Fashion Victims, quelle VERE vivono, lavorano (e soffrono) in India

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale “accidentale” nella storia umana moderna.
Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando – e per questo ho messo “accidentale” tra virgolette…

Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Chi ha buona memoria, ricorderà forse che di tutto ciò ho già scritto lo scorso anno. Continuerò a farlo, continuerò a scriverne finché sarà necessario, fino a quando non ci sarà un vero cambiamento, così come continuerò (anche questo come ho già fatto l’anno scorso) a scrivere di Fashion Revolution, il movimento presente in 102 Paesi nel mondo che è stato fondato da Carry Somers (stilista per oltre 20 anni con il brand Pachacuti che ha rivoluzionato il concetto di trasparenza nell’ambito della catena produttiva nella moda) e da Orsola de Castro (voce autorevole della moda sostenibile con il suo marchio From Somewhere fondato sul concetto di upcycling).

Nel 2013, dopo la tragedia del Rana Plaza, Carry e Orsola hanno deciso di fondare Fashion Revolution, organizzazione che conduce una costante campagna di sensibilizzazione rivolta soprattutto al consumatore finale: promossa attraverso stampa e social media, prevede eventi che siano mirati a promuovere il concetto di moda etica e di sostenibilità.

Nell’ottica di tale campagna e insieme a Fashion Film Festival Milano nonché in occasione della Fashion Revolution Week 2019 (22-28 aprile), Fashion Revolution ha promosso martedì 23 aprile la proiezione di “Fashion Victims”, docu-film di Chiara Ka’Hue Cattaneo e Alessandro Brasile.

Il documentario “Fashion Victims” è ambientato nel Tamil Nadu, ovvero uno dei 29 stati che compongono l’India: questo stato si trova nel sud del Paese e qui milioni di adolescenti e di giovani donne lavorano nell’industria tessile, dalla filatura alla tessitura del cotone fino alla confezione di capi di abbigliamento, per il mercato locale e internazionale. Leggi tutto

Creatività a quattro mani tra mamma e figlia con byMo design

Avviso: state per leggere l’ennesima delle storie di talento che amo raccontare qui in A glittering woman ed è una di quelle che hanno tutti gli elementi che preferisco.

Partiamo?
C’era una volta…
No, scusate: ci sono oggi due donne, precisamente una già adulta (che si chiama Laura) e una ancora bambina (che si chiama Viola).
A legarle è uno dei rapporti più intensi che esistano: sono mamma e figlia.

Dalla mente creativa di Laura Moalli, designer e fondatrice del marchio byMo design, nasce You are my Person: potrei forse descriverla come una linea di t-shirt, ma sarebbe limitativo poiché è il risultato di un lavoro a quattro mani e due cuori, quelli di Laura stessa e di Viola, la sua bambina di 9 anni.

Le t-shirt, in cotone bianco e rigorosamente Made in Italy, variano per la lunghezza delle maniche: lunghe, a tre quarti oppure corte.
Ciò che le rende particolari è il fatto di essere dedicate espressamente alle mamme e alle loro bambine: ogni modello, infatti, è disponibile sia per la mamma sia per la figlia, a partire dai 2 fino agli 11 anni, e Laura deve ringraziare la sua bambina perché le stampe che ornano le maglie sono la riproduzione dei disegni che Viola ha realizzato qualche anno fa, quando aveva tra i 5 e i 7 anni.
Viola è dunque una giovane artista in erba che Laura ha saputo riconoscere e coinvolgere in un progetto che, adesso, è il loro. Leggi tutto

Dunia Algeri e la lana baby alpaca, dal Perù alla lavorazione in Italia

Tra le belle scoperte che ho avuto modi di fare durante queste settimane di presentazione delle collezioni autunno / inverno 2019 – 2020 a stampa e blogger, figura senza alcun dubbio Dunia Algeri.

Dunia… siete incuriositi – come me – da questo nome?

Ebbene, partiamo proprio da questo: viene da Delitto e castigo, il romanzo pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij e ambientato a San Pietroburgo.

Protagonista del romanzo è Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov il quale ha una sorella di nome Avdot’ja Romànovna Raskol’nikova, chiamata anche Dunja o Dùnečka, personaggio di elevato valore morale e descritta come donna molto bella.

I Romani dicevano Nomen omen, sostenendo che nel nome di una persona sia già indicato il suo destino: devo dire che, anche questa volta, la locuzione si conferma come esatta.

Ma torniamo alla nostra Dunia che (brava e bella) è partita da un’idea precisa e virtuosa: rendere omaggio alla nonna paterna Giulia e alla sua expertise.

A Pedrengo in provincia di Bergamo, negli Anni Sessanta, nonna Giulia (le cui foto si trovano anche nell’atelier che ho avuto il piacere di visitare lo scorso 20 marzo, eccone una qui sotto) realizzava maglioni con il suo telaio manuale (anch’esso presente in atelier): Dunia ha deciso di fare la stessa cosa – ovvero splendidi maglioni – ma con un filato molto particolare che si chiama baby alpaca. Leggi tutto

Curiel SS 19 Haute Couture: dai fogli di carta ai fogli di chiffon, tulle, seta

Sono innumerevoli gli autori, dagli scrittori fino ai cantanti, che hanno paragonato il tempo a un foglio, usando la metafora del libro.

Il passato viene paragonato a un libro già scritto, mentre presente e futuro sono libri ancora da scrivere, fogli bianchi da riempire.

Stavolta, a lasciarsi guidare da questa bella metafora, è una maison di moda e così la collezione Curiel SS 19 Haute Couture diventa una storia di fogli.

Ci sono i fogli di carta ingialliti dal tempo e ritrovati per caso in uno scomparto segreto della libreria, un tesoro di disegni e appunti firmati da Gigliola Curiel (nipote della fondatrice Ortensia Curiel) a partire dagli Anni Quaranta; e ci sono invece i fogli di chiffon, tulle oppure seta, virtuosamente assemblati uno sull’altro in sartoria per creare volumi, strati di colore e… tocchi di poesia.

Nasce così un’alta moda senza precedenti perfino nella poetica di questo pregiato atelier: una vera e propria scatola del tempo che contiene passato, presente e futuro.

Si comincia dall’omaggio proprio a Gigliola Curiel, incredibile signora di Trieste che, verso la metà degli Anni Quaranta, arriva a Milano: apre una prima sartoria in via Durini e, nel giro di tre anni, si ritrova con 128 lavoranti a tempo pieno. Leggi tutto

Couturier Maestri d’Arte, un concept store dalla Sicilia a Milano e oltre

Un bozzetto della location di Couturier Maestri d’Arte

Credo che, grazie a questo sito e attraverso tutti i miei canali social, sia ormai nota quella che è la mia più grande passione: il talento.
Sostenere la capacità in ogni sua declinazione e contribuire a far conoscere e circolare le varie forme che il talento può assumere; tutto ciò è quasi una missione che mi dà gioia, lo confesso.

