01/05/2020, 7 anni di Agw in tempi di COVID-19 tra salute, felicità e libertà

Ieri sera, attraverso uno degli ormai innumerevoli programmi televisivi che parlano di COVID-19, sono stata colpita da alcune affermazioni.

Qualcuno, per esempio, paragonava l’economia di un Paese (l’Italia come qualunque altro) alla circolazione sanguigna in un essere vivente: se non funziona, il corpo non può sopravvivere.
La stessa persona, mi pare, affermava che l’equilibrio economico è soggetto all’effetto domino: se cade la prima tessera, possiamo essere sicuri che pian piano crollerà l’intero sistema, tessera dopo tessera, per quanto lunga possa essere la catena. È solo questione di tempo.
Un’altra persona sosteneva invece che questa situazione potrebbe o dovrebbe forse insegnarci qualcosa, ovvero che a essere importanti per ogni Paese sono la salute e la felicità prima ancora del PIL. Leggi tutto

In tempi di COVID-19, scagli la prima pietra chi è senza peccato

Negli ultimi tempi mi sono sentita… disorientata.
Ho pensato a lungo a quale aggettivo usare per definire il mio stato animo e volete sapere una cosa? In realtà non ne esiste uno che mi soddisfi e che mi rappresenti al 100%.
Ciò che provo è molto complesso e anche un po’ aggrovigliato e credo sia uno stato comune a moltissimi di noi.
A ogni modo, penso che ‘disorientata’ – aggettivo che dipinge chi è smarrito, spaesato, interdetto, spiazzato – sia la definizione più vicina e calzante.

Dunque sì, ecco, mi sento disorientata, su molte cose e da molte cose, e tengo a precisare che il disorientamento non riguarda cosa devo e dobbiamo fare, quali comportamenti tenere.
Su quel fronte è tutto chiaro e il disorientamento è nei sentimenti e nei pensieri.
Il disorientamento è quello di cuore, anima e testa sballottati in una continua alternanza di contrasti, di alti e bassi, come se mi trovassi su una giostra impazzita e fuori controllo…

Quando ci si sente così, è preferibile tacere anche per non coinvolgere gli altri nel proprio stato d’animo, quindi ho scelto volontariamente e consciamente di non pronunciarmi più e in alcun modo riguardo gli sviluppi del COVID-19, privilegiando esclusivamente l’ascolto.

Non mi era mai successo nulla di simile, non mi ero mai sentita così fortemente e completamente spaesata, spiazzata, smarrita nemmeno in altri momenti molto duri, miei personali o comuni a tutta la nostra società e diciamo che ne abbiamo passati diversi.
Io ricordo personalmente (e non per averlo letto nei libri di storia), da piccolissima in poi, il disastro di Chernobyl, la guerra del Golfo, l’11 settembre, gli attentati terroristici in tutta Europa, la guerra in Siria, la SARS, l’encefalopatia spongiforme bovina diventata tristemente nota come morbo della mucca pazza, così, giusto per citarne alcuni.
Forse, però, questo è davvero un momento diverso rispetto a tutto ciò che abbiamo vissuto finora… forse presenta davvero un lato inedito in quanto nessuno di noi (se non i più anziani) aveva mai sperimentato personalmente una pandemia che implica una rigorosa quanto necessaria limitazioni delle nostre libertà individuali e personali.

Tuttavia ora, dopo il lungo silenzio, desidero esprimere alcuni pensieri. Leggi tutto

La moda che NON mi piace: a proposito di Philipp Plein e di limiti (valicati)

La sera di giovedì 20 febbraio, nel pieno della Milano Fashion Week, terminate le lezioni con i miei studenti, mi trovavo a camminare lungo via Palestro per raggiungere la location di una presentazione.
All’altezza della Galleria d’Arte Moderna, ho notato un gruppetto di fuoristrada estremamente vistosi: li ho notati perché il contrasto tra le vetture chiassosamente dorate e la bellissima Villa Reale, capolavoro del Neoclassicismo milanese che ospita la GAM, risultava particolarmente… stridente, diciamo così.
Nella mia testa si è fatto immediatamente strada un nome: «è lo stile Philipp Plein», ho pensato.
Non mi sbagliavo: quando ho superato i fuoristrada, ho visto proprio il nome dello stilista tedesco tratteggiato a lettere cubitali sugli sportelli. Ho scosso la testa, ho sorriso e sono passata oltre, dimenticando ben presto l’episodio.

Mi è tornato in mente solo alla fine di Milano Moda Donna, quando ho letto un articolo di Fashion Network: ‘Philipp Plein suscita indignazione per il raffazzonato omaggio a Kobe Bryant’, titolava la testata online, l’unica (che a me risulti) in ambito moda ad aver fatto un dettagliato reportage critiche incluse dello show svoltosi a Milano il 22 febbraio.
Perché quel titolo?
Perché, per presentare la sua collezione autunno-inverno 2020/21, lo stilista ha organizzato uno show fastosissimo e dorato (ecco spiegati i fuoristrada visti quel giorno), rendendo omaggio (almeno nel suo intento) alla leggenda del basket Kobe Bryant, recentemente scomparso insieme alla figlia primogenita Gianna e ad altre sette persone a causa di un tragico incidente d’elicottero: è stato invece ampiamente criticato attraverso i social media per almeno due motivi.
Il primo: l’accusa di voler sfruttare l’immagine di Bryant a nemmeno un mese dalla scomparsa avvenuta il 26 gennaio.
Il secondo: l’inclusione nel set dello show (nel suo caso il termine è molto più adatto rispetto a sfilata) di elicotteri dorati oltre a varie supercar, motoscafi e aerei altrettanto lucenti.
Elicotteri, sì, avete letto bene, come quelli del mortale incidente.

