un bisogno (ah, ma allora certe cose non le penso solo io!), per dimostrare come la genialità italiana possa arrivare ovunque e per dimostrare come possa farlo attraverso un concetto che mi sta molto a cuore – ovvero quello della sharing economy.

Per caso, miei cari amici che leggete, arrivate sempre all’ultimo minuto e non trovate mai un ombrellone libero?
Siete stufi di stendervi al sole in una delle affollate spiagge libere italiane, cercando uno spazio (risicato) per il vostro telo e trovandovi gomito a gomito con il vicino?
La spiaggia attrezzata è fuori dal vostro budget (dal mio… spesso sì)?
Da oggi bastano pochi click per trovare l’ombrellone e risparmiare (quasi il 50%) sul prezzo di affitto.

Arriva infatti Playaya, la piattaforma che consente di affittare, anche last minute, un ombrellone scontatissimo per stendersi comodamente al sole in uno stabilimento attrezzato, per una giornata o solamente per qualche ora.

L’idea – come accennavo – è di due giovani soci (e fidanzati) torinesi, Stefano (26 anni) e Giulia (23, le due belle facce che vedete qui in alto ⇑) i quali, dopo un anno di intenso lavoro, hanno lanciato Playaya per mettere in contatto chi possiede un abbonamento in uno stabilimento balneare e sa di non utilizzarlo a pieno con chi lo sta cercando magari solo per qualche ora.

Attenzione: Playaya non è una piattaforma di booking bensì di condivisione, in perfetto stile sharing economy.

Il sistema è semplicissimo.
Gli stabilimenti che lo desiderano aderiscono gratuitamente al programma Playaya, mantenendo il completo controllo sulla spiaggia ma consentendo ai propri ospiti di mettere in sharing gli ombrelloni.
Chi affitta l’ombrellone in una spiaggia aderente a Playaya può iscriversi altrettanto gratuitamente alla piattaforma e mettere in rete le giornate, o le ore, che vuole condividere.
Il software Playaya calcola e suggerisce il prezzo di vendita del servizio (con uno sconto che va dal 30% al 50% sul prezzo di listino della spiaggia): chi è alla ricerca di un ombrellone non deve far altro che collegarsi e scegliere ciò che fa al suo caso.

«L’idea – racconta Giulia – ci è venuta l’anno scorso in Sicilia a Giardini Naxos dove mia cugina, che aveva un bimbo piccolo, ci ha prestato l’ombrellone che aveva affittato in uno stabilimento attrezzato poiché non lo utilizzava nelle ore più calde, dalle 12 alle 16. Per noi era semplicemente perfetto: ci svegliavamo tardi e andavamo via giusto in tempo per iniziare a pensare all’aperitivo. Come mia cugina, tantissime famiglie scelgono la comodità di una spiaggia attrezzata, ma non la utilizzano tutto il giorno, o tutti i giorni, lasciando vuoto l’ombrellone. E tantissime persone hanno voglia di stendersi al sole proprio in quelle ore. Di qui l’idea: Playaya sfrutta lo strumento della condivisione e consente, a chi lo desidera, di recuperare in parte i costi del proprio abbonamento in spiaggia offrendolo in sharing.»

Giuro, nonostante scrivere sia il mio mestiere… non avrei mai saputo spiegare meglio e più efficacemente il concetto e i motivi per cui Playaya mi piace: brava Giulia!

Trasparente. Comodo. Sicuro.
Tutte le transazioni sono effettuate tramite PayPal o carta di credito e, ogni martedì, Playaya rimborsa chi ha messo in sharing il proprio ombrellone nella settimana precedente.
Con un vantaggio economico anche per i gestori dello stabilimento che vedono i propri clienti più soddisfatti.

«Abbiamo iniziato – continua Stefano – dalla Liguria, dove moltissimi stabilimenti hanno aderito con entusiasmo alla nostra idea, Loano, Spotorno, Ceriale, Diano Marina, Bordighera, Alassio. Ogni giorno acquisiamo nuove spiagge da tutta Italia!»

E io auguro grande successo alla vostra iniziativa con tutto il cuore, ragazzi, perché lo meritate: siete l’esempio di ciò che sostengo, rilevare una criticità e risolvere con genio, entusiasmo e positività.

E dunque, con estremo piacere e assoluta convinzione, vi lascio il sito Playaya, la pagina Facebook e l’account Instagram.
A breve, Playaya sarà anche una app disponibile su Google Play e Apple App Store.