È dunque con estremo piacere che condivido la notizia dell’inaugurazione a Milano di un progetto che ha tutto il potenziale per cambiare le attuali logiche del mercato per quanto riguarda cultura e moda (e io lo spero vivamente).

Il progetto al quale mi riferisco si chiama Couturier Maestri d’Arte e non è un negozio e nemmeno una casa di moda: tra mecenatismo contemporaneo e incubatore d’impresa, quello che l’imprenditrice siciliana Raffaella Verri ha ufficialmente presentato alla stampa lo scorso 28 febbraio nel concept store posto tra Largo Donegani e via della Moscova è piuttosto un progetto imprenditoriale che, dando voce a creativi emergenti, mira a rilanciare il concetto di lusso.

Si punta infatti su due elementi – unicità e valore dell’esperienza – per contrastare l’omologazione, vendere manufatti unici, esportare genialità italiana e – perché no – creare un nuovo fermento creativo: protagonisti del concept store e del racconto sono giovani stilisti, artisti, fotografi e creativi.

Couturier Maestri d’Arte propone prodotti e servizi di elevato livello qualitativo e, se la cifra stilistica del progetto è l’eleganza della Sicilia di una volta, il linguaggio è invece molto attuale.

«Eccellenze dell’arte, della moda, della fotografia, del gioiello, dell’architettura, ma non solo: attraverso una selezione accurata di artisti e brand vorrei raccontare l’infinito patrimonio culturale e artistico siciliano. I veri protagonisti saranno talenti capaci di lavorare sull’unicità che caratterizza ogni persona»
Così racconta la Verri ed ecco perché parlo di mecenatismo contemporaneo. Leggi tutto

YOOX ospita in esclusiva Franca Sozzani Private Collection

Quando ho fondato questo piccolo spazio web, ho voluto raccontare nella pagina Chi sono il mio pensiero circa abiti e moda.

Ho raccontato come io consideri la moda una forma di cultura, una modalità di libera espressione e di comunicazione personale e sociale, un linguaggio istantaneo e immediato che amo e rispetto.

Ho raccontato come io pensi che l’estetica non può e non deve essere slegata dall’etica e dai contenuti: la moda non è mera apparenza, può (e per me deve) essere anche sostanza ed essenza.

Ho raccontato come io – altamente imperfetta – abbia scelto una dimensione che molti credono essere basata esclusivamente sull’apparenza; ho raccontato come io abbia deciso di lavorarci portando testardamente avanti la mia visione basata (anche) su contenuti e sostanza.

Ho raccontato infine che per me i vestiti non sono fatti per farci apparire più giovani o più magri – o non solo per quello: i vestiti sono suggestioni e sogni tradotti in stoffa e noi, a nostra volta, possiamo sceglierli affinché ci rappresentino, attraverso la nostra interpretazione e personalizzazione, attraverso sottrazioni o aggiunte, per comunicare con gli altri e per raccontare chi siamo.

Sarò stupida, illusa, pazza, visionaria, cocciuta, ostinata ma nessuno mi fa cambiare idea: ancora oggi, continuo a credere che la moda non sia solo un bel vestito o il bel visino di una modella.
Continuo a credere che sia molto di più.
E continuo a credere fermamente che la moda debba essere inclusiva, ovvero essere rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono.

Se tutto ciò è vero, se la moda è linguaggio, allora un guardaroba è un codice.
E costruire il proprio guardaroba, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, è come lavorare alla scrittura di un codice. Leggi tutto

Aspettando la primavera: i cappelli della collezione Doria 1905 SS 2019

Ho osservato che ogni volta in cui mi trovo in difficoltà, magari perché sto vivendo una situazione che non mi fa sentire completamente a mio agio, la mia testa inizia a ragionare in prospettiva futura, concentrandosi su ciò che verrà.

Non credo di essere l’unica alla quale capita; credo, al contrario, che questo sia il più classico tra i meccanismi di difesa del nostro cervello.

Prendete, per esempio, la mia avversione per l’inverno: non so dirvi, sinceramente, se a mettermi più a disagio sia il freddo o la poca luce, fatto sta che, appena ne ho l’ardire, inizio a pensare alla primavera.

E diciamo che, di solito, questo momento coincide con la seconda metà di gennaio: archiviato dicembre, archiviato il solstizio d’inverno (il giorno più corto dell’anno, con mia grande sofferenza), archiviate tutte le festività, posso iniziare a pensare che, tra poco più di 45 giorni (evviva l’ottimismo…), inizierà marzo, il mese che porta con sé la primavera, almeno da calendario.

È vero, gennaio è molto lungo (e spesso è il mese più freddo qui a Milano), febbraio è più corto ma può essere altrettanto gelido; eppure, è innegabile che la prospettiva futura è adesso quella di marzo e che ciò che verrà a piccoli passi è la bella stagione.

Tra l’altro, proprio in queste ultime sere, ho fatto caso a come le giornate stiano tornando ad allungarsi dopo il citato solstizio d’inverno: verso le 17 c’è ancora luce mentre, fino a dicembre, alla stessa ora era già praticamente buio. Leggi tutto

Pillole per la prossima bella stagione: Giulia Rositani SS 19 Il Drago e La Fenice

Dalla collezione Giulia Rositani SS 19 (ph. courtesy ufficio stampa)

Succede tutti gli anni: arriva l’autunno e io – che detesto il freddo – inizio a pensare a tattiche per scacciare dai miei pensieri la prospettiva del lungo inverno, una prospettiva che mi atterrisce.

Devo ammettere che, quest’anno, perfino qui a Milano non abbiamo ancora assaggiato il freddo: nonostante siamo ormai giunti a metà novembre, l’autunno è stato un po’ piovoso ma molto clemente per quanto riguarda le temperature.

Eppure, nonostante tale clemenza, la mia operazione di salvataggio mentale dal freddo è comunque iniziata e una delle mie tattiche di difesa è rifugiarmi nel pensiero delle collezioni di abbigliamento per la primavera / estate dell’anno a venire: l’idea dei capi per la stagione calda – in genere più colorati e anche più liberi quanto a tagli, forme e proporzioni – mi dà un immediato sollievo.

Se vi va di seguirmi, oggi vorrei condurvi con me alla scoperta di una collezione particolarmente allegra e portatrice di bonheur, firmata da una stilista che è già stata ospite in varie occasioni di A glittering woman (qui, per esempio trovate il racconto della sua collezione SS 2016 e qui quello della collezione SS 2015): mi riferisco alla giovane quanto talentuosa Giulia Rositani.

Lo scorso 15 giugno, in una calda giornata milanese e nella cornice della splendida Terrazza Martini addobbata come un immaginario Giardino dell’Eden (vi dirò presto perché l’Eden e qui e qui trovate un paio di miei scatti di quel giorno), Giulia ha presentato la sua collezione primavera – estate 2019 ispirata a mondi fantastici e, in particolare, alla favola Il Drago e la Fenice.

Nella collezione Giulia Rositani SS 19 il colore e la stampa sono i protagonisti indiscussi di capi ironici e allegri quanto raffinati.