Classe 1978, re dello stile opulento e volutamente eccessivo, il designer ha spiegato che tale ‘arredo’ era stato ideato e progettato a novembre 2019 (prima, dunque, della tragica morte di Bryant) e che era troppo tardi per sostituire gli elicotteri.
Davvero, Mr. Plein? Leggi tutto

Notte prima degli esami, il mio personale ricordo dell’esame di maturità

Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Ieri sera ho rivisto – per l’ennesima volta – il film Notte prima degli esami.

Esistono cose che diventano certezze, a volte piacevoli e a volte meno: tra le prime (quelle piacevoli), figura la programmazione televisiva estiva quando ci propina film ripetuti, è vero, ma che ci fanno sorridere e che, in fondo, scandiscono il trascorrere delle stagioni.

Ed è una certezza che ogni anno, in giugno, arrivi Notte prima degli esami, film commedia di Fausto Brizzi, anno 2006, interpretato tra gli altri da Nicolas Vaporidis, Cristiana Capotondi e Sarah Maestri (nei panni di un gruppo di studenti alle prese con l’esame di maturità) e da Giorgio Faletti (nei panni di un severo professore) con le canzoni del grande Antonello Venditti, compresa quella che si chiama proprio come il film.

È una certezza, sì, esattamente come il fatto che, tra poco, arriverà Sapore di mare e poi Lo squalo con tutti i suoi vari seguiti.
Ecco, in questo ultimo caso siamo tra le certezze che probabilmente eviteremmo anche volentieri di avere, salvo poi risentire riecheggiare nella testa la musichetta del film ogni volta che facciamo il bagno al largo…

A ogni modo, dicevo: ho rivisto Notte prima degli esami per l’ennesima volta – e ho perso il conto di quante siano – e l’ho fatto molto volentieri. Leggi tutto

Pensiero sul colore giallo e sul brutto vizio di dire «fa schifo»…

Foto di Gino Crescoli da Pixabay

«Questo giallo che va di moda fa proprio schifo e poi a me delle mode non frega niente.»
Sono le parole che ho sentito pronunciare giorni fa a una persona nello spogliatoio della mia palestra. Quasi con orgoglio, tra l’altro.
Mi hanno fatto sorridere (amaramente), scuotere la testa e mi sono tornate in mente quando qualche mattina fa ho indossato questo maglione.
«Non mi piace», «non lo apprezzo», «non è di mio gradimento», «non incontra il mio gusto», «non mi rappresenta», «non lo indosserei»: sono tutte opinioni e, in quanto tali, sono più che legittime.
«Fa schifo»: è un giudizio e per giunta espresso in maniera brusca e poco rispettosa. Altro che esserne orgogliosi…
Anche perché le opinioni creano confronto, mentre i giudizi bruschi sono invece sterili. E creano distanza.
Le parole hanno un peso o almeno lo hanno per me e ce ne sono alcune che sono solo gratuite, definiamole così, e io non le userei mai per definire qualcuno, i suoi gusti, le sue scelte o il suo lavoro: schifo è una di queste, come avevo già raccontato qui.
E, sempre come ho detto tante altre volte, credo nella comunicazione assertiva e nella capacità di sottolineare la positività, cosa che non vuol affatto dire snaturarsi o mentire.
Pensate che sono perfino d’accordo con la seconda parte del discorso di quella persona: ha perfettamente ragione nel fregarsene di mode e tendenze dando retta solo alla sua testa.
Ciò in cui il suo ragionamento fa acqua, a mio avviso, è il fatto che dicendo «fa schifo» non abbia rispettato sentimenti e opinioni altrui: il giallo non fa schifo, è un colore pieno di energia che può essere o apparire esagerato e che, sicuramente, molti non indosserebbero o non indosseranno; può piacere o non piacere, ma non fa schifo.
Non per nulla è il colore di tante cose belle e buone: del sole, delle margherite, del girasole, di alcune varietà di rose, tulipani e gerbere, delle api, del miele, dei campi di grano maturo e delle foglie in autunno, di tanti frutti, dal limone alla mela passando per la pesca e la banana, di verdure come la zucca e i peperoni, della pasta.
Mi hanno spiegato che il giallo è il simbolo della saggezza nel Buddhismo.
E poi, se vogliamo, è il colore delle emoticon, le faccine che riproducono le principali espressioni facciali umane e che, ormai, fanno parte del nostro modo di esprimerci.
Volete sapere una cosa? Neanche a me importa delle tendenze: pur occupandomi di moda, preferisco che le persone seguano le proprie opinioni, che abbiano il proprio stile.
L’unica cosa che apprezzo delle tendenze è il fatto che, quando vanno di moda colori non facili come il viola o il giallo (e che io amo indipendentemente, che indosso regolarmente e che, guarda caso, sono complementari l’uno dell’altro), quando vanno di moda, dicevo, posso fare incetta di capi in quei colori e che di solito trovo a fatica.
Dunque non ho comprato quel maglione di cui parlavo in principio perché il giallo è di moda; l’ho comprato perché quando ho visto questo capo color del sole e che è caldo e morbido proprio come il sole… me ne sono innamorata all’istante. E quando lo indosso mi sento baciata, coccolata e riscaldata.
Altro che schifo, mia cara signora.