Manu

Ridefinire il Passato, ovvero parte l’edizione 2018-19 di Ridefinire il Gioiello

Lo confesso, sono tra coloro che pensano che sia l’uomo a rendere preziosa la materia attraverso il suo lavoro e non il contrario.

Questo pensiero mi guida in tutto ciò che faccio e in tutto ciò che scelgo di presentare, qui nel blog e attraverso il mio lavoro di editor.
Non sono una sostenitrice a ogni costo dei materiali nobili e della loro preziosità intrinseca (che spesso è preziosità economica e commerciale) e, al contrario, sostengo con convinzione che i materiali alternativi – quelli cosiddetti poveri oppure di riuso, di recupero, di riciclo o ancora estrapolati dalla loro funzione principale, come ho narrato per esempio in un recente post su Brandina, marchio che usa le tela dei lettini da mare per creare borse – siano in grado di dare le soddisfazioni più grandi, di creare la magia.

Tutto ciò è anche dovuto al fatto che attribuisco all’essere umano un ruolo fondamentale: è l’uomo con la sua azione, il suo operato, il suo intervento, la sua maestria, la sua intelligenza, la sua fantasia, la sua creatività e la sua capacità di guardare oltre a trasformare, plasmare, forgiare, elevare e, in molti casi, dare nuova dignità ai materiali, trasformandoli in oggetti compiuti, in qualcosa di intrigante o anche provocatorio.

Ed è proprio in quest’ottica che, dal 2014, sono tra i media partner di un concorso che si chiama Ridefinire il Gioiello.

Nato nel 2010 a cura di Sonia Patrizia Catena, il progetto è cresciuto edizione dopo edizione, diventando negli anni un importante punto di riferimento nella sperimentazione sul gioiello contemporaneo, di design e d’arte nonché un’interessante vetrina per artisti e designer.
È un progetto itinerante che promuove creazioni esclusive, selezionate dalla giuria e dai partner per aderenza a un tema sempre diverso nonché per ricerca, innovazione, originalità ideativa ed esecutiva: gioielli tra loro molto diversi per materiali impiegati (naturali, tecnologici, organici e inorganici ma non oro o argento se non per piccole minuterie) vengono uniti di volta in volta grazie a una tematica comune, sempre interessante e stimolante.

A fare la differenza e a dare il valore aggiunto è dunque l’idea, così come avverrà anche per la settima edizione di Ridefinire il Gioiello che vado oggi a presentare e introdurre.

L’edizione 2018 – 19 prende il nome di Ridefinire il Passato e chiede agli artisti di pensare e progettare un gioiello che valorizzi la memoria delle creazioni esposte al Museo del Bijou di Casalmaggiore.

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Valentina Cortese, splendido omaggio alla diva allo Spazio Oberdan

Valentina Cortese – Roma 1973 – foto Pierluigi

L’ho scritto in varie occasioni: reputo che, oggi, parole come icona e mito siano spesso abusate e applicate a persone, situazioni e cose che, in realtà, non sono né iconichemitiche.
Pensate che io sia un po’ troppo severa?
E allora permettetemi di farmi perdonare parlandovi di qualcuno che è davvero una icona e un mito, di qualcuno che è una grande diva: Valentina Cortese.

Nata a Milano (ma originaria di Stresa, sul Lago Maggiore) il primo gennaio 1923 (e dunque oggi 95enne), Valentina Cortese è stata una delle attrici di punta del cinema italiano degli Anni Quaranta assieme ad Alida Valli e Anna Magnani.
Da allora, la sua carriera è stata in costante ascesa: l’elenco dei suoi film e dei suoi lavori teatrali è pressoché infinito e ha lavorato con registi immensi tra i quali Michelangelo Antonioni, Vittorio Gassman, Federico Fellini, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli, François Truffaut, Giorgio Strehler, giusto per fare alcuni nomi.
Forse non si dovrebbe mai dire l’età di una donna e soprattutto di una diva, ma io credo che nel suo caso sia un valore aggiunto nel percorso di una persona straordinaria, vera icona di stile e star internazionale, da Cinecittà a Hollywood passando per il Piccolo Teatro di Milano.

Vi sto parlando di lei perché, fino a fine agosto, lo Spazio Oberdan di Milano ospita una bellissima mostra intitolata Valentina Cortese – La diva, un progetto di Elisabetta Invernici e Antonio Zanoletti.