I sogni della stilista (qui in un altro mio scatto di quel giorno in mezzo a due delle sue modelle), disegnati, stampati e ricamati su stoffa, si incarnano in una creatura leggendaria, simbolo di forza e tenacia: la fenice, spesso nota anche con l’epiteto di araba fenice o uccello di fuoco, una delle figure mitologiche più affascinanti di tutti i tempi.

Secondo la principale versione del mito, la fenice è diventata simbolo di morte e risurrezione: si dice «risorgere dalle proprie ceneri come l’araba fenice» poiché leggenda vuole che, dopo aver vissuto per 500 anni, la fenice sentisse sopraggiungere la sua morte e si ritirasse in un luogo appartato.

Qui accatastava le più pregiate piante balsamiche con le quali intrecciava un nido a forma di uovo e poi vi si adagiava, lasciando infine che i raggi del sole l’incendiassero e perendo dunque consumata dalle sue stesse fiamme.

Come ho già accennato, la collezione prende particolare ispirazione dalla favola Il Drago e La Fenice, la storia di un amore impossibile, la dichiarazione d’amore di Giulia nei confronti di due figure mitiche che rappresentano l’unione perfetta di due poli diversi e opposti (forza maschile per il drago e sensualità femminile per l’uccello di fuoco) eppure complementari e inscindibili.

Un tripudio di stampe, ricami e intarsi caratterizzano pertanto questa collezione dai colori pieni e brillanti che spaziano dalle nuance dei turchesi e del verde acqua – come le morbide gonne plissettate in georgette – fino al rosso passionale dei fiori che adornano ampi pantaloni in seta per giungere infine al nero del grintoso giubbino in pelle impreziosito da un brillante drago intarsiato.

Narra sempre la leggenda che, quando fu cacciata dal Paradiso Terrestre per la famigerata mela, Eva avesse offerto il frutto proibito a tutte le creature e che nessuna la rifiutò tranne la fenice che, per questo motivo, fu ricompensata diventando immortale: ogni collezione di Giulia si distingue per la presenza di un viso stilizzato (che è diventato la firma della giovane creativa) ed ecco che stavolta è il volto di Eva a caratterizzare la collezione apparendo su diversi capi, come per esempio la t-shirt (eccola qui in un’altra mia foto ed ecco il perché dell’allestimento in stile Giardino dell’Eden per la presentazione).

Boule iridescenti (che ricordano piccole mele) decorano la parte superiore del giubbino zippato, abbinato a gonne lavorate con piume; grazie a un abile gioco di trasparenze e anch’essi caratterizzati dalla stampa della fenice e del drago, gli abiti in organza vengono invece impreziositi nella parte superiore da luminose applicazioni di cristalli e rivelano sotto divertenti calzoncini fiorati oppure costumi da bagno che, per la prima volta, completano i look originali ma sempre sofisticati – ci tengo a sottolinearlo.

Come d’abitudine e anche nel caso della collezione Giulia Rositani SS 19, i disegni che animano le creazioni della stilista si confermano dunque fortemente emozionali e sono elaborati con un uso eccellente delle tecnologie più avanzate.

I capi di Giulia raccontano sempre una storia bifronte, come ama dire lei stessa, perché «una sola facciata non basta allo svolgimento della trama».

Direi, mia cara Giulia, che hai già fatto tua una lezione di vita fondamentale.

Manu

 

A seguire, alcuni outfit della collezione Giulia Rositani SS 19 Il Drago e La Fenice (ph. courtesy ufficio stampa).
Per visualizzare la gallery da pc, cliccate sulla prima foto
e poi scorrete con le frecce laterali.

Per seguire Giulia Rositani: qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

Pillole di MFW per la prossima SS 19: Off-Duty Icons by Disbanded

Dalla collezione Off-Duty Icons SS 19 di Disbanded

Che gioia poter scrivere «lo sapevo».
Ma non per il gusto – assolutamente fine a sé stesso – di poter affermare di aver avuto ragione, cosa che mi importa molto poco, tra l’altro: no, tale gioia ha carattere del tutto altruista e coincide con il piacere di assistere a un bel “ritorno”.

A chi mi riferisco? A Tania Mazzoleni, persona e professionista che gode di tutta la mia stima.

E virgoletto la parola ritorno perché, da una parte, credo che Tania non si sia mai fermata nemmeno un attimo per dare vita al suo nuovo progetto; dall’altra parte, però, credo anche di poter affermare che, dopo lo stop subito dal suo MAD Zone (di quello stop doloroso anche per me ho ampiamente parlato qui…), la sfilata dello scorso 23 settembre abbia in effetti segnato in modo eclatante il ritorno ufficiale di Tania.

Ed ecco perché posso affermare che «lo sapevo»: come scrissi al termine del post alquanto indignato di allora, sapevo che le avventure di Tania non erano affatto concluse, sapevo che sarebbe tornata e promisi di continuare a offrirle il mio aiuto, promessa che onoro oggi e che mi regala la gioia di vedere il ritorno di una persona di talento.

Ma aspettate, procediamo con ordine…

Durante l’ultima Milano Fashion Week e precisamente domenica 23 settembre, nella cornice di Palazzo Turati e nell’ambito di una manifestazione intitolata Mad Mood (format nato per promuovere talenti emergenti), Disbanded – brand di abbigliamento femminile creato da Tania Mazzoleni insieme a Sara Digiovanni – ha presentato la sua prima collezione.

Off-duty Icons – ovvero Icone fuori servizio – è la collezione primavera / estate 2019 del brand, una Fashion Art Collection ispirata ad alcune icone delle favole e ad alcune eroine contemporanee, tutte raccontate in chiave ironica e oltre qualsiasi cliché.

Cenerentola, Biancaneve, Alice e Wonder Woman danno insomma forfait e si dichiarano fuori servizio; lo status di single non prevede nessuna donzella in attesa di un ipotetico quanto fantomatico Principe Azzurro e il mito della wonder-woman-a-ogni-costo lascia spazio alla possibilità di non dover essere sempre necessariamente all’altezza, di non dover costantemente dimostrare qualcosa.

Prendendo spunto dal movimento dei quirkyalone (individui per i quali essere in coppia non è questione necessariamente primaria e che preferiscono piuttosto attendere la persona giusta anziché buttarsi in molteplici relazioni), Tania e Sara ci propongono di diventare icone di noi stesse, manifestandolo anche praticamente attraverso la libertà di un mix & match inedito tra capi giocosi ma anche fortemente femminili.

Sara, artista, e Tania, creativa, nate entrambe sotto il segno dei pesci, hanno deciso di nuotare nella stessa direzione e di unire le loro diverse esperienze lavorative per creare una linea di abbigliamento rappresentata da un mood decisamente pop: partendo da opere d’arte e rielaborandone i particolari attraverso un lavoro grafico, realizzano tessuti con stampe originali caratterizzate da colori intensi e soggetti ad alto contenuto ironico.

Il loro non è un copia e incolla tra arte e moda, ma un prodotto veramente creativo che, portando avanti e mixando il know-how di Tania e Sara nel campo della moda e dello scouting di nuovi talenti, viene contaminato da collaborazioni con altri designer emergenti.