Manu 🙂

Sei anni di Agw cercando la strada della comunicazione di cultura e talento

Il primo maggio del 2013, esattamente sei anni fa, pubblicavo il mio primissimo post lanciando questo blog al quale ho dato il nome A glittering woman, per festeggiare il mio amore verso tutto ciò che di bello, luminoso e scintillante esiste nella vita, in senso ampio, a 360°.
Quel primo post raccontava qualcosa a proposito di una delle mie grandi passioni, il vintage, e in particolare si concentrava su Next Vintage Belgioioso, una manifestazione di settore che amo particolarmente.
Allora, quando pubblicai il primo post, avevo naturalmente un progetto in testa ma – se devo essere sincera – non avevo idea di ciò che il blog sarebbe diventato nel tempo, ovvero la mia creatura, come chiamo a volte scherzosamente questo spazio web.
Certo, speravo che il progetto avesse una continuità e che potesse davvero riuscire a essere rappresentativo, pian piano, del mio pensiero, trasformando il blog in una sorta di manifesto: posso dire che, da questo punto di vista, oggi, sono molto soddisfatta.
Sebbene io non mi fermi mai sugli allori, nonostante io pensi costantemente che ogni cosa che faccio possa essere migliorata, vi posso confessare che sono felice sia della longevità di A glittering woman sia di come esso sia diventato rappresentativo di tutto ciò in cui credo, con onestà, coerenza, sincerità, trasparenza. Esattamente quel manifesto che speravo, insomma.
E ora, con il senno di poi, mi fa tenerezza notare come io sia partita (più o meno consciamente) proprio da un argomento che negli anni è diventato sempre più importante per me, una sorta di cavallo di battaglia, ovvero la second hand economy.

Sei anni…
Riflettevo che a sei anni un bambino termina la scuola materna e si accinge a una delle esperienze più importanti e significative di tutta la nostra vita, ovvero la scuola elementare.
Credo di aver dimenticato tanti episodi dei successivi anni di studio, ma ricordo nitidamente, con chiarezza e precisione, decine e decine di episodi collegati ai miei cinque anni di elementari.
La scuola elementare ha lasciato segni indelebili in me e ricordo perfettamente gli insegnamenti della mia maestra (e non solo quelli collegati a grammatica e matematica…), così come ne ricordo il nome – Gabriella Consolandi.
Se parlo di tutto ciò è perché – come dicevo in principio – a volte chiamo il blog la mia creatura, proprio come se fosse un bambino (il mio bambino); ora questo figlio si appresta a una fase molto delicata del suo percorso, come un bambino pronto a iniziare le scuole elementari.
Vediamo cosa accadrà…

L’anno scorso, festeggiando i cinque anni, avevo sottolineato come comunicare (ovvero il desiderio che mi ha spinto ad aprire il blog) sia un’esigenza che accomuna la maggior parte degli esseri umani.
Se andiamo all’origine della parola, scopriamo qualcosa che in fondo è facile intuire anche solo ripetendola: comunicare dal latino communicare, derivato di communis ovvero «comune».
Comun-icare: «rendere comune, far conoscere, far sapere, per lo più di cose non materiali», dice il vocabolario Treccani.
E aggiunge «divulgare, rendere noto ai più, fare partecipi altri di qualcosa», sottolineando la caratteristica più bella, profonda e positiva della comunicazione, ovvero il «valore reciproco».
Ecco, per me comunicare e fare comunicazione è proprio questo: mettere in comune. Ciò che amo oppure ciò che so, tanto o poco che sia.
Mettere al servizio di tutti informazioni e conoscenza, far circolare buona informazione costruita partendo da una sana curiosità e fortificata poi attraverso ricerca, studio, analisi.

Per me, dunque, la buona comunicazione avviene quando c’è collaborazione.
E credo che la comunicazione debba vere un valore sociale.
E credo anche che la comunicazione sia uno strumento fondamentale per generare crescita, personale e sociale, per ottenere credibilità, per costruire comunità solidali e consapevoli.
C’è poi chi comunica per provocare: scelte personali, io trovo che sia un trucchetto un po’ infantile per attirare l’attenzione e mi limito a passare oltre. Leggi tutto

Perché a qualcuno potrebbe o dovrebbe «fregare» di andare a Lione

Sì, lo so: si parla da moltissimo tempo della ferrovia Torino – Lione, generalmente definita TAV (da treno ad alta velocità sebbene sarebbe in realtà una linea mista) e che andrebbe ad affiancare la linea storica già esistente tra la città italiana e quella francese.
Se ne parla spesso, tra infinite polemiche e malintesi, tra pro e contro, tra favorevoli e contrari; eppure confesso che, quando ho deciso di passare un paio di giorni proprio a Lione, non sapevo nulla della esternazione del nostro Ministro Toninelli.
Mi era sfuggito che, durante la trasmissione Coffee Break su La7, la mattina dello scorso 4 febbraio, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del Governo Conte avesse dichiarato «Chi se ne frega di andare a Lione, lasciatemelo dire».
L’ho scoperto solo quando, instagrammando foto delle mie giornate lionesi, una persona simpatica e sempre piacevolmente ironica ha commentato: «Toninelli ti chiederebbe ‘ma che ci fai mai a Lione’… tu la risposta ce l’hai».

A Lione ci sono andata per accompagnare mio marito che doveva partecipare a un concorso internazionale di modellismo: per la precisione, Enrico costruisce e dipinge figurini e miniature storiche e fantasy.
E ci sono andata, anzi, tornata volentieri in quanto serbavo un ottimo ricordo della città che avevamo già visitato nel 2014: l’ho riscoperta anche più piacevole di quanto già fosse nei miei ricordi, con un’atmosfera vitale e frizzante che mi piace molto.

Parrebbe quindi, caro Ministro Toninelli, che vi sia qualche folle al quale andare a Lione interessi e che trova addirittura varie motivazioni per farlo.

Ora – non ho alcuna intenzione di scendere nel merito della questione della ferrovia Torino – Lione.
Né voglio parlare di politica o – meglio ancora – non desidero schierarmi pro o contro nessun partito.
E non avevo minimamente pensato di scrivere un post sul mio breve soggiorno ma, riguardando le foto che ho scattato a Lione, mi sono detta che l’esternazione del Ministro Toninelli era davvero infelice e ingiusta quanto fuori luogo.
Di conseguenza, se avete voglia di venire con me, ho il desiderio di condividere con voi qualche parola e qualche foto, senza alcuna polemica ma solo per elencare i motivi (oltre a quelli personali e soggettivi che ho finora citato) per i quali a qualcuno (o a molti) potrebbe invece «fregare» – eccome! – di andare a Lione.