La mostra – a ingresso gratuito – comprende oltre 30 scatti dei più grandi fotografi italiani e stranieri che raccontano la storia privata e pubblica di Valentina Cortese, simbolo di carisma e di eleganza.

La sua è una carriera lunga ben 70 anni, trascorsa calcando le scene di set e teatri al fianco dei più grandi registi, come vi accennavo, con un piglio e una professionalità che la rendono unica.
Visionaria e, al tempo stesso, dotata di quella concretezza artigianale indispensabile in ogni lavoro artistico, Valentina Cortese testimonia con la sua vita di donna e di attrice l’autorevolezza e la dignità di chi ha saputo farsi rispettare nel privato e nel pubblico, battendosi in prima persona per l’emancipazione femminile.

Le immagini in mostra sono sia a colori sia in bianco e nero, con la sorpresa di tre ritratti inediti scattati da Giovanni Gastel nell’estate del 2013 e che costituiscono l’immagine ufficiale più recente della diva.

Ma non è finita qui: oltre alla mostra, l’omaggio allo Spazio Oberdan prevede anche altro. Leggi tutto

Chez Blanchette: la moda artigianale, Made in Italy, familiare, responsabile

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando durante le ore di punta della mattina.
Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Dopo la strage, oltre 200 imprese del settore abbigliamento – così dicono le cronache – hanno siglato un accordo sulla sicurezza in Bangladesh; da un recente simposio alla Ford Foundation di New York è emerso che, da allora, sono state corrette una media di 60 violazioni per impianto e sono stati organizzati corsi sulla sicurezza per 2 milioni di addetti.
Sono passi verso una maggiore responsabilità, ma è solo l’inizio: le paghe sono ancora (troppo) basse, gli orari sono spesso senza regole e la strada verso una sicurezza totale, dunque, è ancora lunga.

A chi pensa che la colpa di tutto ciò vada esclusivamente al fast fashion, alla sua nascita e alla sua diffusione, dico di non farsi trarre in inganno.
Sul banco degli imputati non ci sono solo i ben noti marchi di moda low cost, bensì anche nomi blasonati fino ad arrivare alle maison di Alta Moda, in alcuni casi accusate di poca chiarezza a proposito delle risorse e delle materie prime utilizzate, spesso con riferimento a quelle di origine animale.

Volete un esempio circa il fatto che anche i brand blasonati non siano sempre innocenti? Leggi tutto

Comunicare – ovvero 5 anni di A glittering woman :-)

Credo che comunicare – e soprattutto comunicare noi stessi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra visione del mondo – sia un’esigenza che accomuna la maggior parte degli esseri umani.
E credo anche che ognuno di noi trovi il proprio modo, la propria modalità di espressione, la propria voce.
C’è chi la trova nella scrittura, chi nella musica, chi nella pittura, chi nella scultura, chi nella fotografia, chi nel calcare un palcoscenico ballando, recitando, cantando.
C’è chi comunica attraverso un pezzo di legno, costruendo un mobile o una barca, trasformandolo in un violino.
C’è chi parla con i mattoni, costruendo case o ponti.
C’è chi ama comunicare progettando giardini.
C’è chi lo fa cucinando pietanze.
C’è chi lo fa creando un abito, una borsa, un gioiello, un paio di scarpe, un profumo.
Ognuno trova il proprio modo e ciò è bello, è ricchezza. Leggi tutto

Se (come me) amate i tatuaggi, provate il Burro Lucidante di Bullfrog

Rimescolare le carte è cosa che mi piace, tanto che lo faccio abbastanza spesso.
Lo faccio soprattutto quando qualcuno crede di potermi inquadrare in una casella angusta e precisa, ovvero ciò che mi fa sentire prigioniera e che mi fa mancare l’aria.
Preferisco non farmi ingabbiare da nulla, perfino da ciò che più amo (come la moda e l’arte); non voglio negarmi alcuna possibilità a priori, preferisco coltivare il lusso della curiosità ovunque essa mi conduca.

E così, dopo aver parlato nei post più recenti proprio di moda e arte nonché una bella iniziativa a sfondo sociale, oggi cambio completamente rotta parlando di tatuaggi.
Qualcuno penserà «e che c’azzecca?» e io, allora, ve lo voglio dire 🙂
C’azzecca perché sono tra coloro che amano i tatuaggi tanto da considerarli una forma d’arte: oltre ad averne io stessa tre sulla mia pelle, ho parlato più volte di tattoo qui nel blog, sempre con accezioni abbastanza particolari (come la poltrona tatuata oppure le sneaker tatuate), così come farò anche oggi, visto che desidero parlarvi di un prodotto interessante che ha catturato la mia attenzione. Leggi tutto

Pepita Onlus e Cover Store insieme ai ragazzi per affrontare il cyberbullismo

L’argomento di oggi è il bullismo, anzi, precisamente il cyberbullismo.