Seguendo questa filosofia, per la realizzazione della collezione Off-Duty Icons, il brand ha collaborato con il fashion designer Ivan Iaboni (per la modellistica e un tocco folle del suo estro), con il designer Pasquale Bonfilio (che a mia volta seguo da anni per i suoi cappelli poetici e onirici, qui un esempio in un mio scatto del 23 settembre), con la designer Simona Girelli (anche lei nome che amo grazie alla sua inconfondibile tecnica basata sull’alterazione di materiali di uso quotidiano in grado di dare vita a gioielli scultura, guardate qui una sua collana) e – last but not least – con 13Ricrea.

Quest’ultimo brand ha proposto le Bisbag, ovvero borse reversibili in ecopelle, messaggere di pensieri disbanded (guardatene una in un altro mio scatto sempre dello scorso 23 settembre).

Già, perché quasi dimenticavo di focalizzarmi sul nome del brand: disbanded ovvero sciolto, libero da vincoli e legami, libero di pensiero e di fatto.

Poteva esistere nome più adatto per un brand che propone collezioni pop per chi ama essere ironica e vuole indossare – e un po’ diventare – un’opera d’arte?

Bentornata, cara Tania, ti stavo aspettando; felice che tu abbia portato con te un altro talento come Sara.

Manu

 

A seguire, alcuni outfit della collezione Off-Duty Icons SS 19 di Disbanded (ph. Marco Barbaro per il look book Disbanded, courtesy ufficio stampa); qui potete invece vedere tutta la collezione.
Per visualizzare la gallery da pc, cliccate sulla prima foto
e poi scorrete con le frecce laterali.

Per seguire il brand Disbanded, qui trovate il sito, qui la pagina Facebook e qui l’account Instagram.

A proposito di Tania Mazzoleni
Co-founder e Creative Director di Disbanded
Figlia di un pittore e illustratore, Tania è nata e cresciuta tra personaggi fantastici, immagini iper-realistiche e fumetti che hanno nutrito la sua immaginazione e creatività.
Giornalista, trend setter, talent scout: un’Alice contemporanea, com’è stata definita, che ha ideato e realizzato un concept store per promuovere nuovi talenti, MAD Zone®, definito dalla stampa «l’erede contemporaneo del format indimenticato lanciato da Fiorucci».
Laureata in Lettere Moderne, Tania intraprende più strade professionali grazie ai suoi diversi interessi e a un’indole che l’avvicina al mondo dell’arte e della moda.
Nell’estate del 2009, realizza e produce una linea di abbigliamento femminile ispirata agli Anni Settanta e al concetto del pezzo unico con una predilezione per gli abiti lunghi.
Dal 2013, Tania si è impegnata nello sviluppo del suo progetto MAD Zone® in cui, grazie alla passione per la ricerca, è riuscita a dare spazio a stilisti, artisti e designer emergenti creando uno store assolutamente non convenzionale prima a Roma e poi a Milano, in Via Brera.
È founder del format Alice in the box, dove è riuscita a riunire tutte le esperienze passate offrendo a terzi i servizi utili per creare il proprio fashion concept.

A proposito di Sara Digiovanni
Co-founder e Graphic Art Director di Disbanded
Dopo gli studi artistici, l’Istituto d’Arte prima e l’Accademia di Brera poi, Sara si inserisce nel mondo della moda appena ventenne entrando a far parte dell’ufficio stile del marchio Colmar poco prima della laurea.
Una serie di esperienze lavorative presso griffe e brand di rilievo – da Versace a Fureco, passando per Fixdesign, Fiat, Spyder Active Sport, Purotatto, Pistolesi, Giorgio Kauten, Factory Fashion – le permette di acquisire il know-how necessario per la creazione e lo sviluppo della grafica delle collezioni.
Successivamente, grazie alla collaborazione con il Gruppo Dupont e Rini Van Vonderen, affina la sua capacità di ricerca e l’attenzione alle tendenze.
Ritornando al primo amore, la sua arte si esprime come sintesi di tutte le esperienze conseguite nella moda: le sue tele sono frutto dell’unione tra innovazione tecnologica, un mix sapiente di diverse tecniche artistiche, pensiero e manualità legati da una forte impronta pop nei colori e nei contenuti.
Le sue opere – ironiche, surreali, visionarie e, spesso, concettuali – attirano l’attenzione di autorevoli critici d’arte che l’hanno potuta apprezzare durante le diverse esposizioni personali e collettive.

Pillole per la prossima bella stagione: Simon Cracker SS 19 #TEENDRAMA

Backstage della collezione Simon Cracker SS 19 #TEENDRAMA (photo credit Elisa Campesato)

Lunedì 22 ottobre sono stata a una sfilata… fuori.
Fuori tempo (riferendomi ai tempi della moda che vogliono che la stagione primavera / estate si presenti in settembre durante Milano Moda Donna) e fuori dai soliti luoghi (una location quasi segreta in zona Ripamonti).
Fuori da un certo sistema, insomma.

Mi sembrava di andare a un ritrovo semi clandestino, cosa da temerari della moda dato che, invece, attualmente si tende a sbandierare ai quattro venti eventi spacciati come super cool e super esclusivi… e per questo ho subito accettato, incuriosita e stimolata.

E ho avuto pane per i miei denti, in effetti.

A proporre la sfilata è stato Simone Botte, fondatore del brand Simon Cracker; a essere presentata è stata #TEENDRAMA, la sua collezione SS 2019 no gender.

No gender, gender fluid, agender, genderless, ungendered, co-ed: sono tutti i termini con cui oggi si tende a definire una certa estetica a sesso unico, ovvero quella moda che non prevede rigide distinzioni tra capi femminili e capi maschili.

Conoscevo già Simone, c’eravamo conosciuti lo scorso maggio a una precedente presentazione, quindi conoscevo la sua filosofia e il suo orientamento stilistico.

Con la collezione #TEENDRAMA, Simone propone un percorso fatto di ricordi d’infanzia che molti adulti vogliono rivivere, vogliono sentire nuovamente sulla pelle, ingannando il tempo con un cocktail di cliché e stereotipi incorniciati e messi in mostra come in un museo. Leggi tutto

Curieloves you, collezione Alta Moda FW 18-19 tra sogno e realtà

Magia, grazia, eleganza, poesia, sogno, incanto, creatività, capacità, maestria, qualità, bellezza: ecco cosa amo, ecco cosa cerco e perseguo nella Moda (quella con la M maiuscola), ecco cosa mi aspetto da lei.
In questa spasmodica ricerca, mai mi delude la Maison Curiel, la mia oasi di pace e bellezza e sogno in una moda (in questo caso in minuscolo…) che, troppo spesso, bada esclusivamente al soldo e non più al sogno.
Lo scorso 18 settembre, giusto all’inizio della più recente Milano Fashion Week, nella quiete e nella bellezza del giardino di Casa degli Atellani, splendida dimora quattrocentesca che è stata una cornice assolutamente perfetta e assolutamente in sintonia (qui e qui in due miei scatti proprio di quel giorno), la Maison Curiel mi ha permesso ancora una volta di volare: come per magia, grazie alla collezione Alta Moda autunno / inverno 2018-19, mi sono sentita sollevare e trasportare fino a una sfavillante Vienna con Gustav Klimt, Emilie Louise Flöge, Adele Bloch-Bauer…