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Gender gap vs women empowerment: la moda non è un lavoro per donne?

È da un bel po’ (precisamente da qualche mese) che medito sul contenuto di un articolo di Pambianco.

Dovete sapere che detta rivista è una delle mie preferite e che non manca mai tra le letture quotidiane: dunque, se intitola un articolo ‘Allarme gender gap, la moda non è un lavoro per donne’, ecco che Pambianco attira immediatamente la mia attenzione anche perché si tratta di un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

Cosa sostiene l’autorevole magazine nell’articolo datato 22 maggio?

Viene citato uno studio intitolato ‘The glass runway’, redatto dal Council of Fashion Designers of America (CFDA), Glamour e McKinsey & Company: in questo studio si afferma che, sebbene le donne rappresentino l’85% delle laureate presso i principali istituti di moda americani, i ruoli chiave ricoperti da nomi femminili sono ben pochi.

Il mondo della moda – rincara la dose Pambianco – ha recentemente mostrato interesse per le diversità di orientamento sessuale e di taglia, ma non abbastanza per il gender gap.

Con gender gap si intende l’insieme di tutte quelle differenze che si riscontrano a livello di condizioni economiche e sociali (dall’istruzione fino all’accesso al lavoro) e che influenzano la vita degli esseri umani in base al loro genere di appartenenza: in parole povere, parliamo di disparità di condizione tra uomini e donne.
E generalmente, quando si parla di gender gap, si tende (purtroppo) a osservare l’esistenza di maggiori penalizzazioni a sfavore delle donne rispetto agli uomini.

«Non ne parliamo molto perché c’è la sensazione che tutti ne siano già a conoscenza, ma a volte è necessario dire qualcosa affinché le persone non facciano finta sia un problema inesistente», ha dichiarato Diane von Fürstenberg, presidente dello stesso CFDA.

I dati contenuti nello studio ‘The glass runway’ sono alquanto desolanti. Leggi tutto

Quando Rolling Stone ci invita a fare la nostra scelta…

Quella che vedete qui sopra è la copertina di luglio 2018 di Rolling Stone Italia, in edicola da oggi.
E io vorrei dire qualcosa in merito, soprattutto a chi sostiene che tale copertina sia esagerata, fuori luogo, populista, demagogica, sinistroide. Che si tratti di sciacallaggio, come ho letto da qualche parte.
Quel qualcosa che desidero dire non sono parole mie: le prendo in prestito dal tedesco Martin Niemöller (1892 – 1984), teologo, pastore protestante e oppositore del nazismo.
Le parole – che mi fanno pensare ogni volta in cui le rileggo – sono queste. Leggi tutto

Comunicare – ovvero 5 anni di A glittering woman :-)

Credo che comunicare – e soprattutto comunicare noi stessi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra visione del mondo – sia un’esigenza che accomuna la maggior parte degli esseri umani.
E credo anche che ognuno di noi trovi il proprio modo, la propria modalità di espressione, la propria voce.
C’è chi la trova nella scrittura, chi nella musica, chi nella pittura, chi nella scultura, chi nella fotografia, chi nel calcare un palcoscenico ballando, recitando, cantando.
C’è chi comunica attraverso un pezzo di legno, costruendo un mobile o una barca, trasformandolo in un violino.
C’è chi parla con i mattoni, costruendo case o ponti.
C’è chi ama comunicare progettando giardini.
C’è chi lo fa cucinando pietanze.
C’è chi lo fa creando un abito, una borsa, un gioiello, un paio di scarpe, un profumo.
Ognuno trova il proprio modo e ciò è bello, è ricchezza. Leggi tutto

Come la sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion ha testato la mia coerenza

È proprio vero.
È facile, tutto sommato, fare bei discorsi in linea teorica.
È facile scrivere che si è a favore della moda inclusiva – ovvero di quella moda che sia davvero rappresentativa della società in cui viviamo e di tutte le persone che la compongono.
È facile parlare di uguaglianza, di accettazione, di superamento e abbattimento di qualsiasi barriera, limitazione, ostacolo.
È facile riportare una frase bella come «la diversità è un attributo privo di fondamento».
Ma – come disse saggiamente qualcuno – tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
E c’è di mezzo il mare perfino per chi è fondamentalmente una persona coerente. Una persona che davvero crede in ciò che dice e scrive, come la sottoscritta.

Perché esordisco così?

Perché, così come avevo annunciato in un post precedente, martedì 27 febbraio, a chiusura della Milano Fashion Week, sono stata alla sfilata Iulia Barton Inclusive Fashion Industry, il progetto creato da Giulia Bartoccioni.

Alla presenza di Carlo Capasa, presidente della Camera Camera Nazionale della Moda Italiana, sono andati in passerella sei stilisti rappresentativi del Made in Italy: a indossare le loro creazioni sono stati chiamati modelli e modelle, uomini e donne, scelti senza alcuna limitazione o barriera.
E scrivendo senza alcuna limitazione o barriera, mi riferisco alla scelta di far sfilare modelle e modelli con e senza disabilità. Leggi tutto