Prima di tutto, desidero darne una definizione che sgombri il campo da qualsiasi scusa o equivoco o tentativo di sminuire la questione.
Cyberbullismo è qualsiasi atto aggressivo, prevaricante, intimidatorio, molesto compiuto da uno o più bulli tramite l’uso di strumenti telematici tra cui foto, video, sms, mms, telefonate, e-mail, siti web, chat, instant messaging.
Ed è cyberbullismo sia che si tratti di episodi continui, ripetuti, sistematici e sia che si tratti di episodi singoli; è cyberbullismo sia che l’atto si fermi alla molestia verbale sia che diventi aggressione fisica.

I bulli o cyberbulli sono tali verso i loro coetanei, ma anche verso gli adulti.
Lo sono infatti verso tutti i soggetti nei confronti dei quali cercare di affermare il loro potere, come per esempio una insegnante, come da tristissima cronaca recente…

Il bullismo è sempre esistito, parliamoci chiaro.
La tecnologia e il web hanno amplificato il problema tanto che l’argomento, oggi, è dolorosamente in auge ma attenzione: come dico sempre ai miei studenti e come ho scritto tante volte qui tra le pagine virtuali di A glittering woman, il web è solo uno strumento, esattamente come un sasso o un martello, e sta a noi decidere cosa farne.
Posso raccogliere un sasso e tirarlo da un cavalcavia; posso usarlo invece per costruire un argine.
Posso usare il martello per colpire qualcuno; posso usarlo invece per costruire cose.
Gli strumenti non hanno un’anima propria, siamo noi con la nostra volontà di far del bene o del male a fornirne loro una, rendendoli strumenti di vita oppure armi letali.

Oggi, siamo tutti chiamati a trovare modi efficaci per arginare il cyberbullismo: sono dell’idea che tra gli strumenti fondamentali vi sia un lavoro di educazione e rispetto che deve partire dalla famiglia e, al contempo, sposo anche iniziative pratiche come quella di Pepita Onlus e Cover Store. Leggi tutto

Marry Marry Trends, ovvero quando matrimonio fa rima con creatività

Avete già preso impegni per domenica 15 aprile?
La vostra agenda è ancora libera per quel giorno e il matrimonio fa parte dei vostri progetti futuri? Anzi, magari avete già fissato la data?
Vi consiglio allora di fare un salto a Marry Marry Tends.

Di che cosa si tratta?

Marry Marry Trends è un evento ideato dalla celebre designer Annagemma Lascari per mostrare come le tendenze moda possano arricchire il mondo del matrimonio in modo diverso e originale; consiste in una giornata in cui 200 future spose potranno partecipare a un talk show che racconterà, attraverso i vari professionisti che sono stati coinvolti, tre tendenze mutuate appunto dalla moda e trasformate da Annagemma in wedding trends.
Il primo Bridal Talk Show sarà così un’ottima occasione per condividere idee per il matrimonio, dalla mise en place alle partecipazioni, dalla palette dei colori alla scelta dei fiori.

Marry Marry Trends: perché?
Perché una visione aperta e trasversale sulle attuali tendenze in ambito moda e lifestyle può influenzare positivamente il mondo del matrimonio: l’obiettivo è giocare con il genio creativo italiano e con alcune eccellenze in grado di trasformare proprio quel genio in tante idee pratiche.
L’evento nasce per celebrare i 25 anni di Atelier Lascari in una location particolare, ovvero lo Zelig di Milano, tempio dell’umorismo e locale dedicato al cabaret, noto per aver lanciato numerosi comici e per aver dato vita all’omonima trasmissione televisiva.
Questa location è stata fortemente voluta da Annagemma Lascari poiché rispecchia appieno il suo spirito anticonformista e all’avanguardia nonché la sua filosofia: la vita si affronta sempre con un tocco di ironia e divertimento, giorno del matrimonio incluso.
Eclettico e talentuoso Direttore Creativo dell’omonimo Atelier nato nel 1993, esperta di Haute Couture e creazioni di lusso, Annagemma ha collaborato con maison del calibro di Ferré, Dior, Capucci, Schiaparelli: ama disegnare, progettare e creare un abito unico per ogni sposa.