Dal più profondo del cuore, sento dunque di dover dire un grande grazie, poiché Curiel mi aiuta a ricordare perché tanto amo la Moda.
Io vivo di questo e il resto… le polemiche, il clamore, certi show faraonici ed esagerati che talvolta nascondono una mancanza di idee stilistiche… ecco, tutto questo contorno resta per me solo pura chiacchiera (senza offesa per nessuno, per carità, visto che è detto da una che del chiacchierare ha fatto il proprio mestiere).
Mi sembra invece il minimo condividere bellezza e maestria con voi che state leggendo ora e che mi fate il dono di leggere le mie chiacchiere.
E allora vi lascio al racconto e alle immagini della collezione, sperando di poter estendere il piccolo miracolo che ho vissuto io stessa quel giorno, sollevandovi e trasportandovi fino a quella Vienna da sogno. Leggi tutto

Pillole di MFW per la prossima bella stagione: SS 19 Angelo Marani

Frammento della collezione SS 19 Angelo Marani in un mio scatto realizzato durante la recente MFW

Siamo (già!) a metà ottobre e l’estate sembra (quasi…) un ricordo lontano così come sta per diventarlo anche settembre, il mese del back to school e della Milano Fashion Week con l’edizione che ha presentato le proposte moda per la prossima primavera / estate 2019.
Come ho scritto in due post recenti, uno a proposito dello stilista Alberto Zambelli e uno a proposito del brand Lamberto Losani, so che (giustamente!) siamo tutti ormai proiettati verso l’autunno e l’inverno, ma mi fa piacere condividere con voi alcune anticipazioni, le collezioni che hanno attirato la mia attenzione in modo positivo in occasione della mia partecipazione a presentazioni e sfilate.

Continuo dunque il piccolo viaggio intrapreso presentandovi la collezione SS 19 Angelo Marani.

Credo che la mia stima verso la famiglia Marani sia cosa nota, tanto che non conto più post e articoli a loro dedicati, qui nel blog così come attraverso i miei canali social, da Facebook a Instagram, nonché attraverso le testate con le quali ho collaborato o collaboro tuttora.
Per anni ho seguito Angelo Marani – fondatore dell’omonimo brand, stilista innamorato della bellezza e della femminilità, orgoglioso portabandiera del Made in Italy – e anche la figlia Giulia che, ormai da tempo, ha intrapreso la stessa carriera, seguendo le orme paterne con umiltà, passione e capacità.
Quando, in gennaio 2017, Angelo Marani è prematuramente scomparso, oltre a provare un grande dolore (la stima nei suoi confronti è sempre stata professionale ma anche personale), mi sono interrogata circa la direzione che avrebbe preso il marchio senza di lui: la risposta me l’ha data proprio Giulia attraverso la collezione Angelo Marani FW 2018 – 19, una risposta forte, chiara, concreta e che profuma di heritage.

Giulia Marani ha infatti (meritatamente) raccolto l’eredità del padre Angelo e sta rendendo onore al lavoro da lui fatto in un modo che a me piace molto: sta mettendo mano al suo archivio storico e lo fa con rispetto, amore, curiosità e freschezza, rivisitando grandi classici e rendendoli contemporanei senza snaturarli, esattamente com’è tornata a fare anche per la collezione SS 19 Angelo Marani.

Ecco dunque che Giulia procede a passo sicuro tra stampe animalier, fiori e petali, lavorazioni pregiate e applicazioni minuziose di micro e macro borchie, tocchi di macramè (proponendolo in un motivo a stelle), bordure di piume di struzzo, colori acquarellati insieme ai toni della terra e a toni esplosivi come un’intensa sfumatura di turchese che ricorda il mare.
Giulia gioca piacevolmente con forme e tagli, con linee femminili, armoniose e danzanti, con sovrapposizioni inedite di materiali ma anche di stampe che uniscono classic e contemporary fashion.
Qualche esempio?
Il lupetto dal taglio sportivo in materiale tecnico viene messo sotto l’abito (come nell’abbinamento che ho fotografato qui); i foulard vengono invece portati sotto cappelli, alla pescatora o tipo baseball, per un effetto sofisticato ed estremamente attuale in un’alternanza festosa di fantasie e colori – come potete vedere nella foto che apre questo post.

Il risultato dell’operazione condotta da Giulia è estremamente femminile (proprio come piaceva ad Angelo Marani) ed è anche dinamico, versatile, pratico, vivace, vitale, grintoso e pop.
Viene così a stabilirsi un ponte tra heritage e contemporaneità, tra capacità manifatturiera (che ha sempre fortemente caratterizzato il marchio) e tecnologia; ed è così che – a mio avviso – si garantisce continuità ma anche innovazione, scrivendo presente e futuro di un nome che tanto ha fatto per consolidare e diffondere il buon nome del Made in Italy.

Manu

 

A seguire, alcuni outfit della collezione SS 19 Angelo Marani (ph. di Paolo Turina, courtesy ufficio stampa).
Per visualizzare la gallery da pc, cliccate sulla prima foto
e poi scorrete con le frecce laterali.

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Pillole di MFW per la prossima bella stagione, SS 19 Lamberto Losani

Lamberto Losani menswear & womenswear SS 19 in un mio scatto realizzato durante la recente MFW

E così, anche settembre è ormai finito portando via con sé la Milano Fashion Week o Milano Moda Donna con l’edizione che ha presentato le proposte degli stilisti per la prossima primavera / estate 2019.

Come ho scritto in un recente post a proposito di Alberto Zambelli, so che – giustamente! – siamo ormai tutti proiettati verso l’autunno e l’inverno, ma mi fa piacere condividere con voi alcune anticipazioni, le collezioni di alcuni stilisti che ho incontrato durante le numerose presentazioni e che hanno attirato la mia attenzione in modo positivo.

(Ebbene sì, confesso di aver visto anche proposte che non mi sono piaciute per niente ma ribadisco ancora una volta quanto io preferisca aprire bocca oppure pigiare i tasti del pc esclusivamente per dare spazio alla positività.)

Continuo dunque questo mio piccolo viaggio tirando in ballo una persona che ho avuto la fortuna di incontrare diversi anni fa: era il 2012 quando ho incontrato Saverio Palatella per la prima volta e se parlo di fortuna è perché Saverio è un vero professionista della moda e dei modi in cui essa si fa linguaggio. È un grande anzi grandissimo esperto di maglieria ed è uno sperimentatore.

(Se vi va, qui trovate un mio articolo su una delle sue sperimentazioni pubblicato da Scenario Magazine, testata con la quale allora collaboravo; qui nel blog trovate invece un post su una sua collaborazione con la cantante Rokia Traoré – giusto per citare un paio di progetti che raccontano l’immensa versatilità di Palatella.)