Che la terra le sia infine lieve, cara Marina Ripa di Meana

Marina Ripa di Meana mi era simpatica.
Mi era simpatica in quel modo istintivo (e a volte ingovernabile) in cui apprezzo le persone che hanno un carattere forte, deciso, indomabile.
Mi era simpatica perché la consideravo una persona fuori dagli schemi: molto spesso era sopra le righe risultando perfino eccessiva, è vero, ma era dotata di un’intelligenza vivace che mi piaceva.
Era una persona caratterizzata dai forti contrasti, esuberante quanto controversa. Il carattere a volte diventava caratteraccio, come capita a tutti coloro che vivono di estremi, ma credo non abbia mai peccato di una cosa: essere banale.
Non riuscivo a provare antipatia nei suoi confronti nemmeno quando si esibiva in quei suoi eccessi: come mi aveva fatto arrabbiare con le sue esternazioni a proposito della legge per i matrimoni delle coppie omosessuali, eppure la simpatia superava infine i contenuti delle sue tante battaglie che a volte condividevo e altre volte no.
Perché sto imparando – faticosamente – che per apprezzare una persona non è necessario approvare le sue azioni in toto: si può essere in disaccordo, parziale o perfino quasi totale, eppure stimarne e rispettarne l’audacia, la passione, la dedizione, la convinzione.
Ed ecco quindi che stimavo Marina Ripa di Meana esattamente come stimavo Cayetana de Alba, con luci e ombre (che tutti, peraltro, abbiamo), senza la necessità di approvare ogni parola e ogni gesto, con quella ammirazione che sento per le menti e le persone libere. Quelle che sono libere di essere sé stesse, un’audacia che agli occhi di molti appare talvolta come arroganza.
Provocatrice – l’hanno spesso definita; combattiva e battagliera – preferisco dire io, pur dubitando che un paio di parole possano descriverla, racchiuderla, raccontarla.
Guerriera – l’ha definita la figlia Lucrezia Lante della Rovere in un post affettuoso nel suo account Instagram, con una foto tanto bella, tenera e rappresentativa che mi sono permessa di prenderla in prestito.
In fondo, avevamo alcune cose in comune, la signora Marina Ripa di Meana e io.
Avevamo in comune l’allergia verso l’omologazione e – cosa buffa – abbiamo avuto modi comuni di manifestare tale allergia nelle piccole cose: l’amore per la moda un po’ alternativa e l’amore per cappellini, gioielli e bijou oltre misura e stravaganti.
Avevamo in comune l’anticonformismo e il desiderio di abbattere quel finto perbenismo, quel falso moralismo e quell’ipocrisia spesso imperanti – ahimè: lei è stata una donna che ha sfidato le convenzioni, che ha anticipato i tempi con scelte e comportamenti molto criticati e che oggi, invece, sono diventati normali. Si è goduta la vita e penso che abbia anche sofferto.
Ed è proprio per il suo saper essere tanto audace che non compresi le esternazioni sui matrimoni gay: forse, la spiegazione è da ricercare proprio nel fatto che fosse talmente sincera e talmente sé stessa da non temere né le critiche né le antipatie. Di sicuro, non le interessava essere politically correct e non aveva paura di essere contro.
A ogni modo ho affermato che occorre accettare una persona con luci e ombre e dunque confesso che se ero in dubbio circa il fatto di scrivere o meno questo post non è stato certo per quello o per altri episodi, bensì semplicemente perché non ero certa di riuscire a trovare la chiave giusta.
L’ho trovata invece ieri, guardando un frammento del video che Marina Ripa di Meana ha voluto lasciare come sua ultima testimonianza.
«Fatelo sapere» dice in quel video, con la voce rotta dalla fatica e dal dolore eppure con un ardore che è stato vivo fino in fondo.
E allora io accolgo il suo invito, fatelo sapere, e lo faccio con slancio, con passione, con ardore e con sincerità.
E le faccio volentieri spazio in questo mio umile luogo virtuale.
E dunque facciamolo sapere che la speranza di salvarsi dal cancro è data dalla medicina e dalle cure.
Riporto da una sua intervista al Corriere della Sera:
«Non ne ho mai fatto mistero. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Se posso essere utile con la mia testimonianza, racconto la mia storia. Mi curo da anni e non sempre è stato semplice. La chemioterapia non è stata una passeggiata, ho passato momenti difficili, ma sono terrorizzata da chi dice che la chemioterapia fa male: ciarlatani, gente senza scrupoli che propone cure alternative e peraltro a scopo di lucro, perché costano e anche tanto. La mia nuova battaglia è questa, a favore della prevenzione dei tumori, che può salvare la vita: per questo è importante “vivere bene” e fare i controlli previsti. E a favore delle terapie ufficiali, contro i “venditori di bufale”.»
E facciamolo sapere che oggi, in Italia, si può scegliere la sedazione profonda, in ospedale o a casa, così come ha scelto lei dopo 16 anni di lotta contro il tumore.
«Fate sapere ai malati terminali che c’è un’alternativa al suicidio assistito in Svizzera» dice Marina Ripa di Meana nel video del quale ho accennato e del quale vi lascio il link.
Devo avvisarvi, è un video forte dal punto di vista emotivo. Eppure, secondo me, va visto.
Perché credo nel progresso, nella scienza, nella medicina.
Perché credo nella libera informazione che dà la possibilità più grande di tutte, quella di scegliere ciò che è più giusto per noi stessi.
Ecco, Marina cara, grazie per avermi suggerito lei stessa il modo giusto per darle un ultimo saluto e ora importa solo che lei e io condividessimo ciò che più conta: l’amore per la vita e l’amore per una vita che sia degna di essere vissuta.
Fino in fondo, fino all’ultimo respiro.
Che la terra le sia davvero e infine lieve.

Manu

Prima di salutare il 2017 ed entrare nel 2018, parliamo un po’ di felicità?

Giovedì scorso, prima di dare il via ai festeggiamenti per il Natale, ho stretto un importante accordo lavorativo per l’anno a venire.
La sera stessa, ero a cena con il mio amore e lui ha proposto un brindisi per quella che in effetti è un’ottima prospettiva per il 2018.
Me l’ha dovuto far notare lui, ha dovuto sottolinearlo lui e, in quel momento, ho realizzato che io non avevo considerato tale accordo come un successo, che non mi ero fermata nemmeno un istante, che non mi ero goduta il momento, che ero andata avanti a testa bassa, come al mio solito, come un bravo soldatino.
Ci sono rimasta male.