Marry Marry Trends: chi saranno i professionisti coinvolti?
Annagemma sarà supportata da un team di professionisti che rappresentano l’eccellenza ognuno nel proprio campo: Barbara del Sarto Make-Up Artist, Elisabetta Cardani Flower Designer, Fiore all’Occhiello Jewelry Design, Franco Lops Photographer, Giulia Soldati Food Designer, Luca Vezzali Mixologist (ovvero specializzato in mixology, l’arte della miscelazione dei drink, nuova frontiera del bartending), Michele Tranquillini Illustrator, i fratelli Petti di Petti Banqueting e – last but not least – Salvo Filetti Hair Designer.
Mariella Milani, celebre giornalista e autorevole esperta di moda, sarà la madrina dell’evento.
Ci sarà poi un Web Media Partner ovvero Zankyou, il portale di nozze più visitato al mondo.

Marry Marry Trends: quando e dove?
Come anticipavo, il tutto si svolgerà domenica 15 aprile dalle 11 alle 19 presso lo Zelig in Viale Monza 140.
L’evento sarà diviso in 2 slot di 3 ore ciascuno, con 100 spose al mattino e 100 al pomeriggio.
La partecipazione è gratuita e potete registrarvi qui oppure scrivere a hi@marrymarrytrends.it 🙂

Dovete sapere che sono stata invitata alla conferenza stampa di presentazione di Marry Marry Trends, organizzata lo scorso 15 marzo sempre allo Zelig: ho partecipato con curiosità e, oltre ad aver ascoltato i vari professionisti che ho elencato qui sopra, oltre ad aver testato alcune specialità di Petti Banqueting (date un occhio qui) ed essere rimasta affascinata da Giulia Soldati e dalla sua proposta sensoriale attraverso Contatto Eating Experience (date un altro occhio qui), ho anche saputo quali sono le tre tendenze individuate da Annagemma e che saranno protagoniste durante l’evento di domenica 15 aprile.

Non posso svelarvi tutto, ma voglio dirvi almeno i tre nomi che sono particolarmente evocativi: Ralph Universe, 90’s CK, Roberta di Camerino.
Ovvero lo stile un po’ hipster di Ralph Lauren, il rigore e la pulizia di Calvin Klein, l’eleganza e la femminilità di Roberta di Camerino: l’evento metterà in scena fisicamente queste tre tendenze, interpretate individualmente dai vari professionisti.

Creatività, innovazione, unicità: sono i tre sostantivi che Annagemma e i suoi partner hanno ripetuto più volte durante la conferenza stampa, sono le parole che mi hanno convinta a sposare a mia volta il progetto Marry Marry Trends, visto che – da brava anticonformista – l’idea di di svecchiare e sovvertire i canoni più classici del matrimonio piace molto anche a me.

Perché cedere all’omologazione proprio il giorno del matrimonio?
Date retta ad Annagemma Lascari, divertitevi e costruite il vostro modo.
Io l’ho fatto: quand’è toccato a me, ho costruito il mio modo e sapete una cosa?
Non me ne sono mai pentita. A partire da colui che ho sposato, naturalmente 😉

Manu

Pillole dalla mia #MFW: Croci & Anada FW 2018 – 19

Visto che, costantemente e con entusiasmo, offro il mio sostegno al talento in tutte le sue forme ed espressioni, oggi mi fa piacere raccontarvi un’esperienza che ho vissuto al termine della recente Milano Fashion Week: ho assistito a una sfilata di dogswear, ovvero abbigliamento per amici a quattro zampe.
Una sfilata che ha trasformato la passerella da catwalk in… dogwalk!

Da buona curiosa di natura (e in senso assolutamente positivo) quale sono, non mi nego a priori alcuna possibilità: visto che non ero mai andata alla sfilata di una stilista per cani (sebbene io sia invece talvolta capitata a sfilate di stilisti un po’ cani… oops, mi è scappato), ho detto a me stessa «perché no?» e così, mercoledì 28 febbraio, mi sono ritrovata seduta in prima fila ad applaudire con entusiasmo splendidi modelli a quattro zampe.