Tra le tante collaborazioni e i tanti progetti che costellano la carriera di Saverio, oggi desidero raccontarvi del suo lavoro in seno a Lamberto Losani, un nome che evoca a sua volta suprema qualità e innovazione. La maison leader nell’ambito del cashmere Made in Italy e che può contare su una storia lunga oltre 75 anni (78, per l’esattezza) si proietta verso il futuro grazie a una nuova sede, un assetto manageriale rinnovato e il debutto del menswear che va ad affiancare il womenswear a partire, appunto, dalla primavera – estate 2019.

Fondato nel 1940 e guidato oggi da Lamberto Losani, persona innamorata di arte e musica e votata all’armonia e alla qualità del bel vestire italiano in maglia pregiata, il brand ha infatti aperto uno showroom a Milano in via Spiga 2, nel cuore del quadrilatero dello shopping di lusso milanese e accanto ai protagonisti del Made in Italy. La foto in alto è stata da me scattata proprio lì lo scorso 22 settembre, quando ho avuto la possibilità di visionare la collezione e di accarezzarla, è proprio il caso di dirlo. Leggi tutto

Pillole di MFW per la prossima bella stagione: SS 19 Alberto Zambelli

SS 19 Alberto Zambelli (ph. courtesy ufficio stampa)

È appena terminata la Milano Fashion Week o Milano Moda Donna, in particolare l’edizione che ha presentato le proposte degli stilisti per la prossima primavera / estate 2019.
So che – giustamente – siamo ormai tutti proiettati verso l’autunno e l’inverno, ma mi fa piacere condividere con voi alcune anticipazioni, le collezioni di alcuni stilisti che ho avuto il piacere di veder sfilare e che hanno attirato la mia attenzione in modo positivo (ebbene sì, confesso di aver visto anche proposte che non mi sono piaciute per niente però, come sempre, preferisco aprire bocca o pigiare i tasti del pc solo dare spazio alla positività).

Inizio questo piccolo viaggio da lui, lui che, tra gli stilisti contemporanei, è indubbiamente uno dei miei preferiti poiché ha un’identità forte e riconoscibile eppure, al tempo stesso, è altrettanto capace di rischiare, di cambiare, di sperimentare, di evolvere: parlo di Alberto Zambelli.

La collezione SS 19 Alberto Zambelli guarda alla Natura più pura e incontaminata e forgia la materia fino a farla diventare quasi marmorea, pensando alle opere del grande Antonio Canova (1757 – 1822), l’artista ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo in scultura: è in suo onore che Alberto elegge il bianco – insieme a bagliori argento – a protagonista assoluto dell’intera collezione.

Proprio come in una scultura in cui il bianco è capace di cambiare e mutare, mai uguale a sé stesso, in cui è capace di assumere mille sfumature a seconda di luci e ombre, in maniera del tutto similare e parallela, lo stilista propone il bianco in molteplici tonalità: gesso, calce, roccia e ancora lattiginoso, lunare, glaciale.
E proprio come se ci trovassimo davanti a statue neoclassiche, le forme e i volumi – slegati dalla presenza di colore – si sviluppano liberi.
Le linee fortemente sartoriali emergono in tutta la loro forza, dando vita a strutture elaborate che eppure non costruiscono rigide architetture ma che – al contrario – riescono a conferire all’abito vita, anima e movimento a ogni singolo passo.
Alberto ci propone forme intriganti (a tunica, a kimono, a uovo) e gioca con le lunghezze (mini, midi, maxi) nonché con gli accessori, come tocchi di kidassia (vello di capra a pelo lungo), calze in lattice tipo seconda pelle, scarpe che ricordano i sandali tradizionali giapponesi (detti geta, a metà tra zoccoli e infradito), girocolli e orecchini con sfere in marmo.

A fine sfilata (qui un mio piccolo video) e poi subito dopo in backstage (qui trovate una sequenza di tre scatti), ovvero nei due momenti in cui ho ammirato la collezione SS 19 Alberto Zambelli nel suo complesso, mi sono ritrovata catapultata indietro nel tempo, a cinque anni fa, precisamente al pomeriggio in cui, in uno splendido giardino milanese, mi innamorai della collezione di esordio dello stilista, ovvero la SS 14, la prima con il suo marchio dopo lunghe esperienze in seno a molte realtà: in entrambi i casi, in quella occasione esattamente come per la SS 19, Alberto ha privilegiato la perfezione assoluta del bianco, il colore non colore che tutto contiene.

Da allora, le sue collezioni sono state costantemente concepite pensando a una donna elegante e sofisticata che non ha paura di giocare tra forme pulite e assolute, associate a materiali inediti con i quali Alberto ama spesso sperimentare, come accade anche nella collezione SS 19 nella quale troviamo, oltre a materiali quali la seta chiffon e il plissé double, anche altri più alternativi quali il latex, la viscosa liquida, il tecnosilver.
Ogni capo viene curato nel più piccolo dettaglio, dalla caduta del tessuto passando per il tipo di finitura fino ad arrivare a eventuali ricami e stampe: da qui nasce lo stile essenziale in cui Alberto Zambelli si riconosce – e in cui io costantemente lo riconosco, come scrivevo in principio.
Di stagione in stagione, di anno in anno, le sue collezioni sono il frutto di una continua e personale ricerca sulla contemporaneità, mantenendo un occhio attento al nostro prezioso passato, inteso non come qualcosa di vecchio e polveroso, bensì come un bagaglio ricco di tradizione, conoscenza, cultura che, in questo caso, l’ha condotto all’omaggio a Canova.
L’ulteriore attrazione per l’Oriente (vedere la linea a kimono e le calzature di ispirazione giapponese) ha portato Alberto a creare un concetto di stile purificato dall’eccesso.
In un continuo gioco di sovrapposizioni, profondità e volumi, le forme femminili vengono ridisegnate, esaltando il movimento che avvolge e svela delicatamente il corpo, addolcendo rigore e severità di linee quasi rigorose grazie a tessuti che esaltano l’anima delle sue muse.

In un’epoca di eccessi, di esagerazioni, di provocazioni (spesso gratuite quanto superflue, sterili e inutili), sono – infine – l’eleganza della pulizia e dell’essenzialità a catturare l’attenzione (detto da una che non ha certo fatto del minimalismo il suo stile ma che non sopporta i vuoti sensazionalismi quanto i tentativi di creare a ogni costo clamore).

E dunque… evviva.
Evviva Alberto Zambelli.

Evviva Alberto che dimostra che a uno stilista non servono le stranezze spinte all’estremo né gli atteggiamenti da divo consumato (o da divinità, nei casi più estremi…).
Basterebbe piuttosto avere il talento autentico, basterebbe avere il desiderio sincero di vestire il corpo femminile con passione e rispetto, di creare per noi donne e non esclusivamente per soddisfare il proprio ego (e il proprio conto in banca), esattamente come sapevano fare una volta quei creatori che meritarono il nome di couturier.