Sedersi sugli allori è sciocco, a mio avviso, nonché pericoloso, e vantarsi è ancora più insensato, ma mi rendo conto che non accorgersi quando si incassa una vittoria è altrettanto brutto.
Significa che ci si è troppo abituati alla fatica e ai ritmi folli e che si è un po’ persa la capacità di fermarsi a gioire lungo la strada.
E io non voglio essere così.

È vero, ho sempre la tendenza a mantenere un basso profilo per quanto riguarda i miei progetti, soprattutto quelli lavorativi: lo faccio un po’ per scaramanzia e un po’ perché mi piacciono le cose concrete fatte con discrezione.
E d’accordo, in fondo va bene così, però ciò che è accaduto giovedì scorso non mi è piaciuto: non voglio perdere la capacità di essere felice.
E visto che ho appena detto che mi piacciono le cose concrete, visto che mi piace agire e che non è mia abitudine nascondere la testa sotto la sabbia, visto che preferisco cercare di affrontare i miei limiti, visto che a volte sono un po’ sciocca, è vero, ma che non sono stupida del tutto (o almeno così spero!), ho deciso che l’ultimo post del 2017 doveva essere una prima, piccola risposta a quel mio problemino, parlando di una cosa molto importante: la felicità.

Che cos’è la felicità?

È una domanda che l’essere umano si pone da secoli: dai filosofi dell’antichità fino ad arrivare ai motivatori contemporanei, questo è stato – ed è tuttora – uno dei grandi quesiti della nostra esistenza.
Non preoccupatevi, non ho alcuna intenzione di cimentarmi nel dare una risposta: al limite, potrei offrirvi la mia idea di felicità (tempo fa avevo anche partecipato al giochetto 100 happy days..), ma non è questo che mi interessa, non è la mia opinione ciò che desidero condividere.

In realtà, desidero invece mostrarvi un video con l’invito a prendervi 5 minuti di tempo, per l’esattezza 4 minuti e 16 secondi.
E vi chiedo di non fare altro mentre lo guardate, di concentrarvi e di guardare bene le immagini che si susseguono prestando attenzione ai particolari: io l’ho fatto e per una volta ho evitato la mia solita attitudine multitasking (che, per inciso, uno studio recentissimo dice essere estremamente dannosa…).

È un filmato volutamente esagerato con un finale in grado di far nascere più di una domanda.
L’autore si chiama Steve Cutts e magari vi è già capitato di vedere suoi video condivisi attraverso Facebook o gli altri social network (qui ne trovate una raccolta sul suo sito): è un illustratore e animatore britannico che, attraverso i suoi disegni, punta a evidenziare vizi e paradossi della società moderna.

Ansia da produttività, consumismo, omologazione, inseguimento di falsi miti: secondo Cutts, queste sono solo alcune delle dinamiche che, come gabbie, ci imprigionano e gravano attorno al nucleo della nostra esistenza, ovvero la felicità e la possibilità di raggiungerla diventando persone veramente realizzate.

Non è casuale che il titolo del cortometraggio che ho scelto di condividere con voi sia proprio Happiness, ovvero Felicità.
Eppure, il video non parla affatto di felicità; rappresenta invece comportamenti diventati ormai di massa e che non portano certo né allegria né benessere – ciò che invece ci illudiamo di possedere.

Tutti (o quasi) abbiamo bisogno di lavorare, in primo luogo per ragioni economiche: avere un reddito è una condizione necessaria.
C’è poi chi lavora anche perché crede in un progetto e lo persegue con passione (io, per esempio, credo di potermi posizionare in questo gruppo).
E c’è chi lo fa perché altrimenti si annoierebbe oppure perché si sentirebbe privato di un ruolo preciso, quasi di un’identità.
Non voglio esprimere giudizi a riguardo: tutte le motivazioni sono lecite se portate avanti con onestà.

C’è però una domanda che, guardandoci allo specchio, tutti noi dovremmo porci.

«Sono felice? Sono una persona realizzata?»

Ci vuole coraggio a chiederselo, lo so.
E occorre prendersi del tempo, per riflettere e per darsi una risposta sincera.
Occorre fermarsi almeno un attimo, ciò che non ho saputo fare io giovedì scorso.

Però so almeno un paio di cose.
So che non è il mio lavoro a definirmi, a dire chi sono.
E so che la felicità non è una cosa o un prodotto che si possa comprare.
Spero siano buoni punti di inizio sui quali iniziare a lavorare per non ricadere negli stessi errori.

E, a questo punto, desidero fare un augurio a tutti noi e per farlo vi racconto un’ultima cosa.

Dovete sapere che, secondo il World Happiness Report 2017, la Norvegia si è aggiudicata quest’anno il titolo di Paese più felice del mondo: l’indagine, presentata in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite, indaga lo stato del benessere e della felicità in 155 Paesi in base a criteri quali libertà, generosità, onestà, salute, reddito, supporto sociale e buon governo.
Dopo la Norvegia, nelle prime dieci posizioni, si possono trovare Danimarca, Islanda, Svizzera, Finlandia, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Svezia.

(Se ve lo state chiedendo, l’Italia è al 48esimo posto…)

Avete fatto caso che, nell’ambito di questa indagine, il reddito (e dunque il lavoro) è solo uno dei tanti criteri che concorrono a determinare il grado di felicità e che altri – libertà, generosità, onestà – riguardano piuttosto la sfera dei rapporti interpersonali?