A sfilare è stato un nuovo brand di nome Anada con uno show dedicato al dogswear ma non solo, poiché la sfida è quella di realizzare un concept che abbracci mondo animale ma anche creatività in tutte le sue declinazioni – e questo, naturalmente, è un aspetto che mi piace molto, ovvero creatività senza barriere e senza rigide distinzioni.
Il punto di forza di Anada è infatti l’abbinamento tra capi e accessori per cani e capispalla per i proprietari, in un armonico e riuscito incontro tra tessuti tecnici e materiali all’avanguardia.

Durante lo show al quale ho assistito, è stata presentata in particolare la collezione Anada FW 2018 – 19 che prende ispirazione dal british style proiettandosi nel futuro: tweed, pied-de-poule, tartan vengono rivisitati con ironia e incontrano materiali e ispirazioni moderne e un po’ pop.
La personalità dei capi, la qualità dei materiali e la vestibilità al limite del sartoriale sono le prerogative della collezione che vuole rappresentare il nuovo standard dell’abbigliamento cinofilo di alta gamma.
Forme e colori sono ispirati ai maggiori trend, come per esempio le stampe che richiamano mondo orientale e street style; non mancano tessuti tecnici anti-pioggia proposti in colori accattivanti.
A contraddistinguere Anada è inoltre la forte attenzione per i dettagli, anche grazie a collaborazioni importanti come quella con Malucchi, azienda toscana leader nella lavorazione delle pelli per la creazione di accessori di qualità.
(Qui trovate un po’ di foto dello show prima-durante-dopo e qui trovate il piccolo video che ho girato io.)

La collezione Anada, tutta Made in Italy, è disegnata da Anastasia Bessarab.
Anastasia ha trascorso la sua vita tra Russia, Italia, India, Cina e ha tratto ispirazione da queste diverse culture; fattore determinante nella creazione del nuovo marchio è stata la conoscenza e la collaborazione con Dario Croci.
I due hanno infatti unito i quasi 30 anni di esperienza dell’azienda Croci nel mondo degli animali con le idee spumeggianti e piene di creatività di Anastasia.

Croci nasce in provincia di Varese nel 1990 grazie all’intuizione imprenditoriale dei fratelli che hanno dato il nome all’azienda: nel corso degli anni, attraverso il costante investimento nella ricerca, la continua innovazione e l’attenzione prestata alle richieste dei clienti, Croci ha conquistato un importante ruolo di leadership nel mercato.
Il core business parte da acquariologia e cinofilia per offrire una vasta selezione di prodotti che spaziano da accessori e abbigliamento per cani fino ad arrivare al pet food: il marchio offre prodotti caratterizzati da importanti valori quali affidabilità, innovazione e rispetto per l’ambiente, come le lettiere ecologiche.

Croci (qui il sito) e Anada (qui il sito) desiderano creare una connessione emotiva tra umani e animali domestici, un mondo in cui il secondo è parte integrante di una nuova idea di famiglia; è una visione rivolta soprattutto alle generazioni future che – si spera – siano in grado di abbandonare dogmi e pregiudizi del passato.

«Vedo il progetto Anada come qualcosa di profondamente innovativo, focalizzato su prodotti di alta qualità, prodotti per persone e animali, con l’obiettivo di creare un’esperienza unica e interessante.»
Così racconta Anastasia Bessarab e infatti, a chiudere la sfilata, sono stati due levrieri salvati dall’associazione non lucrativa GACI, acronimo di Greyhound Adopt Center Italy.
Dal 2002, GACI (la prima associazione di questo tipo nata nel nostro Paese) si occupa di salvare e far adottare levrieri reduci da una vita di sfruttamento nei cinodromi nei paesi anglosassoni e spagnoli.

Insomma, sfilata e collezione hanno mostrato di avere tutti gli elementi che prediligo: la storia di una bella azienda italiana, il talento, la creatività, il coraggio delle idee e del cambiamento, un tocco di emozione.
E volete sapere una cosa?
Non ricordo di essermi mai divertita così tanto a una sfilata, non ricordo di aver mai riso tanto (e guardate qui com’ero invece pensierosa mentre attendevo che iniziasse…).
E non ho riso perché fossi capitata alla sfilata di uno stilista un po’ cane, come accennavo scherzosamente ma non troppo in principio (e comunque quegli stilisti qui non entrano, visto che per fortuna il mio piccolo spazio è libero e autonomo…), bensì ho riso a cuor leggero perché in passerella ho visto bellezza, creatività, spontaneità.

Ben fatto, Anastasia e Dario.

Manu

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