Manu

 

A seguire, i miei outfit preferiti nella collezione SS 19 Alberto Zambelli (ph. courtesy ufficio stampa).
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Antica Sartoria, il sogno di Giacomo Cinque da Positano al mondo

Undici anni fa, in agosto 2007, trascorsi un periodo di vacanza nei pressi di Salerno.
Mi portarono a visitare le perle della splendida Costiera Amalfitana, da Atrani a Cetara, da Maiori a Ravello, da Praiano a Vietri, da Amalfi a Positano: proprio a Positano, ebbi occasione di conoscere il marchio Antica Sartoria innamorandomene perdutamente.
Raramente avevo visto in vita mia un luogo così colorato, fantasioso e allegro, in Italia e all’estero, e naturalmente feci degli acquisti.

Nonostante l’Antica Sartoria di Positano avesse lasciato in me una profonda impressione, nel tempo non ho più avuto occasione di visitare alcun punto vendita, almeno non fino a quest’anno quando mi sono trovata per qualche giorno a Sestri Levante (alloggiando per la seconda volta al b&b La Terrazza sui Fieschi): lungo la via dello shopping della bella cittadina ligure, ho visto alcune vetrine coloratissime e ho subito capito che si trattava di uno dei negozi del marchio che mi aveva rubato il cuore tanti anni prima.

Inutile dirvelo: sono entrata e, tra una chiacchiera e l’altra con il simpaticissimo personale che lavora in negozio, ho fatto acquisti tra cui la gonna e la borsa (adagiata sulla panchina) che potete vedere nella foto qui sopra che risale allo scorso 3 giugno a Verbania sul Lago Maggiore.
In verità, sono tornata anche il giorno dopo, ripensando ad altri articoli che avevo lasciato in negozio: il bottino finale, oltre a gonna e borsa, è stato di due collane (qui e qui), un paio di orecchini e una candida camicia in lino per mio marito (e della quale ci siamo innamorati entrambi).

L’entusiasmo riscosso dalla gonna attraverso il mio account Instagram (qui, qui, qui e qui) è stato davvero tanto e caloroso, dandomi conferma di quanto lo stile di Antica Sartoria piaccia a moltissime persone in modo assolutamente trasversale: piace perché è uno stile libero, caratterizzante ma anche da caratterizzare e vivere a modo proprio, un po’ hippie un po’ bohémien un po’ gipsy, sicuramente libero da frontiere e barriere di qualsiasi tipo, culturali oppure etniche.
Io lo identifico con i colori del nostro splendido sud ma, allo stesso tempo, mi ricorda quelli dell’America Latina e dell’Africa.

Tutto ciò mi ha fatto venire il desiderio di indagare meglio sul brand e su Giacomo Cinque, il fondatore, condividendo la storia con voi, amici che state leggendo, una storia che affonda le proprie origini negli Anni Sessanta quando, oltre al movimento hippie (o hippy), Positano sperimentava e lanciava l’interessante fenomeno dell’omonima Moda Positano.

In quegli anni, quando si partiva per una gita al mare, frequentemente non ci si sentiva a proprio agio a causa dell’abbigliamento da città, naturalmente formale ma inadatto alla Costiera: come per incanto, il clima in questa baia dorata è infatti sempre mite e quindi chi arrivava andava subito alla ricerca di parei, bermuda, pantaloncini, costumi e tutto quanto poteva essere utilizzato in spiaggia o in barca.
E così, i primi negozi di ceramiche e souvenir nati proprio in Costiera venivano assaliti da richieste del genere: essendo per tradizione e origini storiche degli ottimi commercianti, gli abitanti inventarono la cosiddetta Moda Positano improvvisandosi sarti e tagliuzzando foulard, asciugamani di lino e cotone, qualche volta saccheggiando i corredi delle spose e trasformando lenzuola finissime ricamate a mano e vecchi centrini da tavolo fatti a tombolo o a uncinetto in particolarissimi ed estrosissimi abiti da sera.
Questa moda sicuramente stravagante venne apprezzata fin dai primi momenti proprio perché diversa e impensabile dai celebrati e blasonati sarti e stilisti di Milano, Torino, Firenze, Roma.
In seguito, aiutati dalla naturale bellezza del luogo e avendo un carnet di ospiti stravaganti e facoltosi che (forse avendo già tutto) nutrivano grande voglia di diversità, i pezzari (così furono definiti) andarono a rifornirsi nei mercatini dell’usato poiché i corredi familiari erano finiti.
E furono proprio gli improvvisati sarti commercianti che, aiutati da imprenditori del calibro di Benetton e Fiorucci, inventarono il tinto in capo: la tintura in capo è una tecnica che consiste nel tingere un capo di abbigliamento già confezionato e questo richiamò l’attenzione di molti stilisti che producevano capi in bianco che venivano poi tinti successivamente a seconda delle esigenze proprio a Positano.
Negli anni, iniziarono a fiorire tante piccole botteghe e a questo punto posso introdurre Giacomo Cinque.

Nato a Positano, Cinque vive la sua infanzia nel momento clou, ovvero i fantastici Anni Settanta, e assorbe come una spugna tutta l’energia positiva e colorata di quell’epoca: giorno dopo giorno, cresce la sua passione per l’abbigliamento e lui passa con curiosità da un laboratorio all’altro nel momento dei pezzari e delle loro pezze.
Frequenta l’accademia di moda e, tra lezioni di storia dell’arte e del costume e lezioni di stilismo e modellismo, decide che tessuti, colori e filati sarebbero stati il suo mondo.
Giacomo Cinque riversa così tutto l’amore per i ricami e l’arte proprio nell’abbigliamento, iniziando a realizzare (come fa ancora oggi) capi stravaganti e qualche volta irripetibili.
Decide di vestire le vacanziere in giro per tutto il mondo, le immagina come allegre sirene in grado di ammaliare i più restii Ulisse tra tessuti colorati, pizzi bianchi e talismani portafortuna.
Nel frattempo, siamo arrivati ai primi Anni Ottanta e le sue creazioni diventano un fenomeno moda ambito da tutte le aziende locali e dai compratori che arrivano da tutto il mondo, tanto da essere corteggiato come una star.

Tenacia, gusto, tecnica, passione, intuito, umiltà e amore per il proprio lavoro sono gli ingredienti che decretano il suo successo e, dopo aver lavorato per quasi tutte le aziende positanesi come stilista, Giacomo Cinque decide di produrre una propria linea, spostando la produzione da Positano all’India, creando insieme al socio Riccardo Ruggiti il marchio Antica Sartoria con cui oggi vende il suo prodotto in tutti i negozi (qui trovate l’elenco) posizionati vicini ai mari del mondo o dove, per la bellezza dei luoghi e per cultura (Roma, per esempio), si fanno le vacanze o regna lo spirito festaiolo.
Sì, perché Giacomo Cinque ama definirsi come il sarto per le feste: «chiamatelo – si dice sul sitoe ve ne organizzerà una».

Perché ho deciso di parlarvi di Giacomo Cinque e della sua Antica Sartoria?