E allora il mio augurio per il 2018, a voi e a me stessa, è questo.
Circondarci di persone che vogliano sinceramente il nostro bene e che rispettino le nostre scelte.
Riuscire a ritagliarci tempo.
Avere consapevolezza di noi e di ciò che desideriamo davvero.
E lo auguro a tutti noi sperando che ciò ci metta sulla strada di benessere, realizzazione e felicità.

La vostra Manu

Chiudono Colette e MAD Zone e io sono amareggiata (ma non mi arrendo)

Ve lo dico subito: oggi sono arrabbiata. Tanto.
Ma no, aspettate, forse arrabbiata non è l’aggettivo giusto né è giusto dire che lo sono oggi o da oggi: in realtà, provo rabbia, sì, d’accordo, ma il sentimento che più si avvicina a ciò che provo è l’amarezza e la provo già da diverso tempo.
Amarezza, ovvero un miscuglio di viva delusione, doloroso rammarico e pungente tristezza mescolati a contrarietà, fastidio e a un antipatico senso di impotenza.

Tutto ciò va avanti da tempo, come vi dicevo, precisamente dallo scorso luglio, ovvero da quando ho saputo della chiusura di Colette (diventata definitiva esattamente una settimana fa, il 20 dicembre – vedere qui e qui) e della cessione degli spazi appartenenti a 10 Corso Como (qui e qui due articoli di Pambianco).
Ad acquisire gli spazi sono stati l’imprenditore Tiziano Sgarbi e la stilista Simona Barbieri, fondatori ed ex proprietari di TwinSet: la mia perplessità circa l’acquisizione è aggravata dal fatto che proprio il marchio TwinSet è stato da loro ceduto al gruppo Carlyle, grossa società internazionale di asset management.
E io mi domando: cosa faranno questi due signori, ora, con 10 Corso Como? Seguirà la stessa sorte di quel loro ex marchio, finirà in pasto a qualche abnorme gruppo finanziario dove contano solo i numeri?

Colette e 10 Corso Como: due concept store, due spazi polifunzionali, due realtà appartenenti rispettivamente non solo alla storia di città come Parigi e di Milano ma al mondo.
Due luoghi mentali prima che fisici che hanno scritto pagine importanti della moda e del costume internazionale e del modo di intenderli: l’hanno fatto per 20 anni nel caso di Colette (fondato nel 1997 da Colette Roussaux) e per 27 anni nel caso di 10 Corso Como (fondato nel 1990 da Carla Sozzani, sorella di Franca, mitica direttrice di Vogue Italia).

Poi, dopo queste notizie, a fine luglio, è arrivata anche la telefonata di Tania Mazzoleni.
Per chi legge A glittering woman (grazie sempre ), quello di Tania è un nome familiare: è la fondatrice di MAD Zone, negozio e salotto meneghino sospeso tra moda, arte e design e che io ho sostenuto con tanto entusiasmo durante tutto il suo percorso, dagli eventi che lì sono stati presentati (qui e qui due esempi) fino ad arrivare ai creativi che ho conosciuto attraverso quella che era diventata una vera e propria fucina di talenti (come per esempio Andrea de Carvalho e Buh Lab).
Quella che ho scelto per illustrare il presente post, qui in alto, è una foto che ritrae me e Tania proprio in occasione di uno degli eventi di MAD Zone della scorsa primavera.

Ecco, il 31 luglio, Tania mi ha annunciato la chiusura di quel suo spazio così vivo e così emozionante ed è stato un duro colpo al cuore visto il mio deciso e sincero sostegno, è stato uno sviluppo inatteso e doloroso che mi ha toccato proprio nel personale e nel profondo, perché gli investimenti morali sono quelli sui quali io punto con più forza.
E in MAD Zone credevo fortemente, so che aveva tutte le carte in regola per diventare sempre più un grande successo. Come Colette e come 10 Corso Como.

Per completare il quadro alquanto nefasto mancava solo un’ulteriore quanto pessima notizia ricevuta attraverso Valentina Martin, la fondatrice di Spazio Asti 17, altro indirizzo milanese particolarissimo.
Dopo le vacanze estive, in settembre, ho incontrato Valentina per caso, a una fiera di settore: con un dispiacere evidente, mi ha confessato la chiusura del suo spazio che negli anni ha ospitato artisti e designer (lì ho incontrato Eleonora Ghilardi fisicamente dopo tanti scambi virtuali) e che è stato il teatro di tanti eventi culturali ai quali ho partecipato, talvolta con un ruolo attivo (per esempio quando sono stata chiamata a presentare uno dei libri della brava Irene Vella, giornalista e amica).

Ecco, a quel punto la mia amarezza è diventata dilagante. Leggi tutto

Prova costume: dico il mio deciso “NO, GRAZIE” e vi spiego perché

Capita tutti gli anni, piuttosto puntualmente: pare che il caldo dia alla testa a molti, perfino nelle redazioni di giornali prestigiosi e stimati.

L’anno scorso è capitato con Chloë Moretz, attrice e modella statunitense, presa di mira da Io Donna, il femminile del Corriere della Sera. Un femminile, ebbene sì, ovvero un giornale che dovrebbe stare dalla parte delle donne e assecondare la loro emancipazione sotto tutti i punti di vista.

Ebbene, Io Donna aveva pubblicato una foto che ritraeva Brooklyn, figlio di David e Victoria Beckham, mano nella mano con Chloë, sua fidanzata. Sotto, una didascalia che li definiva coppia dell’estate nonché un ulteriore commento molto illuminato e illuminante.

Quale? «Sono inseparabili. L’attrice non si separa mai neppure dagli shorts. Peccato non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura.»

Lei, Chloë, ovvero una ragazza nata nel 1997, oggi 20enne, l’età della freschezza e di un pizzico di sana impertinenza, anche nel guardaroba, soprattutto se estivo. Una ragazza con una corporatura assolutamente sana e normale – per quel che possa valere questo aggettivo così ambiguo (qual è la normalità quando si parla di argomenti tanto delicati?).