Il primo motivo ve l’ho detto: amo le sue creazioni e so di non essere l’unica.

Il secondo motivo è lo spirito imprenditoriale ed etico: vista l’esigenza – e la mancanza – di sarte e corredi, Cinque si è aperto alla continua scoperta di nuovi posti dove produrre con il nostro gusto e la nostra cultura, tenendo i prezzi accessibili a un turista attento ai dettagli.
Quindi Antica Sartoria produce oggi in tutto il mondo e vende in tutto il mondo, ma con il cuore e lo spirito positanesi e italiani. Ecco perché parlo di imprenditorialità ma anche di etica.

Antica Sartoria non è una moda di passaggio e supera i trend – e qui abbiamo il terzo motivo del mio apprezzamento: è un sodalizio magico tra la creatività del fondatore e l’abilità di artigiani (soprattutto indiani) produttori da secoli di cotoni e sete, artisti nel colore e coadiuvati da abili ricamatrici.

E a dimostrare che questa formula funziona c’è anche il numero di fan su Facebook, oltre 23mila, e su Instagram, quasi 52mila, merito – a mio avviso – di una filosofia che definirei ancora una volta hippie e bohémienne, in contrasto con un’epoca un po’ tesa e spesso difficile quale è la nostra e in cui ai figli dei fiori si sono (purtroppo) sostituiti hater, troll e leoni da tastiera…

E detta filosofia piacevolmente libera e leggera in senso buono è perfettamente riassunta dallo slogan «moda mare per amare».

Ecco, magari proviamo (almeno ogni tanto) a tornare a mettere fiori nei nostri cannoni.

Manu

Chez Blanchette: la moda artigianale, Made in Italy, familiare, responsabile

Era il 24 aprile 2013 quando il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, sub-distretto di Dacca, la capitale del Bangladesh.
Le operazioni di soccorso e ricerca si conclusero con un bilancio dolorosissimo: 1.134 vittime e circa 2.515 feriti per quello che è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nonché il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

Com’è tragicamente noto, il Rana Plaza ospitava alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi negozi: nel momento in cui furono notate delle crepe, i negozi e la banca furono chiusi, mentre l’avviso di evitare di utilizzare l’edificio fu ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili.
Ai lavoratori venne addirittura ordinato di tornare il giorno successivo, quello in cui l’edificio ha ceduto collassando durante le ore di punta della mattina.
Lo voglio ripetere: nel crollo, persero la vita 1.134 persone e ci furono oltre 2.500 feriti.

Molte delle fabbriche di abbigliamento del Rana Plaza lavoravano per i grandi committenti internazionali e questo orribile sacrificio di vite umane ha squarciato il velo di omertà che copriva, a mala pena, pratiche che moltissimi, in realtà, conoscevano da tempo e fingevano di non vedere.

Dopo la strage, oltre 200 imprese del settore abbigliamento – così dicono le cronache – hanno siglato un accordo sulla sicurezza in Bangladesh; da un recente simposio alla Ford Foundation di New York è emerso che, da allora, sono state corrette una media di 60 violazioni per impianto e sono stati organizzati corsi sulla sicurezza per 2 milioni di addetti.
Sono passi verso una maggiore responsabilità, ma è solo l’inizio: le paghe sono ancora (troppo) basse, gli orari sono spesso senza regole e la strada verso una sicurezza totale, dunque, è ancora lunga.

A chi pensa che la colpa di tutto ciò vada esclusivamente al fast fashion, alla sua nascita e alla sua diffusione, dico di non farsi trarre in inganno.
Sul banco degli imputati non ci sono solo i ben noti marchi di moda low cost, bensì anche nomi blasonati fino ad arrivare alle maison di Alta Moda, in alcuni casi accusate di poca chiarezza a proposito delle risorse e delle materie prime utilizzate, spesso con riferimento a quelle di origine animale.

Volete un esempio circa il fatto che anche i brand blasonati non siano sempre innocenti? Leggi tutto

40anni di tesori MF1 svelati da un archivio ora digitale, una mostra, un libro

Lo racconto sempre agli studenti dei miei corsi in Accademia del Lusso: siamo così abituati a pensare alla moda italiana come a un elemento costitutivo dell’identità del nostro Paese da dimenticarci spesso che essa è, al contrario, una realtà abbastanza recente.

La verità è che, fino all’Ottocento, a dettare legge in ambito moda è stata la Francia e gli stessi creatori di casa nostra hanno guardato i cugini d’Oltralpe cercando esempi e ispirazione.
Pensate alla celebrità della quale ha goduto Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, moglie di Luigi XVI e nota semplicemente come Maria Antonietta (1755-1793): tutto ciò che la sovrana fece creare o scelse e poi indossò divenne moda non solo in Francia, bensì presso tutte le corti europee dell’epoca.
E pensate che, proprio per quanto riguarda il nostro Paese, ho scoperto che la stessa parola «moda» apparve per la prima volta solo nell’edizione del 1691 del dizionario italiano: la definizione era quella che fotografa tuttora la caratteristica fondamentale della moda, ovvero «ciò che riguarda le abitudini mutevoli».
Già, perché la moda indica comportamenti collettivi con criteri mutevoli: non solo, anche se usiamo spesso questo termine in relazione al modo di abbigliarci, dobbiamo ricordare che in realtà la moda non è solo nei vestiti.
Così come è utile ricordare che la moda nasce solo in parte dalla nostra necessità di sopravvivere, coprendoci prima con pelli e poi con materiali e tessuti lavorati per essere indossati; gli abiti assunsero infatti ben presto anche precise funzioni sociali, atte per esempio a distinguere le varie classi e le mansioni – e questo occorrerebbe ricordarlo soprattutto a chi continua a considerare la moda come cosa futile e sciocca.

Ma torniamo alla moda italiana. Leggi tutto

Pillole di primavera: la collezione alta moda Curiel SS 2018

Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, occuparmi di moda – scrivendo, insegnando, facendo consulenze – incarna una mia grande passione, la più grande tra le tante che ho.

Eppure, nonostante ciò, nonostante quella che ammetto essere una fortuna, ogni tanto ho anch’io bisogno (come credo capiti a chiunque) di tornare al nucleo più autentico del mio amore, ho bisogno di ricordare a me stessa perché amo tanto questo lavoro.

Ho bisogno di emozionarmi e di dimenticare ciò che invece mi rende insofferente davanti a certi meccanismi.

Andare alle sfilate della maison Curiel mi fa esattamente questo effetto, mi regala l’opportunità di tornare al vero nucleo della mia passione, ovvero all’amore per creatività, genio, capacità, perizia.

In occasione della Milano Fashion Week dello scorso febbraio, Raffaella Curiel ha voluto lanciare la collezione di alta moda Florigrafia in 3d nel suo atelier di via Monte Napoleone: nel piccolo e grazioso cortile interno, sullo sfondo di un suggestivo canneto in bambù, le modelle hanno sfilato con 28 pezzi unici per la primavera / estate 2018 in un susseguirsi di flash show.

A spiegare la scelta è stata la stilista stessa. Leggi tutto

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