Poco tempo dopo, come se non fosse bastato questo episodio davvero poco edificante, è stato un altro giornale a farsi portatore di un altrettanto inqualificabile capitolo di quella che mi è apparsa come una gara perversa al body shaming.

In occasione dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, è infatti accaduto che, nella specialità del tiro con l’arco, il trio delle atlete italiane sia stato sconfitto in semifinale. L’eliminazione delle azzurre Claudia Mandia, Lucilla Boari e Guendalina Sartori è stata elegantemente – sì, sono ironica – sottolineata da Il Resto del Carlino.

Come? «Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico». Leggi tutto

A glittering woman… e siamo arrivati a quota quattro :-)

Talento, capacità, creatività, estro, passione: sono i termini più ricorrenti in questo blog.
Eppure, come per una sorta di beffarda legge del contrappasso, devo ammettere di non avere nessun talento né artistico né creativo.
Questa consapevolezza si trasforma in un grande rammarico, anche se non sono una persona che vive di rimpianti.
Il rimpianto è in effetti un sentimento che non mi appartiene: sono per l’azione, penso, decido e agisco, e quindi capita raramente che io mi rimproveri per non aver fatto quel che avrei dovuto fare.
Soffro invece ogni tanto di rimorsi, proprio per il fatto di essere spontanea, istintiva e talvolta impulsiva: agisco spesso di pancia e di cuore e ammetto, quindi, che ci sono cose che non rifarei. Leggi tutto

Perché la scimmia nuda di Francesco Gabbani è un po’ anche mia

Come al solito, anche quest’anno ho seguito Sanremo molto distrattamente.
Il Festival della Canzone Italiana molto spesso mi annoia, lo confesso, e soprattutto mi annoiano le infinite polemiche che lo accompagnano, dalle canzoni ai presentatori passando per gli abiti.
Prendete, per esempio, la canzone vincitrice: quante ne ho e ne abbiamo sentite a proposito del povero Francesco Gabbani?
A me, invece, la sua canzone non dispiace: aveva già catturato la mia attenzione lo scorso anno con Amen (vincendo peraltro nella sezione Nuove Proposte) e quest’anno è riuscito nuovamente a incuriosirmi con Occidentali’s Karma.
A colpirmi è la sua capacità di cimentarsi in brani che sembrano leggeri, soprattutto grazie a ritmo e musica, ma che in realtà sono fintamente leggeri e propongono un secondo piano di ascolto (e di lettura). Leggi tutto

Buon lavoro, Presidente Trump – e non è un augurio ironico

L’ho già ammesso: di politica non capisco granché.
Mi limito a scriverne, raramente e a modo mio, solo quando desidero trattare una delle numerosi interazioni che essa intrattiene con tutti gli aspetti della nostra vita e della nostra società.
Per esempio, ho parlato di pensieri e timori a proposito di Brexit; mi sono divertita a tracciare un piccolo excursus su come alcune donne di potere abbiano vissuto o vivano la moda; ho scritto di un certo tailleur viola indossato da Hillary Clinton.
Interazioni: ho scelto questo vocabolo appositamente e con cura, perché – che ci piaccia o no – la verità è che la politica riguarda tutti noi e che nessuno può (o dovrebbe) disinteressarsene, soprattutto nella sua forma più pura, ovvero come arte o tecnica di governare, far funzionare e far progredire la nostra società.
Dunque, nonostante io non sia un’esperta di tale (spinosa) materia, ho deciso di scrivere il presente post e di condividere la mia opinione semplicemente in veste di cittadina del mondo e in qualità di membro dell’umana comunità.

Opinione su che cosa?
Oggi, 20 gennaio 2017, Donald Trump presta giuramento diventando il 45° Presidente degli Stati Uniti nonché l’uomo più potente del mondo.
Credo di non aver nascosto né la mia poca simpatia verso Trump né le mie perplessità per quanto riguarda la scelta dei cittadini americani di eleggerlo, ma nutro un profondo rispetto della democrazia, dunque accetto la sua elezione – e invito tutti a farlo come primo gesto di civiltà e come presupposto dal quale partire.
Non so come sarà Trump nei panni di Presidente, non so se si rivelerà ottimo o pessimo, così come nessuno può saperlo in quanto non possediamo la cosiddetta sfera di vetro.
Certo, tanti presupposti non mi fanno stare serena e sicuramente ho il (grande) timore che Trump dimostri che i suoi tanti detrattori abbiano ragione, ho il timore che possa mantenere tante delle minacce più o meno velate che ha fatto.
Vedete, in questa fase, arrivati al dunque e archiviata la presidenza Obama, non mi interessano nemmeno più certe polemiche che finora ho magari trovato pittoresche, definiamole così.
Per esempio, non mi interessano le polemiche su chi voglia o meno esibirsi per Trump oppure su chi voglia o non voglia vestire sua moglie Melania. In tal senso, penso solo che ognuno sia libero di fare le proprie scelte in base a coscienza ed etica, personale e professionale, e faccio notare con grande rispetto una piccola contraddizione che ho rilevato leggendo giornali e soprattutto social network: è sciocco affermare (come spesso quasi tutti facciamo) che le persone famose si fanno facilmente comprare dai soldi o dal desiderio di apparire se poi non rispettiamo un loro no quando sanno dirlo, nel bene e nel male, giusto o sbagliato.
Non mi interessa nemmeno giudicare l’operato di Trump come businessman in quanto, da oggi, mi interessa piuttosto il suo operato come uomo di stato – salvo affiorino reati del passato.

L’episodio che invece al momento attira la mia attenzione e che rinnova i miei timori riguarda ciò che potrebbe accadere da oggi in poi è piuttosto lo scontro con Meryl Streep. Leggi tutto

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